Patrizio Marozzi –

 

Letteratura pag. 358      

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                    All’arte

 

 

 


                                            

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ogni riferimento a fatti luoghi e persone narrati in questo libro è puramente casuale.

 

                                  

 

        

   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                             

         FAUST


                                          CONCLUSIONE

 

 

 

Ero seduto, ascoltavo con la mia fantasia il suono di un clavi­cembalo. Seduto su una panchina di un giardino qualsiasi della mia città. “Ciao.” “Ciao.” Sento qualcuno che saluta e mi ac­corgo di una pacco avvolto in una busta, appoggiato lì, al mio fianco sulla panchina… Un libro, lo apro, un pagina a caso, leggo:

 

È Passato altro tempo, oltre quello della mia vita, forse, ma non riesco a capire cosa sia tutto quello ch’è accaduto, non m’interessa più.

Ho letto questi appunti e tu che sei giunto sino a queste mie ultime parole, ti sei accorto che sono un mio promemoria, sono appunti interni a quello che ho vissuto. In essi ho inventato le parole per dire ciò che non può essere detto con esse, sono giunte dove loro sono impossibili. Questi ultimi ap­punti interni sono il mio abbandono dell’arte, o meglio il mio non averne più bisogno.

Penso che spiegarsi oltre non sia possibile, ma neanche mi inte­ressa farlo, oramai le parole non dicono più nulla.

Mi sento lontano da tutto e se sono ancora qui è solo per il senso di rispetto che ho per un lettore, per colui che per caso ha trovato queste mie pagine. Lascio detto a lui che nulla in esse può essere modificato, perché ogni parola ogni punto, ogni virgola, accento rappresenta un giorno della mia vita e come i giorni ormai vis­suti non si possono più cambiare, sono scritti così, come la condizione della mia anima.

Adesso sento che tutto esce senza più patemi: angosce gioie… e le parole sono diventate leggere, ma sento anche che non ho più bisogno di loro, non ho più bisogno d’interpretarle. Ciò che stato scritto, vissuto qui è stato possibile perché io ho vissuto ciò, ma ho trovato l’incapacità delle parole per raccontare la mia storia. Ora che sono giunto alla fine voglio dirvi che il mio modo di scrivere è quello di un interprete, voi capirete chi io sono, non solo dal senso delle parole, ma anche dalle loro ombre. Vedete se ora io provassi a riscrivere tutto, non potrei farlo più come è già stato fatto, perché quella per­sona, quel Faust che ha già scritto non esiste più, ma è ormai esi­stito: Interrompere per poter ripetere, cambiando, ma è poi mi­gliorare questo. O forse non è semplicemente illudersi di quel che d’irripetibile e unico succede ogni volta, cambiare non è forse di­struggere. 

Ora non mi aspetto più, non aspetto più nulla, ed anche se sono giunto vicino agli ultimi giorni, non posso dirvi come sarà l’aldilà. Non più angoscia ho, se le parole non possono, se io non posso spiegare, sono ormai alle ultime, poi non ne avrò più biso­gno, ma in cuor mio voglio dirvi che ora so, che ora sento.

 

Ho preso quel pacco di fogli e li ho portati con me, per scoprirli alla mia memoria. Perché?

 

                                                                                                    

 

 


 

                                               Il Simbolo

 

 

 

 

 

 

 

 

Tranquillo di ansie gemo tra me nell'indecisione di scrivermi. Nel ritrovarmi fuggevole all'attesa.

Scriversi scrivendo di altri, parlarsi, guardando le parole. Osservarsi indosso l'ansia che palese vuol capirsi.

Quale il discorso da pronunciarsi, quale osservazione riservarsi. In realtà questo è dubbio.

Dubbio.

Guardo le parole dirsi e le cerco nuove le attraverso nella spe­ranza di ritrovarle in ordine. Un gesto mi richiama, un gesto mi dice di un passo tranquillo di ciò che ancor si è liberato dalla paura di pronunciarsi. Certo altre volte ho sperato, ho guardato il mio sguardo dentro e mi sono intuito.

Quando nasciamo dimentichiamo e la vita è l'affanno di un ri­cordo troppo lontano. Speranze hanno forse senso nella certezza di di­sperare. Nelle angustie di ogni attimo c'è il risveglio d'una eter­nità troppo consueta; certo tutto questo dramma, dramma per questo ironico dell'esistenza mi dice di urlare con diavoli e angeli

sennò che n'è di me della mia storia, dell'anima.

Ma cosa c'è da barattare, se non me stesso con me stesso, la savia mente con la follia. Ma ciò è inganno dello stesso dirsi è un or­dine inverso della paura. Ma per questo forse mi darei, in fondo è pur sempre il passo della vita.

Allora forse è qui, cercare la pazzia, attraversare questo luogo per trovare l'anima il gesto qualcosa. Raccontare dai simboli o dei simboli, parlare metaforicamente o parlarsi di alberi e vasi. Ma quale differenza tutto è metafora, tutto è simbolo, tutto è gesto di altro gesto. E dunque la follia cos'è neanch'essa è piú certa. Ma dove  il certo tutto non è che insicuro. La follia non è ma allora ma allora quell'altra cosa come si chiama, quell'altra cosa che non è la follia dove si trova come si chiama. Tutto si chiama ma quel gesto quel pensiero quel… non risponde ma solo m'illude. Dov'è quel mondo senza nome; Esiste?

"SENZA NOME"

Ridere ridere, l'unica cosa è ridere "Senza nome". Come ti chiami "senza nome". Ti chiami.

L'esistenza non ha nessun alibi, ma troppi desideri. Sì desideri, come grandine come pioggia come neve, ma "forse" il desiderio è solo acqua. Ma se io non so chi esisto, l'acqua qual è: pioggia gran­dine neve. Già in trappola ora si chiama acqua.

È troppo lontano quell'occhio vigile quel senso di sguardo che ter­rorizza l'incertezza. Io mi immagino impaurito e mi reclamo  certo. In realtà tutto è "nello stesso" analogo, genetliaco. Giorni dopo ogni ora sono, affronto la paura e mi richiamo in me in ogni piú profondo me.

Non ho interlocutori che ascoltare, aspettare, sognare, parlare e forse amare. Incostanti i miei motivi istanti si susseguono, si cre­dono e poi impauriscono. Ascolto le parole di ogni passante mi siedo con loro e bevo; faccio gesti e attraverso con sé i loro pen­sieri.

Altri simboli altri lo stesso ma pur sempre i miei, mi ritornano e mi regalano.

La paura è sola e soli; tutto ha quel qui da ricordare, pensiero da so­pravvalutare per render simbolo e poter vivere.

Perciò dimentico come ogni uomo ciò di cui nacqui. Scordo che gocce e la pioggia il tempo e l'acqua. Scordo che quel che guardo vidi e che guardando non vedo piú.

Indietro in un futuro passato mi pesano i momenti. Domando parlo e l'ansia mi risponde, Mi dice: prendi un bicchier d'acqua e siediti aspetta e non dir nulla. Vano tutto ciò pensar qualcosa a chi. Tu sei perso, un uomo e cerchi di ritrovarti.

Dimmi passante perché? E tu dove vai. Ascolta. Scopati tutto il tempo il gesto il pensiero forse anche. Non chiedere piú niente urlare urlare urlare sempre piú forte forte per non sentir piú. Ma tutto inutile. Il "qualcosa" non ti apre una mano, non ti chiede il quando non tenta nulla. Sempitèrno ti tiene il limite.

Rider ridere, forse amaro sembra ma ridere sennò tutto è ridicolo; non ho piú nulla sono un uomo e aspetto. Tutti vogliono un or­dine per vincere forse, ma la paura in agguato osserva, ma non esiste, forse. Esistere e non esistere è la stessa cosa, forse siamo senza coscienza e tutto è analogo. Io forse sono l'esistenza e senza di me tutto sarebbe indifferenza. Io mi assurgo all'uomo. Io mi dico che tutti i pensieri agiscono all'ordine. Al misero ordine di un uomo che ha; aspettando vincer la paura miscredenza, giacere in essa, forse l'unico risveglio.

Forse forse forse tutto è forse, non siamo che niente e niente è forse. Disperare vuole angustiarsi abbandonare ogni certezza ri­prodursi e gettarsi in paure ansie. Perdersi nella responsabilità di ogni scelta e ritrovarsi fuori da ogni ordine umano, in compagnia di ciò.

 

Tu mi tenti a non ricordare la paura, tu sei altro e me stesso in­sieme, potrei chiamarti ora che mi ti riveli, ma devo chiamar me stesso e nulla sei che un mio dubbio. Ma ora giaci scompari non attendere.

Perturbati sembrano i ricordi, confusi nelle parole assomigliano, assomigliano all'impossibilità.

Cerco il silenzio di un improbabile ascolto; tutto quello che sento e mi ritrovo confuso nei luoghi del tempo. Se si potesse rinun­ciare, se tra il prima e il dopo non esistesse alcunché.

Io che dai simboli son stato fatto, cerco di fuggire di ritornare.

Se un Artista potesse rinunciare ad ogni suo dirsi tale, forse anche l'ultima traccia dell'esistenza svanirebbe. Tutto senza alcun muoversi nel mutarsi, non piú apparirebbe.

Restare con ogni movente, non piú cercare acquietarsi. Ma come si può un fiore non chiamarsi piú. Rassegnarsi  all'esistenza o piú semplicemente crearla, nessuno vuole estinguerla.

 

Ucciditi ucciditi puoi superare tutto ciò andare oltre queste, queste trappole effimere della vita. Basta che tu ti uccida e sarai libero. Non piú dubbi inganni apparenze; Solo il canto sublime del re­spiro è questa la strada.  Ucciditi.

Non piú essere Artista, non piú studio ricerca pensiero non piú limite. I dubbi ricordi profani. Ucciditi. Non piú tempo, tutto il non piú della vita superato. Ucciditi.

 

Ma chi è chi mi inganna, quale voce tu sei e con quale alibi ti estra­nei da me, sembri esistere. È un velo così sottile quello che sento non dubiterei di te per quel che dici ma non vi è nessuno in que­sta stanza, non sei un desiderio non sei istinto, Ma da loro forse scaturisci. Non hai miei… La tua forza mi sorprende mi ob­bliga a risponderti. Il mio ludico guardarti appartiene al capire, sappi che io so che tu non esisti sei solo un motivo in piú.

Non posso uccidermi per quel che tu mi chiedi ogni sguardo nel buio ricorda il colore dell'esistenza, ogni immagine della notte è una figura, ogni agire contro la vita è un amore sbiadito nel per­nicioso cammino verso i non simboli.

Se io mi uccidessi agirei, darei un nome direi. Non sarebbe andar­sene, nessun superamento ma vano ed inutile simbolo tra i sim­boli. Se mi uccidessi me chiederei: io fuggo dalla paura dell'incer­tezza e nel fuggire mi hanno determinato i simboli; ma tu chi sei per garantirmi la certezza del non nome se con i nomi parli con me.

 


 

 

 

 

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O sovrano della mia cupidigia, mi hai allettato e mi hai rivelato il simbolo. Fosse anche perso nella memoria dei molti, io non mi tormenterei più della vita che non si svela oltre tutto il mondo, che io non so capire.

 

Gesto del ricordo, attraverso te spero di affrancarmi del passato, per trovare il mio presente.

Soltanto nella genealogia dei motivi ho scoperto il tuo ripudio, il tuo obliare.

Sostituisco alla realtà le parole, che vane reclamano un signifi­cato.

 

Anodino alla vita è il segno che non ha più un presente da dare, che non trova più una luce per guardare, altra fortuna che quella eufemistica.

 

Sogno o soltanto riposo, su questo letto, materasso a molle, che non si inganna per giaciglio del giorno.

 

Lettere che si trovano per perdersi in un chiaro intento d’identità, soltanto recluse alla vita degl’incubi, che sovrani attendono di svegliarci.

Sono sveglio, sveglio, come i sonni profondi che i giorni comuni ti chiedono. Ho scoperchiato una vita senza sapere cosa ci fosse dentro, che reclamasse stoltezza, che si nasconde dietro il mio simbolo. Io sono il simbolo ma non ricordo di cosa; non ricordo in quale argilla mi frantumai.

Trovai un modello ma non seppi quale.

 

Poi prima che tutto nascesse si incontrarono le lettere; si trova­rono perse e poi arse, consunte, come se fossero sempre esistite; soltanto un po’ maltrattate nella loro reclusione.

 

Ma è poi vero questo, o anche ciò è una chiara fantasia, di tutto quel che scompare e riappare

 

Ma a che serve ancora parlare, ora che la parola non esiste più, non significa. 

 

Io mi inizio ora


 

                                                   IdeAlità

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Desiderare l'opale di un ricordo costante. Lo sguardo d'acqua di mare nel desiderare il sognare, il sogno di ogni artista: rinun­ciare ad ogni forma essere la forma stessa. I desideri giocano e forse son anche altro, bisogni per vivere, come l'amore nelle sue forme.

Amare una Donna, il sentimento profondo in questo mio de­siderio, in questa mia ultima ricerca, in questo mio studio. "Desiderio" d'amare una Donna. Stanco nell'attesa di agitata insi­curezza scopro questo mio sentimento, questo mio bisogno d'amare una Donna.

Donna che bagni l'anima, che ascolti l'ombra dei pen­sieri e stringa il suo amore i miei sentimenti le nostre emozioni.

Respiro lo sguardo, la gioia e la tristezza la fierezza d'una Donna. Donna piú della terra. Io sia per lei la sorgente, che ella è per me. Amare una Donna essere amati da essa è tutto ciò.

…Cercare nel ricordo dei pensieri, quel gesto quel richiamo.  Locupletato dal motivo di grande gioia l'amore fu deluso, […] ora in quell'attimo e fu "perché." Allora ho acceso dentro di me un fuoco che non aveva piú tempo per ardere. Ho raccolto le briciole di qualcosa che non aveva piú motivo d'esistere.

Rimembrato tutto ciò che di bello era e solo il dolore mi è ri­masto, quante briciole dure, difficili, impossibili da dimenticare; Forse da far rivivere per tornare a esser di gioia. Son sempre lí statiche e perenni come dolore che dimentica e ri­torna, loro mi ricordano il ricordo di te la tua esistenza, l'amore deluso.

…Vagare tra tempi qualsiasi, solo essi in desideri di donne stan­che o forse agitate.

Una di esse: Quella voce che sento non ha forse un richiamo.

Dove giungi i tuoi gridi, dove canti i tuoi tormenti. Quella voce il suono, ascolta quella sera. Sola, persa, ignorata da te stessa,  il gesto che tu davi: Sesso profumato di voglia.

[…] Solitudine astonia dei moventi, un richiamo del piacere, ridi­colo. La movenza solo può legittimarti. Solo l'amore redi­merti sollevarti, dalla volgarità.

…Oh atto soprano che ti raccogli nei giorni di pioggia e con l'aria di un uccello vivi quel raggio di sole che tra quel gesto si ri­prende e incontra nel tempo.

Ero un altro non ero io, Ma io ho visto te. Io ero lí ma chi ero in realtà. La congiunzione di quel momento. Ti ascolto, i tuoi pensieri nutrivano la stanza che d'improvviso tacque e senti solo te, il suono dei tuoi pensieri. Eppur ora io non sono piú lí non  appartengo piú a me in quel luogo. Ora io incontro te. L'altro un'altra ha conosciuto.

Ero un altro, eri un'altra eravamo l'accader che accadrà. L'incontro nel tempo.

…Ora che siamo qui ti riprendo altri momenti di altro aspetto, ma pur sempre diversa sei se uguale appari nel trovarti. […] Un cercare senza aspetto ignara stessa cerchi, tra le braccia di un mon­tone, qualsiasi. Supplichi la speranza del tuo bisogno: attesa, senza la coscienza. Ignara e insoddisfatta ti lasci, tra le coscie umide di solitudine. Non sai piú che un amore perduto. Ridestati in un gesto diverso, vero.

Tra il gesto e l'atto: Il respiro, l'ultimo […] Piove la luna che muta e si raccoglie in un'ombra di luce nella notte.

Là, là sopra sopra noi lontani. Tra il gesto e l'attimo: Amore.

Come un amplesso puro. Un all'orlo di niente, siamo. Vicini al sentiero del silenzio, aspettiamo, non piú vediamo congiun­giamo soltanto; i ricordi di un ricordo, come un uccello la sua aria la vita l'acqua le strade le sue unioni. Fino all'apice anche le pa­role silentono [Amore.]

Poi fuggi scappi ritorni, non ricordi che era un'altra  che si ama. All'improvviso torni mi agiti con ricordi tristi e delusioni acerrime. Per favore risolvimiti, era tanto che non tornavi a pen­sarti ma ladra L'Amore?

 …Ti ricordi. Quante carezze ti ho regalato. In quanti mari di si­lenzi, colmi di pensieri, mi son ritrovato. Sereni e dubbiosi o sol­tanto veri. Quanti baci e abbracci; mai troppi. E sentirne la man­canza.

Baciare le tue lacrime sgorgate dalla sorgente dell'esistenza umana, nelle nostre esistenze. E noi dopo di noi i suoi perenni respiri. Cercarti mentre tutto il mio amore in te era e trovarti fan­ciulla, nella gioia e nel piacere d'esserlo, come soltanto la bel­lezza, tua mi guardava.

…Ti ricordi. io e te nella città dei momenti stati. Tutto era quieto approssimandosi il riposo; guardo e dico con l'immagine dei se­gni: non ora ma fu prima che riguardo; Ascoltando ogni eco,

                                      che nella notte

ancor rivela. Il tuo passo era quieto

                                        e tranquillo, io non ero ancora in te, ma tu la mano mi avresti dato quella sera.

Vieni che ti accompagno, dove tu sola puoi andare ma dove io

                     posso scrutarti nelle emozioni.

Soltanto sguardi ci parlavano, prima dei cancelli della fine del tempo, dove sorpresa ti condussi e senza "esito" entrasti, per  ascoltarti.

[…] E quando la luna, in cielo giaceva chiara e piena e i suoni del centro della notte, ci giungevano: L'inizio della vita nel luogo dove un istante di essa si ricordava. Non oltre quella sera an­dammo.

Ci si era trovati, quella luce distesa sugli occhi, Ma in appa­renza soltanto ci si cercava.

…A te, solo sguardi e parole non nostre ci uniscono, ora, Ma so ciò che ti spinge a cercarmi. Io so il tuo essere, ciò che tu imma­gini di me. E forse troppo ignoto ancor ti sono. È tanto che stra­namente la sottile voglia d'incontrarci, non si com­pie, quasi avesse paura di coglierci in un momento non giusto. Ma so che ora tu stai pensando, nel mio stesso istante, che ti cerco nei pen­sieri. Forse prima di noi già ci trovammo insieme.

[…] Perché ora mi sento preso dalla mancanza, che si sprigiona su’  sentieri della terra, quando tu non ci sei. Persa nella vita e nell'incertezza, d'essa. Ora io ascolto il silenzio dei miei respiri, non piú incerti ma sicuri dei momenti stati, che non saran piú. Cerco qualcosa nel vento, nelle sue ali libere da ogni illusiva meta, cerco la sua certezza; riponendo su di esso, ogni, il mio fine. Come solo l'arte può fare Io cerco dietro ad ogni ricordo, ogni at­timo di perfetta vita che abbiam creato, lieti per essi, giacché si ri­corderanno, come tutto ciò che inizia.

[…] L'eternità di un primo amore in quel che trovato da sco­prire, quando si spera in quel che sol si immagina.

Giovane Lady scorri i passi, dammi il tuo respiro a giaciglio de­gli occhi, togli le briglie alla tu testolina e bacia le tue labbra.

                                  Oh giovane Lady

bagna il tuo viso, leggiadro con le lacrime dell'anima,

                                    affinché possa anche io farlo.

Lady!

accarezza, prendi il mio umile ma per esso grande amore, cu­stodirsi nel tuo animo. Regina della fantasia dei miei sogni. Giovane Lady giovane amore.

[…] Ricordare il tempo tutto perso e ritrovato. Vivere l'imma­gine di una Donna che passeggia, sulla riva d'una vita salina. Che emozione quella volta.

Oh giovane del mare, che sublime dolcezza accarezzi, gli occhi del mio viso e appaghi per l'istante i cieli dell'anima mia. Sognano i miei sentimenti nel vedere tanta, dolce fierezza, nella luce del tuo corpo. Corpo intravisto nella nebbia del tempo del soffio, quel soffio che ancor bagna il viso delle docili mie emo­zioni. Oh, sarà, sarà possibile di­stendere quell'istante così ricco d'emozioni. Dimmi piangeranno ancora i miei occhi si riempi­ranno ancora di lacrime colme di dolcezza e d'amore per la tua natura. Oh a te ho dedicato queste mie emozioni, che tu mai vi­vrai. A te, a te del mare. […] Mare così libero e sparso, come questi miei momenti ricordati. Frammenti in essi ricordi che si appro­priano di un profondo attimo. […] Ciò che si traccia nella me­mo­ria ri­torna libero da ogni sequenza. Ritorna nell'adesso di sempre.

…Cara lei, in questo istante io ti segno con i miei pensieri come il tempo le sue epoche e l'uomo i suoi momenti. Ora lascio su di te ciò che noi vorremmo avere, l'anelito di una speranza, che solo la certezza fa vivere, in ogni ovunque; nei passi e nei luoghi che fuori dai cieli degli atomi si ritrovano nella memoria dell'anima per sempre capire.

Ora io aspetto come tu sola mi hai insegnato ma come io solo ho imparato, gli aromi di ogni noi momenti, che come le lacrime del cielo nascono dai tuoi occhi e su le tue chiare gote distendono le loro esistenze.

Ora che le composizioni e i suoni delle nostre vite riempiono le nostre esistenze. Io aspetto lungo me, […] un istante e per l'eternità la tua reale realtà.

[…] Che cosa può se non quel che si sa, nel ritorno.

Un gesto mi ha rappresentato te una forma di un corpo era te. Una goccia mi ha ricordato le tue  lacrime. Una carezza del vento il tuo respiro, il pensiero d'una foglia i tuoi pensieri. Un gesto mi ha rappresentato te, una forma di un corpo era te, [nei] perché dei miei pensieri.

…Se tu, altra, scandalosa; emozioni hanno accresciuto la mia an­sietà nel dramma di sessi odoranti oltre ogni meandro di loro. Fuori da quei corpi così ignari …e se stessi e disperdersi nelle pri­gioni degli infranti limiti delle facoltà.

I sapori gli odori, assaggi della carne, ancora vibrano nella mente della notte che ha vissuto di scandali, dei coiti e delle di­sciolte vagine, arsendo ogni flusso di noi.

[…] Ricordo immaginato o immagine su uno schermo cinema­to­grafico, lontano in un gesto in sé, medesimo. Tu mi chiami e mi dovresti  dire: quel profumo di terra e di vita: indonesia anima del cielo e palpo l'amore nel sogno, dell'indonesia; veduta nell'attimo che accende l'amore. […] Respiro della vita regalerò re­galo dò, il mio amore il pensiero d'amore, precluso al concerto dell'acqua. Amore che aspetta l'attimo  della simbiosi a cui mi disseterò.

Indonesia, che ho colmato di malinconica tristezza tutto ciò ch'è vita in quell'attimo d'amore del tuo presente.

…Dell'altro Ho sentito, un tremito dentro i miei occhi. Un tre­mito vicino al tuo cuore. Ho ascoltato il tuo respiro nei miei pen­sieri.

Amo i miei ricordi il tuo presente desiderio. Pane  come me e te.

Ho sentito un tremito, dentro i miei respiri, ho respirato il tuo respiro; mi perdo in una nostalgia di desiderio.

Volger lo sguardo e vedere ravvisare l'incontro di una Donna in momenti di stasi, stanca incerta, ancora, senza rammarichi o piena di essi. Blu come quel pensiero che si flette ignaro, ignaro. Giovane Donna sorpresa da te stessa.

…Frivola frivolezza nel giocare col vuoto imagologico: sembri una densa puttana come ti cerco come ti voglio ti desidero sopra il mio glande Libera come solo una puttana innamorata può es­serlo. Lo spirito mi soggiace mi chiama sui tuoi sensi e io ho vo­glia del tuo profumo, del tuo piacere  del tuo godere.

Energia che fluttua in un'illusione di perfetta alchimia. Goderti fino in fondo oltre ogni possibilità materiale; coscienza.

Mia densa puttana ti ricordo e dimentico soltanto tu non hai memoria.

[…] Ed ora io cerco quel dimenticato senso oltre il silenzio.

"SILENZIO"

Oltre il silenzio tu! Oltre la cortina dei silenzi dove le ampolle scoppiano e i fiumi piangono le ceneri del tempo. Tempo dei ge­sti che esprime nuova umanità.

Eppure gli uccelli guardano dall'alto dei loro cieli, le malinco­niche fiamme che piangono per un amore [vero] per la sincerità dei propri respiri, così tenui e silenziosi. Del silenzio oltre la cor­tina onirica non resta altro che esprima ciò che sento per te nel momento dei pensieri.

…Mi rimane il ricordo di un emozione che si ricorda in sé, in ogni istante.

Ma che pure appaia in un momento; quella volta. I lam­pioni ardono come torce dalla fioca luce. Gli occhi delle auto chi­nano i loro sguardi sull'asfalto dal pelo ormai nero. Pensieri all'unisono gridano l'ignoto.

Ossessione per l'uomo che corre senza udir nulla. Le auto di­stratte tendono le mani, come due mani che escono da scuola. Due occhi nell'oscurità della luce artificiale hanno incontrato i miei; un dialogo [caldo e profondo] ci ha uniti nel momento colmo di sensazione; ciò posso dirti […] incontro. …Ascolta i miei pensieri cerco nell'ignoto in ciò che non è statico nell'inopinabi­lità nell'amore senza niente altro cercami, fa' che i miei istanti prolunghino i tuoi te in me.

I tuoi occhi in tempo senza di esso: L'Amore.

[…] Abbandonare l'abbandono del ricordo nella certezza di quel vuoto. Questo incerto immaginare l'angoscia d'un tempo. Un dubbio, certo, sospeso su di un calesse stanco trangugia il roteare sulla strada di sequenze "unanimi." Solo il vuoto ti acuisce nel dolore che non smette di essere mai piú dimenticato.

E in tal senso eterno ricordo che sol L'Amore può scordare. Ma un oggetto rimasto è lí per te a dirmi che il ricordo…

…Il ricordo che ho dentro di me  non ha uguali, non ha nes­suno. Ricominciare abbandonare le delusioni illusioni. Fuggire dagli  inganni giacché vano sarebbe scoprirli.

Lontano o vicino ma ricominciare. Guardo quel pensiero lon­tano, che si sveglia nei momenti attraverso quel sottile filo di seta coniugante al tempo.

Forse quel che tu non sai capire non mi sovverte, ma sgo­menta la mia forte sensibilità.

[…] Dubbi tu nel mio deludermi aspetti sognando che io mi svegli.

Ma ritorna sempre quell'energia serena. Quell'atto di cielo d'Amare l'Amore d'Amore; ricordo di un uccello la sua aria.

…Pentimento che ora il concerto mi sospinge, io mi chiamo quasi volessi scuotermi. Non sento piú;

Ma non sento piú impegno. Ora libero mi sento da ciò che tu mi chiedevi. Forse generosamente ho dato, ti ho dato.

Coscienza e verità tu dovevi. Affralita ti ritrovi, confusa, im­provvisa come la sua esistenza e i risvolti in essa. Ora forse ti tormenti.

Non farlo.

prendi ora, quel che [tu] hai trovato e non pensare al perso, tutto ciò non esiste ancora, non piú; come tutto quel che cambia del re­sto.

Ti perdono se è questo che a te serve Ma il tormento che ho dentro ora è solo mio mio soltanto.

Tuo l'amaro calice del rimorso.

Ma se ciò non fosse anche se è nobile il tuo gesto. Lei direbbe a lei: Butta tutto dalla tua finestra.

E poi getta anche la tua finestra, volgi e vivi, Ma cosa. Eppur il sole torna ad ogni mattina ed io con esso a chiamarti.

…Ti ascolto ma ancor non ci sei. Ciò che sento  è l'immagine d'un pensiero; Che ricorda in me la tua speranza; Sempre pre­sente, nei miei respiri di tua attesa.

…Vorrei, ma se mai ascolterò i tuoi respiri se mai spoglierò i tuoi pensieri… Allora io nel mio equilibrio solitario camminerò. Sfiorando te nei brevi frammenti [tuoi] in amori che un po' mi sperano te.

[…] E ora in preda alle pulsione. Sono. Spinto da non so quale energia pieno di passione e desiderio.

Ricordo boccadoro. Spiato nella vita nel mondo ora mi sento; cerco trovandoti in brevi istanti nelle altre, Ma ancor per te io amo.

…Vicina molto vicina. O forse già sei? T'incontro nell'ieri; tu eri un po' scettica e sorpresa ma già in te nasceva il pensarmi.

Ora mi guardi e non puoi fare a meno di amarmi. Oggi tu sei sicura e serena, di amarmi. Il perché lascio a te intuirlo.

Ma ora non esser come certe Donne. Quando tu dici di amarmi: Ti amo, ma tu piangi perché non puoi avermi; che strano quel che tu chiami amore. […] In questo svelamento oggi ho compreso che il tempo è instabile, perché di noi ha quel che tu non sei chi sei cosa siamo. Triagoni d'Amore, forse Triagoni d'Amore nei pensieri dell'anima. Triagoni d'Amore nelle menti dei nostri corpi. Triagoni d'Amore ogni oltre violento colore che cambia i volti dei nostri cieli.

Triagoni d'esistenze che incontrano inconsuete unioni nell'anima bagnata dei vostri visi. Triagoni d'esi­stenze da riviver nella realtà, di vite celebrate, ogni oltre confine vocale. E perdersi e ritrovarsi, perdersi e ritrovarsi in quel che sono o siamo; in ogni ridestarsi mattutino. Triagoni d'Amore d'ascoltare o ripudiare ac­carezzare o amare - disperdere nei me­andri dei presenti consacrati per l'anima.

…Ti ricordi la realtà nel noi.

[…] Nel momento di quel luogo ho nello sguardo della mia mente il linguaggio dei muri di quella casa che scruta, la pianura d'acqua che accarezza la terra del suo posto. Tra questi ambienti ci siamo espressi nelle differenze delle nostre esistenze; e capire le nostre verità, prendendoci l'anima per guardarci fuori da noi, fin nelle piú labili essenze. Ho ascoltato le tue parole comprenden­dole a te e risvegliarti nella coscienza di noi. Cosa accadrà ora dopo la re­altà, di te Di te che hai vissuto l'amore amandolo per la prima volta nel suo abbraccio di vita, dissolvendo ogni punto di fram­mento che guarda iconoclasti compromessi.

Ma io nell'Amore non so vivere nei dubbi e Amor all'Amore guardo, tra i gesti l'emozioni. Tra gli squarci delle nuvole tra i pensieri nascosti nella verità della bellezza dove ogni aspetto è bello se intravisto. E lí. Lí vorrei accoccolarmi sulla tua bellezza al riparo da ogni menzogna. Vorrei accoccolarmi nel tuo Amore al riparo da ogni tradimento. Vorrei che il mondo vedesse come sei bella dentro i tuoi pensieri; Di quei pensieri che donano il senso della bellezza al tuo corpo. Vorrei che tu mi accogliessi in te con tutto il mio essere ed ascoltassi insieme a me la dolce musica della felicità. Vorrei insieme a te raggiungere tutto ciò che all'anima di un essere solo è precluso. Vorrei unire insieme a te i nuovi orizzonti, vorrei crescere le nostre emozioni. Vorrei vi­vere con te [Ma vivere oltre noi].

Bagliori d'Amore dove sento la nascità di bagliori fusi. Sento la nascita di bagliori tenui e malinconici. Sento il pensare che mi chiama nel non piú sperare altri momenti senza il bagliore d'Amore.

…Certi capire quel fuggevole plesso che in una parte l'ansia di tutto.

Il sapore del corpo è solo un senso di una forma unita, così rara e fuggevole d'arrecar ansia nel suo uopo di vita. Un sol pensiero tu mi domandi. Un sol pensiero mi viene in mente ed è che t'Amo.

Uopo d'Amore, canta il vento mi sembra come un uomo che cerca, come un uomo che chiama: Uopo d'Amore tra le lacrime della pioggia che si raccolgono nei fiumi per un corso da seguire una meta da capire in un Amore da trovare, tra le ricerche d'una vita che così alta appare ai nostri chiederci per capire. Un sem­plice e supremo gesto d'Amore.

Un sentimento, lo sguardo d'una nuvola un pezzetto di cele­ste, la gioia di viverti le labbra è gridare Amore.

[E] semplice Amore.

La pioggia mi ha disteso sulla terra umida E sono felice,  voi.

 [che] amate chi vi dà un po' di luce per capirvi e amate chi vo­lete essere ma non siete disprezzandovi stupidamente.

Care quanto vi amo Amerò ancora. E la speranza di trovar tra voi la Donna che ami d'Amore e non di necessità l'Amore.

Care in quanti momenti reali di sogno e fantasia vi ho incon­trato, desiderandovi nude di verità per contemplarvi tra le linee dei nostri corpi che voi amate ma non comprendete.

Care siate Donne e l'Amore di voi sarà.

Ho camminato lungo i sentieri del tempo, ho immaginato te. Te parlo di parole. Ascolto dietro l'angolo il cerchio dei tempi.

Sguardo verso la luna in un cielo di luce blu; ricordo nei pen­sieri lo sguardo una mano verso l'altra avvolti dall'aria, con­giungersi.

Ora lascio che il tempo ti ritorni indietro attraverso le imma­gini di un fuoco lento e inesorabile; ma tu ti ricordi certo bella.

Ora si placano i tempi. Bruna la notte spegne i gesti, che stanchi seguono i giorni. Cercare un sentiero dentro quel fluire nello spa­zio nella nostra vita. 

Ascoltarti dentro quel viaggio. Ascoltarti dentro quell'ombra silenziosa che "attraverso" i nostri cuori, in cerca di poesie. A pas­seggio tra esse scoprire i messaggi dell'ignota realtà, sopraffatta da niente.

Abreazione sublime che altera il senso delle apparenze.

Locupletata conoscenza ora sublime gesto della coscienza.

 

 

 

La Lacrima Noetica.

 

Adesso

ancor son qui ad aspettarti,

giungerai.

Solo mi sento in questo luogo

ma anche nell'altro.

Io amo vivere in spazio sovrano al tempo

nel tenue sentiero

tra ogni inizio ed ogni fine.

Stanco della mia ubiquità

al pensiero statico e sempitèrno

nel mondo di ovunque.

Sogno il momento i luoghi

in cui desidero essere insieme a te

nell'istante di un riflesso.

Per quando Amore unico e puro

nell'Amore unico di noi due insieme.

Sento spesso il tuo grido che mi cerca

ancor non vedo distinto il tuo sguardo;

E arso dalla voglia di essere

quel che solo tu sovrana puoi essere.

È immane la forza che mi chiama a te,

come ciò che la vita stessa spinge

Raccolgo quel che tu sola puoi prendere.

Oh celeste plesso

                           sprigiona rapido il tuo svolgere

affinché presto

non piú te noi siamo ma un unico segno

nella dimensione dell'Amore;

soltanto allora io mi troverò

in ciò che tu mia musa troverai.

In quell'attimo eterno io ti aspetto

vicino all'istante senza piú esso

dove soltanto tu ed io possiamo essere.

Tra ogni inizio ed ogni fine

nell'eternità.

Oh ma forse pazzo

                                  sono.

E se tu non fossi quel che nel desiderio sei;

se soltanto in esso tu mi apparissi.

Allora

chi capirà questi miei segni,

per chi invano saranno stati mai tratti.

Tu sola potresti viverci dentro

nessun'altra;

nessun'altra io vorrei in me.

Semantiche visioni d'un pazzo queste sono,

scusate la mia lacrima

voi che incerti e stupiti mi guardate,

dei pensieri correvano nella mia anima.

Solo pensieri,

                                                  per la mia Musa

 

 

 

 

 


 

                                                      Storia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

È passato il tempo del mio ricordo, il sentimento trascorso den­tro  il nostro fluire. Ho abbandonato la certezza per il ricordo ed ora vano mi appare quel che ho trovato.

Certo non mi sento come avrei pensato; " l'illusione o la cer­tezza."

Scoprirsi soli con un passo impaurito, sentirsi incerti tra quel che rimane.

Ti sei illuso e che ti rimane?

Ciò che avevo: "Il Dubbio."

 

Sciocco segui me il mio dirti e nulla avrai del dubbio. Io posso darti quella Donna. Io posso trovarti "RE".

Tu mi alletti in strane lusinghe, ma il gioco è vano, giacché il re non c'è. Io desidero e questo annebbia la mia certezza. Io la voglio in ciò che vorrei, tu mi dai quel che non esiste.

Non credere tu sei il RE, tutto è fatto per te, tu sei lo scopo del mondo. Senti come lei accarezza i tuoi sensi infiamma il tuo sesso.

"SÌ"

Tu sei Dio, lascia che gli altri partecipino alla tua festa.

"SÌ"

Il mondo risponde ad ogni tuo segno, ad ogni tuo richiamo. Godi dentro quel corpo di donna, sarà tua prima che immagini, ora vivi queste emozioni.

"SÌ".

Ma cosa sei non hai voce per gli altri e solo io ti sento. Tu mi dici strane cose che sembrano gesti veri, ed ogni respiro è un re­spiro. Ma io non credo, anche se mi sento ciò che tu mi fai sentir d'essere; io gioco con te e con la gloria dell'uomo, dico: "non è vero" non è reale ciò che vedo e che sento, io non ho quel che tu fai provare ai miei sensi.Tu inganni la mia paura d'uomo e illudi la mia incertezza. Sentirsi Dio è sempre stato il sogno della scelta, il tragitto della paura verso il suo ritorno.

Va' va', va' via, forse sei solo un inganno della mia mente il ricordo di un lontano inganno umano, ma anche questo io non so, strani fenomeni fisici guardano questi momenti, ma io sono soltanto.

Io riprendo il tragitto di un capire inconsueto, lo attraverso svolgendomi in tutto quello che m'appartiene. Tu, non hai nulla che io non ricordi, l'inganno dell'orgoglio. Le tue notti apparten­gono alle promesse che mi ricordi, sei dunque qualcosa o anche tu appartieni al mio dubbio al "DUBBIO".

Una volta la certezza e poi fu la morte, a ricordo. La paura, solo la paura ascolta questa voce — semplice follia o cos'altro non so. La somma ricerca, un frutto che non matura mai.

È lontano quel tempo del sapere, lontano ma in esso sempre presente, il riposo inquieto della certezza, il ritorno a Dio.

Continuare il viaggio nel dialogo dei propri sogni, scriversi l'arte della propria vita. Il cammino continua, in esso la ricerca, il suo studio.

Ma io ho ciò che tu cerchi, non illuderti io ti prometto il riposo dal dubbio. La giovinezza ti sarà data in essa rivivrai il tempo come tu lo vuoi. Vane sono le tue ricerche, a nulla seguiranno; io posso darti la soluzioni, io posso ricordarti ciò che hai dimenti­cato: "L'eternità".  

Vattene, che strano gioco è questo, cosa sei che parli. Insinui in ogni mio dubbio la tua certezza, mi fai provare l'emozioni piú belle, ma nulla di reale me le conferma. Da cosa si eleva questo mio dialogo con te; io confermo la mia pazzia per eluderti, anche se la scienza mi dà il dubbio di ciò. Io non ambisco alla giovinezza né ad ogni altra epoca dell'uomo, ma, perso me, a null'altro che al tuo orgoglio che ricorda il mio primo atto, la mia prima ricerca. Per questo io sento la tua voce — tu sei una mia creatura, la forza da domare in me, il mio non riuscire a perdonarmi; l’aver perso "La compassiòne di Dio".

Lascio questo dialogo, il luogo, abbandono i tempi e mi riverso in ciò che non ho, la mia arte. E tu o me sarai ancor utile per ca­pirmi. Io mi svolgerò in ogni mio personaggio e tu con me, in ogni mia storia, fino alla paura della morte. Un uomo nel vano gioco del capire.

 


 

                                           Viaggio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scrívi quéllo che ho da dirti, non sorprenderti délla stòria.

Ièri l’altro ho iniziàto il nuòvo tragítto.

Eri lí sedúta  — Ti ricòrdi? 

— còsa mi ricòrdo! — il ricòrdo.

In cèrti giórni è stràno quéllo che s’immàgina, non si ricòrda núlla, cóme se non esistesse.

Ripènso al malèssere che ignàro ti avverte dell’esistènza.

< BÀSTA!> non pronunciarmi così inutilménte.

“ Ora io ” — scrívo qualcòsa”, il rifùgio di quésto vuòto.

 

“In un luogo inutile,” come ogni gesto nella sua solitaria appa­renza, — Art — ignaro del  suo nome, sta sfogliando le scritte pa­gine ( in un bar) di tutti i giorni.

Stanco si alza dal suo poggiaculo ed esce fuori da quel bar.

“Fuori nello svolgersi” sulle piste delle mac­chine: insofferenza, fastidio, malessere,  per quell’attraversare la strada.

Cammina, cammina, fin davanti “i porto­ni” della sua casa — si ripete quel rituale — dove si ripete quel rito, di cercare la chiave, la chiave adatta ad aprire l’involucro della pro­pria casa.

Apre, sale le scale, apre ancora < dentro si trova dentro  il ru­more del portone che si serra alle sue spalle.

Percorre il corridoio, uno specchio che ha di­nànzi ripete la sua immagine, si vede, ha paura corre nella sua stanza e si lascia ca­dere sul letto.

La sua mente si libera, Art abbandona il suo iatrogeno stato, si rivela.>

“Novembre” in una città come tante: i co­lori sfocati, le imma­gini a specchio — vive un cer­vello.

 

La stanza è dai colori inesistenti e  mura tra­sparenti.

Art è supino sul letto senza rete e guarda il lampadario che non fa luce, appeso al soffitto senza fondo.

La mente (sua) è intasata da pensieri di vita morta.

Lentamente, si alza, “abbandona ogni pre­ce­dente posizione” — verticalizza il suo stato.

Si muove esasperando il peso del suo passo ed esce fuori da quello spazio senza forma, at­traverso porte di sagome umane.

Percorre un lungo corridoio tra pareti nere e dal soffitto intra­vede il pallore esterno di un sole — di un sole dal calore ignoto al suo tatto.

Il corridoio è giunto in fondo ad esso — ed ora al culmine del suo malessere ha davanti la paura del suo portone.

Quell’enorme immenso portone senza l’immagine, senza la luce.

Ora io éntro qui, mi intrométto e spèzzo il rítmo di qualcòsa che mi appartiene.

Rúbo l’incèdere alla stòria.

Io mi riguàrdo e mi tròvo presènte in tútto ciò, o la stòria interrompe il mio presènte.

Ma io sono in ciò che chièdo.

Di chi si parla qui, di chi? Di me dell’uomo, del suo pensièro, délla realtà che non si conosce.

“Mi ricérco.”

Le mani incominciano a tremargli guarda i suoi piedi ma non riesce a vedere nulla, non immagina piú le sue pupille, sente che sta mo­rendo.

La sua mente cerca di pensare, improvvisa­mente nella camera dell’encefalo vede quell’enorme portone che gli ostruisce quel li­mite.

“Il portone in fondo al corridoio.”

Art ripete a se stesso pensa pensa pensa cerca di capire pensa. La chiave! la chiave! il por­tone è chiuso interiormente.

“Unì tutte le forze, prese la chiave dalla ta­sca della giacca e la infilo nella serratura — di quel senso — riuscí ad aprirlo e svenne.”

Tutto ciò accadde ora o nel suo ricordo, non so.

Non si può parlàre né ora né dopo, né allora; tútto è passàto presènte e futúro.

(Scrivere è la ricerca di un linguaggio che superi la temporalità dell’io.)

Quando “alzo” le palpebre si “ritrovò” sul pianerottolo delle scale, con l’immagine di un mondo orizzontale.

Si alzò in piedi ed incomincio a percorrere una, quella lunga scalinata. ( alcuni gradini dopo)

Dopo alcuni gradini si rese “cosciente” che scendere era estre­mamente faticoso — lo stesso disagio che salire.

Le gambe sono erano piú pesanti il respiro un affanno e ascol­tare rimbombarsi nel cra­nio i palpiti del cuore.

Sullo sfondo della scalinata si diafana l’immagine di un punto di luce — sembrava ir­raggiungibile.

Interrompere per poter ripètere, cambiando, ma è poi miglioràre quésto.

O fórse non è semplicemente illudersi di quel che d’irripetíbile e único succède ogni vòlta; cambiare non è fórse “distrúggere”.

Improvvisamente quella luce diventò sarà sempre piú grande — i gradini della scala lo in­vestono a velocità terrestre ed un sof­fio di aria gelida gli tocca le labbra.

Un suono “diveniva” sempre piú sottil­mente forte, il cervello compresso da quel suono, la vi­sta si tinge e tingeva di rosso: la­crime di sangue.

Or tanto quel punto di luce che sembrava inascoltàbile, conti­nuava ad avvicinarsi, a ve­lo­cità sempre piú... vicinissimo un forte sof­fio d’aria lo accolse dentro quella luce piena.

Era uscito da quella strana casa e si trovava disteso sul catrame della strada.

Fuòri da una casa; quale casa?

L’inizio di uno smembramento o una crísi di créscita.

A  còsa appartengono quésti gèsti, a chi appartengono?

Fuggévoli eludono il lóro significàto, perdóno “il tempo” e chi li enuncia.

Si possono díre in molti modi i pensieri e le parole con essi.

Si alzò ed incomincio a mettere i piedi uno davanti all’altro .

Guardarsi intorno e subito rendersi palese agli occhi  che i fian­chi della strada erano case “giunte a se stesse in se stesse” senza fi­nestre e con piccoli usci.

Negli spasmi che il timore lo accolse “dimentico” il tempo del suo incedere, dei passi della sua strada.

Esausto sedé sedente, sul lungo bordo bianco del marciapiede.

— Chino lo sguardo sul buio nero della strada, alzo lo sguardo —  la speranza d’im­primere nella sua mente un’immagine di­versa, ma non vide che quelle case senza fine­stre e dall’uscio pic­colo.

Sempre piú déntro, nelle cosciènze in simbiòsi.

 La luce di quella strada era propagata da enormi lampade al neon, ma la dimensione di quelle lampade era poca luce su quella strada.

Cielo sempre scuro, coperto da grandi, enormi condensazióni d’acqua,  pronte a sca­ri­care tuttA l’energia su quella strada.

Non vi è tempo, né giorno, né notte, ma una costante visione da “temporale.”

La natura e gli alberi: nudi e spogli da cre­de­re inverno,

ma calda la temperatura di quella strada, “il carattere di un’afa repressiva”— senza tempo, nessuna stagione.

Esausto mi addormentai.

—“Iniziano i sogni.”

— Quel giorno mi sarei alzato presto, era il primo giorno di va­canza.

In realtà sono dibattuto se alzarmi o restare a letto; oggi posso dormire quando voglio, ma fuori ci saranno già i miei amici ad inventarsi i giochi.

Mi alzo e in fretta mi lavo, faccio colazione ed esco.

È una bella giornata calda e piena di sole, sono così felice da non saperne il motivo.

Alcune volte penso che la felicità che ho senza nessuno sforzo, sia l’impegno che mi sono assunto nella vita:  Riuscire a conser­va­re questo dono.

Quando i grandi mi chiedono perché...? io non so rispondere, so soltanto che sono felice.

L’aria è profumata d’estate e quando mi sfiora la pelle provo la sensazione della liber­tà, mi sento leggero.

— Ciao Marco, che fai?

«Niente di particolare, aspetto qualcuno che giochi con me, con i bicchierini.»

«Ci gioco io, ieri ne ho martellati un bel po', guarda!»

«Giochiamo a costammuro?»

«Va bene, tira prima tu.»

Non so dove ho imparato questo gioco e nemmeno chi lo abbia inventato.

Prendo i tappi delle bottiglie, poi li schiac­cio con un martello, li apro e li rendo tondi, piatti e rotondi, come monete.

— È piú vicina la mia!

«No! guarda bene, prendi quella stecca di ge­lato e misura; guar­da è piú vicina al muro la mia» dice Marco.

«È vero!… Andiamo a cercare Alfredo?»

«Lo troviamo a casa? oh è andato al mare con la sorella?»

«Non lo so, andiamo a vedere.»

«Ti ricordi quando andavamo al mare con le suore?» mi ri­corda Marco.

«Sí! mi ricordo.»

— Al mare con le suore, lo ricordo bene; la mattina erano sem­pre dei grandi pianti, io, pre­ferivo stare a giocare con i miei amici, o andare al mare con le mie sorelle e fare il ba­gno senza problemi, come piú mi piaceva.

Invece a mia madre venne in mente di por­tarmi all’asilo.

— Alcune volte le suore ci portavano al mare.

La mattina quando mia madre mi trasci­nava in quel posto, la madre superiore per convin­cermi  a restare in asilo mi diceva: Questa mat­tina  andiamo al mare ti divertirai molto, insie­me con gli altri bambini. Io ri­spondevo che avevo da fare un sacco di cose belle con i miei amici, (ne siamo proprio tanti e scorrazziamo li­beri per il paese) poi gli chie­devo: Ma il bagno me lo fate fare? Certo! ri­spondeva la suora.

Al mare non si poteva fare niente, il bagno consisteva nel met­tersi in piedi vicino la riva e bagnarsi un po’ le gambe.

Una volta io ed un mio amico entrammo in acqua, ci spin­gemmo dentro fino a quando l’acqua non ci arrivò appena sotto il costume, ci alzammo sulle punte per andare oltre, —  ritro­van­doci con il culo a terra e l’acqua alla gola. Ci guardammo per un attimo impauriti, ma seguì subito un sorriso di gioia e deci­demmo senza dirci niente, che tanto valeva proseguire e farsi un bel bagno, finalmente! Alle suore ci avrem­mo pensato dopo.

Un giorno ero così arrabbiato di dover tra­scorrere quelle matti­nate  piene di proibizio­ne, che bevuta una coca cola ne ruppi la botti­glia e lasciai i vetri sulla spiaggia, non me ne importa­va niente se qualcuno si tagliava.

Dopo un quarto d’ora camminavo tranquillo, d’improvviso sentii un dolore sulla pianta del mio piede; non mi ricordavo della bottiglia rotta, ma lei si era ricordata di me.

Non dissi niente e soffrii in silenzio. Il ta­glio era profondo e lungo, non so come ci riu­scii ma fermai l’emorragia e non parlai piú fino a casa.

Un giorno trascorsi la mattinata al mare a dondolarmi un dente che mi doveva cadere, cadde.

Ci fu una mattina che andai all’asilo senza piangere.

Il giorno prima la suora mi aveva detto che se portavo il co­stume per cambiarmi, mi a­vrebbe fatto fare il bagno.

Quando arrivai all’asilo mi disse che quella mattina non sa­remmo andati al mare, ti pa­reva!

In quei giorni ci toccava “fare” le lettere dell’alfabeto sul quaderno, dovevamo riempirne le pagine e per di piú dovevano essere scritte bene.

Chi non le scriveva bene non poteva anda­re fuori a giocare.

Quella stupida della suora diceva che le do­vevo scrivere me­glio e piú me lo diceva e piú le scrivevo male.....

Solitamente i miei genitori dovevano ve­nire a prendermi all’ora di pranzo, ma io quando vedevo che all’una non erano venu­ti, chiedevo alla suora se potevo andare al ba­gno.

Vicino al bagno c’era anche la porta d’usci­ta, io l’aprivo e scap­pavo.

È vero che in quel momento c’era sempre molta confusione, ma mi sembrava incredibi­le che non se ne accorgessero.

Certe volte mi toccava rimanere anche il pomeriggio e le suore dopo il pranzo, ci face­vano dormire, seduti,  con la testa appog­giata sopra i banchi.

Noi non avevamo mai sonno; io facevo sempre finta di dor­mire e sentivo la suora che diceva agli altri bambini come ero bravo.

Un giorno dissi agli altri bambini di fare finta di dormire come me, così la suora se ne sareb­be andava via e noi avremmo potuto fare quel che ci pareva; da quel giorno diven­tammo tutti bravi. 

 

Era bionda con gli occhi azzurri, aveva dieci anni, cinque piú di me, ne ero innamo­rato pazzo.

Quella mattina, me la ricorderò per sem­pre, giunsi all’asilo come al solito in lacrime e trovai Katia.

I genitori l’avevano parcheggiata nel no­stro asilo, insieme ad un’altra bambina e a due bambini, tutti romani.

Io, qualsiasi cosa facesse cercavo sempre di starle vicino.

Diventai amico  loro e questo mi dette la possibilità di farmi il bagno di mare “vero,” erano piú grandi e per questo potevano.

Naturalmente la cosa piú importante era che così potevo starle vicino.

Al mare, la mattina, per divertirci inventa­vamo sempre dei giochi ed un giorno accad­de!

Quel giorno si decise di fare la storia della “bella addormentata nel bòsco,” naturalmen­te la bella addormentata era Katia.

Io volevo essere il principe azzurro, ma c’era un bambino piú grande di me, che insi­steva per esserlo lui; mi arrabbiai molto e guardando Katia dissi che volevo esserlo io, Katia disse di sí.

La storia si stava svolgendo e tutti i bam­bini si divertivano. Io pensavo a cosa avrei fatto quando avrei dovuto baciare Katia, come l’avrei baciata.

Il momento era sempre piú vicino, mi sen­ti­vo un poco emo­zionato, ma anche pieno di gioia.

Katia era distesa con gli occhi chiusi, io in gi­nocchio accanto a lei che la guardavo, avvi­cinai il mio viso al suo, l’abbracciai e premetti forte le mie labbra alle sue, era bellissimo, non sapevo quando smettere e Katia non di­ceva niente, mi lasciava fare; il tempo si era fermato, sarei ri­masto così per sempre.

Mi staccai da lei e lei apri gli occhi.

Tutti dissero che ero stato bravo, che non si aspettavano che io avrei avuto il coraggio di baciarla sulla bocca, ma solo sulla guan­cia.

Presto l’estate finí, Katia tornò a Roma.

— Alfredo! Alfredo non c’è!

«Sarà andato al mare con la sorella. Marco andiamocene a casa, tanto è l’una.»

«Ci vediamo dopo al campetto, ciao!»

«Ciao!»

Chi è in quésto sogno, dove mi tròvo io in quésto sogno.

Un bambino che smorza gli affanni, che non ritrae la propria esistenza.

Un bambino che ricòrda, sé stesso, in un sogno che cresce nel pensièro.

Io mi aspetto qui, ancora, nei ricòrdi di quésto bimbo, anch’esso un passo délla coscienza che cerca.

IO Faust creo e son creato.

Caro diario oggi mi è accaduta una cosa nuova però prima di dirtela ho deciso di comunicare con te con la voce perciò non userò piú la punteggiatura tu mi ascolterai e non mi dirai che sbaglio come fa la maestra con me voglio essere libero di provare le   cose come voglio così posso anche capire e scoprire io ho una calligrafia diversa molto particolare e ho incominciato a fare le emme e le ènne rovesciate quando stavo in seconda l’altro giorno la maestra era nervosa e si è arrabbiata con tutta la classe poi all’improvviso è venuta da me mi ha preso   il quaderno e lo ha mostrato  a tutta la classe dicendo se era possibile scrivere in quel modo io in quel momento mi sono sentito molto strano è vero che la maestra ha dei problemi con il figlio e per questo la perdono ma però è stata una stronza questa cosa mi sa che me la ricorderò per sempre ora parliamo della cosa nuova che mi è successa questa mattina stavo giocando nella casa in costruzione vicino  a dove abito  ero da solo i miei compagni ancora non erano venuti la casa ha già le finestre però senza vetri naturalmente i muratori non c’erano sento chiamare fuori penso che sia qualcuno dei miei compagni mi affaccio e mi appoggio non so come dire mi affaccio dalla finestra che è chiusa ma mi posso affacciare perché non ha i vetri è di quelle che si aprono interamente per potere andare sul balcone ed è formata da due vetri quando ci sono uno piú lungo nella parte di sopra e uno piú piccolo di sotto a dividere le due parti c’è il legno io nell’affacciarmi mi sono appoggiato a questo legno con le mani e la pancia ho messo il busto fuori mi sono affacciato di piú e mi sono appoggiato al legno dove c’è il pisello in quel momento il mio pisello era dritto e come sono sceso strusciandomi sul legno ho provato una cosa come una sorpresa mi ha fatto piacere l’ho rifatto alcune volte e mi piaceva come mi strusciavo con il legno la pelle del mio pisello si muoveva sono andato a casa sono andato in bagno mi sono sceso i pantaloni e mi sono seduto sulla tazza mi sono preso il pisello sulla punta con le dita e ho incominciato a muovere la pelle avanti e indietro mi piaceva l’ho fatto per un bel po' poi ad un certo punto ho incominciato a sentire come un dolore ma non era un dolore e dopo un po' ho smesso non so come si chiama questa cosa che ho fatto e se lo fanno gli altri bambini ma mi sa che lo rifaccio ciao diario alla prossima.

I sogni, quando ci appartengono? La vita nel suo svolgersi è già sogno . Ma còsa sono i miei desideri, se non la ricerca del mio sogno o fórse l’abbandono di esso.

Nello svolgere délle nostre vite c’è la realizzazione di altre esistenze, il sogno di un altro. Spesso siamo la vita altrui, da vivere. Ma se perdessi il sogno o il sogno fosse mio, còsa sarei io? fórse solo un’indagine da perseguire, l’ulteriore ricerca verso l’insondabile dell’esistènza.

Se fossi cèrto non mi immaginerei piú; immaginerei lo sviluppo degli eventi che mi accadono. Quanta confusione nello scoprire il progetto. Tútto per ingannare la paura.

La dignità di vivere la  vita, per trovarsi nella vita. Scoprire di essere quel che altri vorrebbero essere, ma non riuscire a trovarsi in nessun altro.

Io ti scrívo giacché mi cerco, o fórse mi son già trovato e non basto a placarmi. Svegliati dal sogno Art, raccontami il tuo cammino.

Aprire gli occhi e scoprire di non riuscire a comprendere, preda di questa strada che ci guarda.

Sento un suono perso lontano, il suono di violini che gridano; mi istigano a dare una di­rezione al mio percorso su “quella strada.” Mi avvicino sempre piú al suono. Vedo! imma­gini dai lineamenti obnubilati che danzano abbrac­ciate; un cerchio di fi­gure urlanti che danzano intorno a chi?

Ascolto la musica e tutto mi sembra enorme; ma non riesco a vedere chi c'è al centro di quel cerchio umano.

Guardo al mio fianco e un uomo mi guarda e  sorride; io non so cosa dire, ma gli chiedo: «Desidera qualcosa?»

— Sí, vorrei risolvere con lei un problema. — Con il sorriso inespressivo continuò, di­cen­domi: «Vede il mio sentimento per il no­stro Art, mi porta ha credere che non possia­mo piú aspet­tare.»  Io risposi: «Io non cerco nulla, certo non capisco ma io non cerco nulla.» «Ti sbagli sai, non hai fatto altro che cercare fino ad ora. Ma non parliamo di te, pensiamo al nostro caro Art.»  «Ma, io sono Art e non capisco casa do­vrei pensare di me stesso.» «Non dica scioc­chezze, io conosco molto bene Art; ma chi è lei che si spaccia per lui?! Non avrà mica pensato che io le credes­si, dicen­domi, così, di essere Art! Io conosco molto bene la famiglia di Art e mai e poi mai lo lascerebbero parlare come parla lei. Per fa­vore ora la finisca con questi giochi e ascolti quello che ho da dirle. Dunque le dicevo che io ho bisogno di lei per un favore, si tratta di un favore molto delicato.» «Aspetti, prima che lei mi chieda qualcosa, le chiedo io un fa­vo­re. Cerco degli occhiali che mi per­mettano di vedere, bene! quello che sta accadendo lí, tra quelle immagini, voglio vedere chi è quello che si trova nel centro.» «Ma che sciocco ma davve­ro non sa chi è quello? non mi prenda in giro!» «Lei mi offende, m’im­portuna per la strada, pretende da me che lo aiuti in non so quale fa­vore, non mi ricono­sce e per di piú mi viene a dire che non sono chi io sono; ora dovrei anche sapere ciò che non so. Non capisco perché con­tinuo a parla­re con lei, non mi è di nessuno scopo, questa è tutta superfetazione.

“Cosa succede perché tutto questo mi allon­tana da me, non rie­sco piú a comprendere, non capisco, chi mi ha messo qui, in che po­sto sono?

Lei che sta parlando con me non può esi­ste­re, ed io, io esisto? Tutto questo non è forse niente altro che una storia scritta. Perché io devo assumere su di me il compito di una ri­cer­ca che appar­tiene a chi mi scrive. Ma chi in real­tà sta scrivendo?”»

«Mi scusi non avevo capito la sua angustia, ma vede a me è proprio lui che mi manda, lui le sta chiedendo di aiutarmi, perché lei può!» «Io! io, ma come posso non ho forse incontrato la sua il­lusione, io. Potrei dire tutto solo con le pa­role e questo mi       umilia, lui in realtà non sa che io aumenterò il suo dubbio, io lo getterò ancor di piú nell’inco­municabilità dell’essere. Dicevo che io posso dir tutto solo con le parole e que­sto mi umi­lia, in realtà questo non è proprio esatto, io non posso essere umiliato da ciò che mi dà esistenza, io in realtà sono il senso di qualcosa di piú profondo che appartiene a lui. Sono un suo limite con cui lui dia­loga e certe volte lotta; lui ancora non si è accorto, non ha ben compreso, ma forse sí, lo stesso però non può non provare, non tentare ed io con lui, di ve­dere mostrando; proprio in questo si re­a­lizza l’esistenza, tutto il suo mutarsi.»

«Ma ascolti l’aiuto che le chiede è quello di non rinunciare a vivere nei suoi atti creativi, di aiutarlo finché è  per lui possibile sostener­la nella sua ricerca, naturalmente se lei ritie­ne d’esistere.»

«Vede io non ho nessun motivo per nega­re la mia partecipa­zione, la mia esistenza non di­pende da me, se non nel limite di ciò che lui può essere nel confrontarsi con me.

 Io forse sono ciò che lui crede di capire, sono un suo linguaggio che fugge nell’impos­sibilità di esprimere la realtà della sua esi­stenza; ognùno può darmi un senso, ognùno che inter­preta questi simboli senza l’armonia tra l’oggettività del mondo e la propria sogget­tività. Io non posso riuscire ad esprimere l’indicibile che lui vuole da me; in realtà io sim­bolo, appartengo a quel mondo di comunica­zione che cessa in quel che l’uomo vive                         ma non può comunicare. Ma da esso scaturi­sco, dal bi­sogno che lui ha di co­municare la realtà, mi chiamo Art per questo, sono un atto di fede.»

« Non le chiederò piú nulla, credo che lei ab­bia ancora un cammino da svolgere, ma co­munque voglio dirle che il suo aiuto è stato utile; tenga questa bustina, contiene — la polve­re, — quando vorrà vedere chi è al cen­tro di quelle immagini la di­sperda nell’aria. Arrivederci e grazie! »

Torno a guardare quelle danze, ascolto quei suoni, ma ripenso a quell’uomo che ora non vedo piú. Mi ritrovo in mano quella bu­stina, non so aprirla, aspettare ma, ma poi la strappo e disperdo la polvere nell’aria. Vedo tra quelle strane immagini un uomo im­mer­so “ in reci­pienti ” pieni di acqua evaporiz­zante. Il reci­piente è trasparente l’uomo nudo. Vedergli le spalle ascoltare il suo ride­re, ridere di strano spavento, forte sempre piú forte. Due di quelle strane immagini si avvi­cinano “ai recipienti del suo recipiente.”  — L’uomo. — Trascinano due grossi sacchi, ne versano il conte­nuto nel reci­piente di quell’uomo — soda caustica, —  l’acqua si agita ed enormi nuvole di acido, si gonfiano, si estendono, si espandono, riempiono di sé l'aria circostante. Ride l’uomo, ride sempre piú forte. Scompaiono quelle strane immagi­ni, la musica cessa. Nell’aria riecheggiano le risa di quell’uomo: divorato cor­roso, dall’aci­dità, esogena forse.

Improvvisamente le spalle si mutano nel suo viso, — lo vedo — mi assale l’ansia; quell'uomo ormai distrutto, immerso nell’a­cido, con il mio vólto.

Fuggo scappo inizio a correre, lungo quella strada, corro finché le gambe non cedono alla stanchezza e respiro il profumo della terra l’ansia della disperazione; piango e le gocce del mio pianto nutrono la solitudine, così ignara ancora al mio comprendere. Ascolto il mio re­spiro e su di esso concentro la mia ipo­tetica im­perturbabilità, il mio ritornare.

Guardo guardo, ma non vedo niente altro che la strada e le sue case. Cosa resta altro da fare se non alzarsi e continuare a cammi­nare, proseguire il mio viaggio senza meta, giacché la mia meta è solo sentita, sentita, esiste, ma nel momento non mi resta altro che trovare; vivere trovando, scoprendo i pezzi che mi aiutano a riflettere, il coraggio di pensare.

Mi sento un abbozzo ma ogni cosa dell’esistenza è tale.  Qui non riesco piú a vivere la notte e d’ogni cambiamento. Vivo il mito, ma neanche lo ricordo bene, sfugge con la man­can­za di ogni riferimento.

Mi accorgo di avere dimenticato e che ogni agire non è neanche dire: Mi ricordo che era...

Il dimenticare è così profondo che è l'arte­fice di tutto l’agire e l’agire è forse il ritorno per non dovere piú ricordare. Ma quale agire persegui­re, come sapere di non sbagliare. Brancolare nel buio, sarebbe già qualcosa, se si conoscesse il buio. Abbiamo dato un nome a tutto e con i nomi io stesso posso esistere. Io stesso che sono creato da lui che mi scrive, sono un nome: Art, ma la realtà del mio nome è il senso del cammi­no dell’uomo nella ricerca di scoprire nomi nuovi, che siano sempre piú vicini al mondo senza nomi. Sono l’impossibile visione di ciò che non è visibile; forse solo chi riesce a non ve­dermi nel guardarmi, riesce a capirmi; mi compio realmente nel limite del percepire e immagino di esistere in ogni respiro che si ascolti. Devo proseguire il mio viaggio!

Trovo i miei piedi che si muovono lungo quel tragitto su quell’asfalto scuro; trovo il mio corpo che respira e tutto si ripete, si ripe­te, si ri­pete.

Chino lo sguardo sulla strada e la vedo stin­gersi schiarirsi, sempre di piú con filologi­ca progressiva. Ora è bianca di un bianco can­dido, sembra tutto piú leggero. Mi accorgo però che questo bianco candido è rotto dall’impronta delle mie scarpe; le tolgo ner­vosamente, ma i miei piedi lasciano ugual­mente la loro impronta sulla strada bianca di cui ormai mi senti prigio­niero.

Incomincio a correre, corro con la dispera­zione, l’angoscia che l’ineluttabile accadrà, mi sento l’ansia di non sapere e respiro la paura.

Vedo che qualcuno mi corre incontro, mi è vicino e si ferma davanti a me, mi dice: «Dove va? dove corre? non vada avanti fugga da qui!»

«Fuggire, ma come posso fuggire dalla fuga, come posso capire cosa sia il mio muo­vermi?

Piú fuggo e meno so cosa sia, non vi è la possibilità di altre re­altà, solo illusioni sono, il­lusioni nelle illusioni, come scatole magi­che, l’una dentro l’altra. Viviamo sempre nella real­tà. La no­stra illusione consiste nel non volere, non riuscire, per l’immensa paura che ancora non ricordo ad accettarne il vero significato. Ma in realtà tutto si perde nella similitudine, tutto acquista un senso nel senso, la paura dell’ipotesi. Il tempo del mondo non è altro che il nostro elenco delle cose, il pensiero nuovo per capire il no­stro dialogo.»

«Non so cosa dirle, sente queste urla, se pro­seguirà le incon­trerà presto. Forse tutto a un senso, addio!»

Vado incontro a queste urla, le sento sem­pre piú vicine, — le vedo. —

Quattro uomini ed una ragazzina di tredici anni. Gli uomini non hanno la testa e la donna al posto della testa ha una grossa bocca. Tre dei quattro uomini prendono la ragazzi­na, la met­tono supina a terra, due di loro le divaricano gli arti inferiori, affon­dano le mani sulle cosce bianche e morbide, leccan­dola. L’altro la tiene ferma per le braccia, mentre il quarto uomo in­comincia a in­filare il  pene dalla forma acquisita nella vagina arida della gio­vane vergine. Ogni volta cam­biando la loro posizione gli uo­mini...  e a turno penetrano la ragazzina.

La grande bocca, urla, urla, la ragazzina espelle dalla sua testa di bocca strazianti gridi d’impotenza a quella violenza.

Io sono fermo, le mie gambe sono come il marmo e osservo. Loro ogni tanto mi guarda­no, ma fanno finta d’ignorarmi.

Soddisfatti i propri piaceri gli uomini se ne vanno, lasciano la ragazzina da quella enorme bocca stesa sulla strada, bagnata dal suo san­gue.

Tutto è immerso nel silenzio, lei è svenuta ed io sono bloccato, fermo ad osservarla. Non mi sono mosso, sono rimasto fermo mentre tutto accadeva, ineluttabile. Lei volta la sua testa di bocca verso di me; io guardo lei, il suo corpo il rosso del suo sangue sulla strada bianca; non so se ha ripreso i sensi o il mo­vimento della sua te­sta è legato ad un sogno. Mi parla: «Tu non hai avuto il tempo, sei an­cora negli inganni della memoria.» Tira su il suo busto, rimane seduta sulla strada, si passa una mano tra le cosce, sulla vagina, la ritrae serra le gambe le unisce e porta i ginocchi all’altezza del suo mento e le abbraccia. Seduta così, rannicchiata come per riunire in sé la sua esistenza, continua a par­larmi: «Tu non hai avuto ancora tempo, tu non ci sei è per questo che ancora tu non partecipi, sei an­cora in attesa, solo e non capisci la solitu­dine. Io forse sono una violenza, un urlo dispe­rato dei soprusi subiti, la lotta verso l’equilibrio della libertà o un inganno sol­tanto. Non mi ri­cordo ho perso il senso della mia esistenza nella sua impossibilità è per questo che non posso dirti bene chi io sia. Mi ricordo di un limite a cui appartenevo, quello della dignità e del rispetto; pensavo fosse tutto nella libertà dell’uomo, l’asso­luto! e questo è stato il mio inganno maggiore, ho creduto di avere sco­perto la so­luzione, ma mi sono persa nel ca­pire come do­vesse funzionare. Io sono la vit­tima la mia vit­tima. Ti ho detto che tu sei solo e ancora non capisci la solitudine, in re­altà neanche io, so solo ciò che una volta ascoltai dal mio Silenzio.

 

“Cara amica

amica di tutti i giorni

Amica dei pensieri che si ritrovano nella felicità

quando sembri non esistere

e amica nei giorni malinconici e tristi

Tu sei sempre l’amica per poter capire

Mi hai ascoltato ogni volta

che il mio pensiero parlava

Tu amica che mi sei stata al fianco

tra la folla cieca e sorda

Cara amica

che mi hai fatto capire e ascoltare

le parole della terra

Un tempo io non sapevo e non capivo

e in esso io non ti conoscevo

Mi eri ignota come amica come io ero ignoto a me  Fuggivo dal tempo e mi ritrovavo solo, senza di te

Mi pensavo senza avere il coraggio di pensarti

mi parlavo senza parlarti

ero assurdo

Io dovevo essere l’artefice della comprensione

invece ne ero la confusione

Ora chi mi trova gioisce di me

perché trova te in me

Ti ringrazio di non avermi mai lasciato

Cara amica che non conosci tradimento

ti ringrazio e saluto

Ti saluto amica Solitudine.”

 

Questo mi ha detto il Silenzio, l’unico che io riesca ad ascoltare.

E tu che mi hai guardato non dire niente io non posso udire, io non vedo. So che ci sei per­ché percepisco l’ansia e la paura così pro­fonde nella tua anima, che le ritrovo nella mia, la stessa ansia e paura che ci accomuna in tutto l’esistente, siamo uguali in que­sto. Continua il tuo viaggio. Ora chiudi gli occhi e poi aprili e tutto sarà trascorso.»

Chiudo gli occhi e li riapro, tutto è trascor­so. La ragazzina il suo sangue, gli uomini non ci sono piú. Non so capire questo acca­dere; nella mia memoria tutto è registrato, ma quel che ho visto sembra essere stata un’illusione. Le ultime parole che ho ascol­tato, che lei mi ha detto sono state: Continua il tuo viaggio. Questa è l'unica cosa da fare, ciò che è accadu­to è accaduto, io non posso fare altro che prenderne atto senza giudicare.

 

Continuo il mio viaggio, ma per dove?    anche a questa do­manda, non so rispondermi, non capisco il perché. Solo ricordan­domi di “lui” posso immaginarlo. Forse cerca in me il suo in­ter­locutore, ma non mi parla, fa come tutti gli scrittori, lascia a me il compito di con­frontarmi con i suoi dubbi e i suoi pensieri, negan­domi anche le sue soluzioni.

Solo, in questa strada dove non ricordo un inizio; forse devo ancora iniziare e mi trovo qui per scoprirlo.

“Faust” cosa ti tormenta? cosa cerchi trami­te il mio esserti. Mi hai mandato nel caos per dubi­tare delle tue certezze per scoprire il per­ché della paura. Io non conosco il perché, come te viaggio nella comprensione del dub­bio. Forse è questo che vuoi è questo che io nel mio lin­guaggio fatto di simboli vivo: “accettare il dubbio” ri­nunciare alla paura, per viverla.

— Vorrei che tu dicessi qualcosa, che tu im­maginassi un atto creativo che ti permet­tesse di parlare con me, vorrei che fossi “pazzo” per allontanarti da me, ed essere io una tua entità non da te controllata.

Mi volevi, mi hai chiamato con il mio desiderio di chiamarmi. L’orgoglio torna sempre nei momenti di debolezza, si trasforma in arrogante superbia e si ritrova ad adorare sé stesso.

Tu stesso hai desiderato l’impossibile non essere me, tu che cerchi, che sei la mia Arte: la voce del mondo senza simboli, fórse la voce délla mia Anima. Ma fórse è giusto quésto, cóme tútto quéllo che è inevitabile nel cammino délla propria vita.

Io ho cercato il tuo aiuto, cerco il tuo aiuto aiutandoti ad esistere. Hai detto una vòlta, se ricòrdo bene, che avresti aumentato il mio dubbio, ciò è vero, ma è anche inevitabile; tu stesso hai detto che sei fatto di parole e le parole sono l’espressione di qualcòsa che non ha simboli, tu abbandoni il mio significàto e ne vuoi uno proprio, tuo. Lo hai da chiunque ti legge, ed anche tu Art sfuggi in ogni trasformazione la realtà. La mia essenza ha bisogno di te, ma allo stesso tempo vorrebbe negarti, giacché tu sei la palese espressione délla sua incapacità. Ogni Artista nella sua Arte cerca la voce per comunicare l’incomunicabilità, ma ciò che lo spinge nella sua ricerca è il desiderio incònscio di sentirsi tutt’uno con la propria Anima, senza l’ausilio di nessuna Arte.

La pazzia, la voce dal demone, l’energia che si insinua nei nostri desideri, fino a renderli impossibili da non desiderare; la capacità di essere i demiurghi di sé stessi, ma non saperne cóme; volerlo fino a crederlo. Accade in ogni piú insignificante gesto dell’umanità. Non voglio parlarti di altro, non voglio lasciarti senza domande.

Continua il viaggio!

Continuare il viaggio è quello che tutti mi di­cono, chiedono. La tua risposta genera in me al­tre domande, ma so che da te, ora non  le avrò, forse perché sono da scoprire nel pro­se­guo del mio cam­mino, o forse le vuoi te­nere per il tuo di cammino? Chi c’è oltre te?

Guardo dinànzi e nulla muta nella visione dalla stancante re­torica che ho nei miei occhi. I passi non mutano la propria dire­zione, il senso del mio camminare. Mi muovo verso Sud, Nord Est Ovest, non so, la direzione mi è data solo dagli eventi; in essi c’è la mia mo­bilità, nella capacità che ho di capirli.

Vedo in lontanànza l’immagine indistinta di un essere umano. corro, non corro incon­tro a quell’essere, che fare? chi è? a poi im­por­tanza saperlo, lui mi avrà visto? vorrà sapere chi sono? Forse non è niente altro che uno degli strani esseri  di questa strada?!

È davanti a me a pochi metri di distanza, posso vederla: è una Donna.

La guardo negli occhi, così tristi e profondi, occhi di chi conosce bene la gioia e per essa  lotta nella propria esi­stenza, ha le labbra calde e piene di armonia con le linee della vita. Anche lei mi guarda, che penserà?

Il momento trascorre, pieno di un materia­le silenzio. Lei mi viene piú vicina, mi guar­da e sorride, e mi dice:

«Anche tu qui?»

«Sí anche io.»

Perché questa domanda, perché mi parla così?!

«Non sorprenderti, di me, di come ti parlo ti aspettavo ero si­cura di incontrarti, forse ci cer­cavamo; ma qui non sentiamo nulla di si­curo, nulla che ci appartiene, che ci ricordi cosa siamo che siamo. Tutto ci spinge a ri­comporre il puz­zle dell’agire incon­sulto che ci ha fatto disperde­re, dimenticare.»

«Tu mi ricordi un tempo in cui i respiri, i miei respiri concilia­vano i miei ricordi. Con te mi ac­corgo che parlare è così bello, con te la parola perde l’obbligo di dovere spiegare ine­vitabil­mente tutto; mi sento profondamente legato a te quando è necessario per capirsi il solo silen­zio. Mi sento quieto e tranquillo giacché so di essere ciò che tu sei.»

«Io mi chiamo Anima, sono qui da molto tempo o forse solo da ora; sono in ricerca della mia voce, alcune volte mi sembra di tro­varla, ma in ogni uomo riesco a viverci e dimentico il mio af­fanno. Cerco di dimentica­re ma tutto torna di nuovo, ogni volta, ogni volta io respiro la sua dimenticanza. Vivo le sue angustie, ma non posso dirgli niente. Io appartengo alla sua certezza ma lui non può saperlo; sente il mio respiro come il suo re­spiro, ma non può fare molto. Cerca sé stesso e si accorge di non tro­varmi, può solo credere. Io sono qui per conti­nuare il viaggio, il tuo viaggio. Sono solo una Donna, forse, il caso ha voluto il mio nome.»

Art — Tu come ti trovi qui, in questa strana dimensione?

Anima — Come mi trovo qui? non so, non so come mi trovo qui, ma immagino che il mo­tivo del “perché” sono qui è uguale al tuo.

Art — Io? ma io non lo so e non immagi­no nessuna motiva­zione per essere in questa di­mensione, così, senza senso.

Anima — Senza senso?! ma hai mai cerca­to di capire, scoprire il perché ti trovi qui? non hai ancora capito che c’è una ragione , io credo precisa per cui noi ci troviamo in questa nor­malissima dimensione.

Art — Tu mi fai notare e mi parli di questo stato come della re­altà. La realtà, quante volte sento dire la realtà. Ho il desiderio di dire la mia sulla realtà, ma servirebbe?! cosa ho da aggiun­gere a quello che già si sa, a quello che le filoso­fie il pensiero ha già espresso. “La re­altà è chiu­dere gli occhi e dimenticare, aprirli e ri­cordare quel che si è dimenticato.” Io non ho mai pensato a questa dimensione come reale, io  non riesco a pensarla, sono troppe le cose che mi sfug­gono, sono confuso, ho vo­glia di vivere l’espe­rienza che avviene qui con te, ora che ti ho incontrata, senza per­ché, viverla!

Anima — Tu non sai che molti invilup­pano e si espellono da qui, molte volte tra i loro due inizi della vita.

Art — Ma perché tutto ciò, che senso ha sen­tirsi così in­consciamente legati, repressi; voler fuggire, ma essere trattenuti, da un bi­sogno che in fondo ci appartiene, l’impossibi­lità di dire ba­sta! I loro due inizi, non ti capi­sco, sai qualcosa che io ancora non so?

Anima — Apparentemente nessun senso, considerato che sembra di essere nell’irreale, ma quando potremo comprendere questa no­stra esistenza, vita, ci accorgeremo di ciò che abbiamo fatto in essa. I due inizi di cui parlo sono: la nascita e la morte.

Art — La nascita, la morte! non conosco que­ste realtà, io mi vedo come “mai nato” e in que­sta strada non vedo nessuno ini­zio. Sembra che io abbia un avversario che mi è indefinito, ma che forza opporgli allora?!

Anima — Ora possiamo aiutarci.

Art — Sí! Ma come, come?!

Anima — Non so ancora come, forse gli eventi, l’esperienza che costruiremo con essi ci aiuterà. Non so immaginarlo ma un modo deve pure esserci.

Forse riuscire a capire è già tutto.

Art — Ciò chi mi importa è che non sono piú solo; ora com­prendo la solitudine e la mia amo donarla. Unire le nostre esten­sioni solinghe è rientrare nell’esistenza, forse.

Proseguiamo a camminare, ci muoviamo lungo quel tappeto di catrame senza nessun motivo apparente. Non parliamo, assorti nei pensieri, assenti negli sguardi. Camminiamo, io all’estremità laterale destra lei su quella si­nistra. È molto che muoviamo i no­stri corpi, ci sentia­mo stanchi. Vòlto il mio viso verso lei, la “guardo e la vedo” nell’altro lato della strada, noto il suo corpo, mi accorgo che è bello. Mi guarda, ci fermiamo, attraversiamo la strada con i nostri sguardi, mi siedo in terra e appog­gio la schiena sul muro delle case. Lei dal suo lato della strada mi guarda è in piedi con le spalle appoggiate al muro delle case. È tutto pieno di silenzio e dei nostri respiri. Anima riso­luta attraversa la strada, si siede vicino a me e mi guarda; io affondo i miei oc­chi nei suoi e in questa emozione ho voglia di sfiorarle le labbra con le mie, ma mi trat­tengo e non so perché. Parlo.

Art — Tutto mi sembra cambiato, tutto piú incerto e nuovo, meno mi opprime e già im­magino che una possibilità per risol­vere que­sta circostanziata dimensione sia piú vicina, reale.

Anima — Può darsi, che nell’indefinito com­pito dei nostri ri­cordi ci sia la “realtà”; so­spesa in un limbo un dirsi diverso, che noi invano co­struiamo nella nostra ipotesi, nell’irreale analo­gia.

Art — Ricordare, sempre questo il dilem­ma, ricordare ciò che non si ricorda di aver dimenti­cato. Ogni accadere ci riporta sem­pre allo stesso punto di partenza. Tutto ci appare diverso, in pe­renne trasformazione, ma in fondo il senso profondo del nostro agire, la causa perenne è il nostro oblio.

Anima — Quale difficoltà può riporsi in esso, quale soluzione trovare in noi, quale prova ri­cordarsi. Provarci.

Art — Sono pochi i confronti e insoliti an­che, solo io e te e que­sta strada. Sperare sol­tanto nell’accadere, negli avvenimenti che qui si ge­nerano, sperare nella nostra capacità, possibilità di capire. Alcune volte ricordo dei nomi, ma non so se siano dei nomi, non rie­sco a capire a cosa si riferiscono, nomi come: animale, natura ateo-fede; mi ricordano un po’ quelle parole che hai pronunciato tu: Nascita, morte, provo la stessa sensazione di appartenenza ad esse, ma perché?

Anima — Tutto è parte dell’oblio che gene­ra senza essere cono­sciuto, noi siamo solo un suo movimento fino a quando dall’o­blio tor­niamo a conoscerci.

Art — “Lui” ci ha privato della sua stessa co­noscenza, narra le nostre storie e nega an­che ciò che ricorda; siamo l’esperimento di sé stesso.

Senza dire nulla ci alziamo e cominciamo a camminare, siamo vicini e ad ogni passo i nostri corpi si sfiorano. Il viso di Anima è pallido e immagino il mio in un vago ricor­do. Siamo stanchi con la voglia di dormire che ci sconfigge in un sonno profondo: distesi in terra i nostri corpi abbracciati.

Dopo molto spazio temporale rimembria­mo dal sonno, nulla è cambiato, la stessa strada le stesse case.

Riprendiamo a camminare in questo ignoto, tenendoci per mano, la guardo e le chiedo: Come ti senti?

Anima mi guarda per qualche istante negli occhi e non dice nulla. Non serve parlare, sem­bra che la comprensione trascenda le pa­role.

— Proseguiamo in silenzio per un lun­go spazio con la soffe­renza che crea in noi una presenza costante e forte e con essa ven­gono a noi i primi coscienti dilemmi. Guardo Anima che ha ri­volto lo sguardo ad una di quelle case.

Anima — Guarda!

Art — Dove, cosa!?

Anima — Lí lí lí, lí! sulle pareti di quella casa.

Art — Sí, cos’è! corri andiamo a vedere.

Ci avviciniamo increduli e curiosi al muro di quella casa, guar­diamo la scritta; Anima di­sten­de la sua mano e la tocca ma con  un gesto rapi­do e pieno di paura, la tira indietro, mi guarda e vedo il suo viso sgomento, un misto di sorpresa e terrore.

Anima — È caldo ho toccato qualcosa di vivo. È sangue è san­gue!!!! quello che è scritto qui è scritto con il sangue.

Vòlto lo sguardo verso la frase e incomin­cio a leggerla:

 

— Di fronte alle sofferenze del mondo tu puoi tirarti indietro, sí, questo è qualcosa che sei libero di fare e che si accorda con la tua natura, ma precisamente questo tirarti indietro è l’unica sofferenza che potresti evitare.

 

                                                                                          Franz Kafka

 

Rimaniamo lí a contemplare quella frase e la rileggiamo tantis­sime volte, fino a quando in noi non si crea la modificazione che ci aiuta a comprenderla.

Sí, si modifica qualcosa in noi, intuiamo che la sofferenza di cui parla la frase è la no­stra sof­ferenza e che se noi la consideriamo, non la causa ma un sintomo, la voce di una “realtà” piú profonda — accettandola per ca­pirla — allora è la chiave di molte porte.

Riprendiamo a percorrere la strada, ma ci ac­corgiamo che qual­cosa è cambiato. La strada, le case, che sono così incomprensibili ora in­co­minciano ad assumere un aspetto diverso, non so come definirlo, ancora è tutto così confuso così “incònscio”.

Noi abbiamo liberato la nostra sofferenza e dicotomie sempre piú aitanti si abbattono sul nostro essere. Gettano i nostri corpi le nostre anime, contro muri che sembrano invalicabi­li. In questi momenti capisco ciò che unisce me ad Anima, è la disperazione. So che è poco, ma non può essere altrimenti, siamo due esseri an­cora senza noi stessi e forse in ciò è la nostra di­sperazione.

Intanto i nostri piedi continuano ad andare l’uno dinànzi all’altro. Proseguiamo così, senza dire nulla perché non vi è nulla che io so, che Anima già non sappia. Camminiamo da anni, giorno forse mesi o minuti.

— Voi! venite qui dove state andando, in quali luoghi volete giungere?! venite qui da me parlatene con me.

La voce proviene attraverso la porta aperta di una di quelle case, a parlare è un uomo. Io ed Anima ci avviciniamo.

— Prego entrate, entrate nella mia stupefa­cente casa. Mi pre­sento, io sono la realtà vir­tua­le. Volevo parlare con voi, espri­mervi dei con­cetti, enuclearli dal contesto morfologico della vo­stra condizione.

Entriamo nella casa, ma ci troviamo im­mersi in un rumore di suoni, in una città. Vediamo uomini che si “muovono,” non riu­sciamo però a capire perché.

— Si siedano qui, prego.

Ci sediamo intorno ad un tavolo, nel mezzo di una strada di traffico automobilisti­co. L’uomo parla a noi , ma urla per farsi sen­tire.

— Certo tutto è diverso e al contempo ugua­le e cosa si vuole fare? lo sappiamo nel gergo dell’illusione cosa si vuol fare. Mi di­co­no che io appartengo a me stesso, io non ap­partengo a nessuno il mio linguaggio non mi esplícita e chi mi ha mi vuole. Ieri mi hanno aspettato tra le nuvole e oggi sotto terre. Il po­tere, il potere mi vuole, brama la mia opulènza. Io per il potere posso risolvere ogni problema di ergonomia esistenziale; alcune volte penso di essere io stesso il potere, il so­pruso in qualsiasi uomo. Tutti mi ac­cettano come vero e solo pochi ri­cordano che io sono la realtà vir­tuale. Oltraggióso è per loro rico­noscere la propria relatività a tutto quello che essi sono come real­tà. Hanno bisógno di me, mi hanno creato in­ventato, in effetti solo scoperto, giacché scopri­re è l'unica capacità che possono avere, sempli­cemente lasciando il loro desiderio per quel che è cieco. Desiderare di desiderare, ma non sape­re cosa. Così il desiderio si appropria di se stesso e si ge­nera senza nessuna memoria, di uno smemorato uomo. Per l’uomo negarlo è lo stesso che immaginare il nulla, l’inconcepibi­le per la sua mente che lo anela e la mente stessa che lo nega. Alcuni ne hanno fatto un movente esistenziale; dicono che il su­pera­mento di ogni desiderio è l’abbandono di ogni arroganza per cui soffre l’uomo; superarlo annientando ogni desiderio di desi­derare. In costoro scopro un desiderio sottile, oserei dire supe­riore, ma pur sempre desiderare è. Do atto a loro che si libe­rano dei molti desideri per rimanere con l’essenziale,  un unico desi­derio. Con esso pos­sono confrontarsi nei pro­pri limiti e forse riu­sci­re ad accettarli, è vero loro mi sfúggono, come altri, alcuni an­cora piú pericolosi. C’è chi vuole la propria sogget­tività diluita nell’oggettività di un esistere globale, accettando tutto, anche ogni deside­rio ma nessuno specifico. Prendendo l’esistere nella sua mutabilità per scoprirsi de­boli o forti nei suoi confronti, ma quel che mi stupi­sce, pur sempre uguali, non condannabili dal loro ente “sé stessi.” Mi è confusa questa idea come le altre e dovrei parlare ancora molto per capire.

Quel che volevo dirvi è che forse c’è una possibilità per elu­dermi, ma mi appare così sperimentale e così pochi i capaci di at­tuarla. Anche se in questi ultimi tempi ci sono delle strane fughe, delle osmosi in apparenza im­pos­sibili. Io realtà virtuale non ho le profon­dità fi­deistiche, ma solo l’opportunismo egoi­sta del potere che mi genera in chi mi vuole, sí. Ma torniamo al mio discorso a quello che volevo dirvi, forse nelle mie divagazioni avete già in­tuito, percepito qualcosa, vero, sii, vero! L’uomo da sempre nella sua inca­pacità nel comprendere, nel sapere il tutto, si rifugia, per placare la sua paura nella mia re­altà, io sono spesso la sua cer­tezza. Io ho la possibilità di fargli credere quel che lui vuole cre­dere. Certi, che chiamano scienziati sco­prono qualcosina e con questo qualcosina, co­struiscono una realtà indiziaria, fatta di lo­gica marginale all’esistere. Ma è così scarsa, piccola la loro cono­scenza che pensano che sia vera; riducono tutta la realtà a quel che loro sanno. Nel riproducibile è il loro sapere. Il riproduci­bile è possibile nel micro-co­smo, nell’agire nella piccola marginalità ri­spetto al tutto, di un tutto che si trasforma irreversi­bilmente.  Ogni riproducibilità è un passo nell’irrever­sibilità. Come capite bene tutto si il­lude, l’unica realtà sono io, ma non so perché con­tinuo a divagare.

Anima — Ci avete parlato della realtà, solo accennandoci ad al­cuni suoi aspetti, troppo su­perficialmente e non ho ben capito il vo­stro ruolo nella realtà. Ci propiziate solo degli ac­cenni di rispo­ste ben piú complesse? ci in­ganna­te! le vostre risposte non sono altro che do­mande.

— Non mi avete ben compreso, io non debbo dare risposte, io sono le risposte, vivo nei desideri, non lo avete ancora capito e sono l’illusione che ognùno si dà di averli realizzati. Io non ho il compito di far fare quello che un uomo vuole, ammesso che lo sappia, ma di farglielo semplicemente crede­re. Ma come pen­sate che si governi il potere ora. L’uomo ha bi­sogno di certezze e ha il co­raggio di trovarle nell’illusione di credere che le sue lo siano. Io gli do questa tranquillità, con me può dimenticare la sua vera condi­zione di perenne incertezza, la sua paura, ma non fatemi dare risposte, non è il mio compi­to, devo solo dare l’illusione di esse. Spero che siate riusciti, anche nell’incomplétezza di questa il­lusione a capire che io sono l’unica realtà di cui l’uomo può di­sporre.

Art — Perché?

— Andatevene, fuori dalla mia casa, voi cre­dete ancora nelle domande, cercate solo ri­spo­ste e non volete accettare me, illusi!

  Usciamo, siamo sulla strada, nulla è cam­bia­to nella sua sceno­grafia.

Anima — Siamo qui, in un posto immerso in se stesso, ne usciamo per mondi ancora piú in­consueti. Ha una fine questa dimensione e l’inizio, dov’è? Che la sua fine sia proprio l’inizio?!

Ascolto Anima che mi sta parlando, ma sono assorto per un istante in mie riflessioni. Penso a ciò che è successo e dentro di me mi accorgo, che il dove il quando di questa storia sono in grado io, forse, di stabilirlo. Se ciò è vero, in tutto  questo accadere, io devo riusci­re a capire me stesso, prima di ogni altra cosa. Con              me capire tutto ciò e chiunque vive. Uscire da me, osservarmi, sedermi al mio fianco ignoran­do­mi. Guardo me e mi conosco come un estra­neo, rendermi reale come il mio stesso ricordo, pen­sare e capire il perché di ogni pensiero. Riuscire a guardarsi è anche scoprire il limite di ogni “realtà oggettiva,” è guardarsi nell’impossibilità di scrutare la pro­fondità di un’antitesi inimma­ginabile, un’og­getti­vità au­tentica, oltre il pro­prio esistere. Fermarsi a que­sto limite e provare a differen­ziarsi in esso è l’unica possibilità, per stabilire un confronto in sé stessi. Anche se la margi­nalità dell’agire umano in ogni aspetto dell’e­sistere, evidenzia se stessa, il limite forse.

Anima — A cosa stai pensando?

Art — Nulla che tu già non sappia, mette­vo insieme alcune deduzioni.

Anima — Prova a dirmele!

Art — Non saprei come spiegartele; io quan­do penso vedo delle immagini che colle­go a delle parole, se io ti spiegassi il mio pen­sare, tu saresti in grado di afferrarne solo le parole, al­lora io dovrei spiegarti anche le immagini e…

Anima — Prova a scriverle, immagina di do­vermele spiegare scrivendomi.

Art — Io sono già scritto, ma non sono scritto per spiegare a chi mi legge qualcosa, ma affinché io, possa leggermi. In questa sto­ria non do spiegazioni dettagliate, esaurienti, vi deposi­to semplice­mente delle parole, pezzi di puzzle qua e là che ricostruíscono immagi­ni e pensieri nella mia mente. Non mi pongo il problema di essere chiaro o astruso, cerco solo di sapermi leggere. Anche questo come l’esistenza esprime la marginalità, la parte vi­sibile di una dimensio­ne piú àmpia. Lascio solo le parole per immagi­nare, in fondo non è questo il compito della pa­rola. Che poi ognùno immagini come vuole; anche se la speranza di chi scrive, non la mia in questa storia, è di scoprire  con la sua ricerca l’imma­gine di un sogno comune a tutti. Le pa­role hanno un peso una valenza profonda, spie­garle significa abbandonarle, rinnegarle. Sono sim­boli e i simboli possiamo solo sosti­tuirli con altri simboli, non riusciamo a comuni­care senza di essi, ne siamo prigionieri, ma esprimono anche la nostra libertà la nostra voglia di cambia­mento, se usati come sinto­mo di ricerca.

Anima — Ma tu, non sei il re dei simboli? non puoi avere que­sto pensiero di conflittua­lità con essi, sei l’espressione, forse la mia voce. Chi ti scrive parla di me con te. Lui è quello che cerca me attraverso te. Cerca di rendermi vi­sibi­le, l’arte è la sua pre­ghiera. Ma non può, sente la mia esistenza e non riesce a dimo­strar­la. Con te lui si sente piú vicino e alcune volte, in rari mo­menti in at­timi di sfuggente perfezio­ne lui riesce a sen­tirmi a ca­pire che esisto. In un mo­mento come que­sto tu hai potuto sentire la conflit­tualità, la sua conflittualità. Prima d’ora mai sei stato lui e lui te come in questo momen­to.

Art — Mi sento confuso, mi sento inutile nelle parole io voglio sentire con te, non avere bisogno di simboli, ma sentire; spegne­re ogni racconto e ogni storia, voglio vivere le cose senza raccontarle e gli altri mi siano spet­tatori se lo vogliono. Vorrei uscire da qui, da questa storia e da queste parole. Sono confuso, tu mi dici che quello che provo io in questo momento è ciò che lui sente, ma al­lora chi sono io cosa sono io? In questo momento mi sento una di­mensione parallela alla sua. Forse è vero vivo i suoi dubbi le sue angosce, lui è la mia realtà og­gettiva, ciò che mi permette di ve­dermi e io sono la sua. Guardarci nei pro­pri tormenti e nelle pro­prie ricerche, scoprirci disperati da un’arroganza: non volere accet­ta­re, forse, l’impossibilità che si palesa nell’esi­stenza di tutto. Umiltà, per riuscire ad accetta­re ciò che in noi stessi ci fa paura, perché ci toglie quelle sicu­rezze che in apparenza ci tranquilliz­zano. Scoprirsi ogni volta e viverci dentro. Ora so che mi attende una dura prova con quello che den­tro di me si è accumulato nel susseguirsi dei re­spiri.

Anima — Ci attende!

Art — È vero, siamo nella stessa situazio­ne, affrontiamo in­sieme i nostri “istinti cul­turali”. Già vedo nell’immaginazione la crisi per uscire dai condizionamenti e vincere la nostra aliena­zione.

Riprendiamo a camminare con il nostro si­lenzio, sulla strada dal suo consueto aspetto. Tutto è immobile fermo nella sua im­mutata prosecuzióne, all’improvviso come dal nulla come dal nulla, compare una specchio e come un muro invalicabile chiude totalmente di­nànzi a noi la strada. Non siamo subito co­scienti di ciò che accade, ci troviamo smarriti, perché vedia­mo due strani esseri: stanchi ine­spressivi e con  il cuore che quasi fuori-esce dal loro petto “in ogni suo battito”. Restiamo attoniti a guardare quelle persone. Sento un urlo, un urlo di dispe­razione giro il mio sguardo verso quell’urlo, vedo ch’è Anima. Urla come un’ossessa sembra impazzita, poi mi guarda e dice: «Art guarda! guarda, siamo noi quelli che vedi davanti a te, siamo noi!» «È vero, Anima tu hai capito prima di me, quello che io da tempo, “ora non ho piú biso­gno di aspettare”. Finalmente siamo di fronte a noi stessi Anima e vediamo non quello che pensiamo di essere, ma bensì quel che siamo realmente. Ci serve solo un po’ di co­rag­gio per affrontarci. Se è possibile guardarci, questo vuol dire che siamo diversi, ora, da come ci vediamo; ci spaventa, lo so, vederci come siamo stati. Ma riuscire a guardare quelle immagini quei noi stessi ci fa capire che anco­ra esistono solo grazie alla nostra volontà. Possiamo fare due cose, voltarci e tornare in­die­tro di­menticare chi cosa abbiamo visto, ma rimanere in questa strada, dimen­sione. Però in fondo soffriremo sempre e per sempre lot­te­remo con una parte di noi, quella parte che non accetta questa scelta; lei non vuole di­menticare e lotta per ricordare, ciò che l’altra nostra parte cercA a tutti i costi di dimentica­re. In questa lotta senza né vinti né vincitori si svolgerà la nostra vita se sce­glia­mo di vol­tarci. In realtà la nostra paura non è per ciò che ora scopriamo di noi; questo è solo un ri­cordo ritrovato, uno dei tanti lungo il cam­mino della nostra vita, fatta per ricordarci di quel che abbiamo dimenticato. Ricordo dopo ricordo, fino a l’ultimo, il primo “il ri­cordo.” È di questo che abbiamo paura, di que­sto ri­cordo che non ci dà risposta, di con­fron­tarci con esso e ritrovarci addosso tutto il no­stro dubbio, il ricordo della morte. In ogni ri­cordo che noi ritroviamo scopriamo un po’ di noi, ed ogni volta siamo piú vicini a cosa siamo realmente. Ci fa paura scoprire la no­stra paura e allora ci inventiamo strane cer­tezze, fantasmi a cui diamo un nome e con tale nome crediamo di renderli reali. Troppe pa­role che rivelano an­cora quel che non ho chiaro in me. Dammi la mano Anima, adesso corri con me, piú che puoi!»

Corriamo incontro a quello specchio, in­con­tro a quegli esseri che vi si raffigurano.

« Art!»

«Salta!»

Saltiamo, ci gettiamo contro quello spec­chio con i nostri corpi, cede lo attraversiamo, con la nostra paura che non esiste piú. Subito, oltre lo specchio siamo investiti da un flusso violento di abreazioni, scossi profondamente nella nostra emotività, sen­tiamo scorrere nelle vene il san­gue, avvertiamo la carezza dell’aria sulla pelle e per la prima volta sopra a quella strada, so­pra quelle case vediamo un cielo azzurro e infinito. Sentiamo il gusto di quel che ci accade e capia­mo che ciò che stiamo assapo­rando, con i nostri sensi le no­stre emozioni e i nostri sentimenti ri­trovati è la “libertà” il primo bacio che la “libertà” ci dà. Siamo felici, per la prima volta in questo modo, inconsueto.

Superiamo il disorientamento, l’ebrézza della  trasformazione. Ci guardiamo intorno e ci ac­corgiamo che i muri delle case sono intri­si di frasi, ci avviciniamo per leggerle, con una lettu­ra senza voce una lettura mentale, forse la let­tura dei nostri pensieri. Su un muro c’è scritto:

 

L’AFFERMAZIONE DELL’IO

 

LANGUIDE COME LE SPERANZE,

TIMIDE COME GLI SGUARDI,

ACCOLGONO QUEGLI SQUARCI UMANI

DOVE LE RECONDITE EMOZIONI SI RIFUGIANO,

ASPETTANDO L’EVOLVERSI DEI PENSIERI

CHE ATTRAVERSO LE INFAUSTE MENTI, COSì FERME

E PRIGIONIERE PER I PROPRI IPOCRITI MOMENTI....

FORSE NON VI È NESSUNO OLTRE LA CORTINA DEI                                                                              

SENSI

MA UGUALMENTE AMO L’AVULSA SPERANZA

DELLA GENESI

CHE LIBERA DAI FILAMENTI I NOSTRI CORPI

LE NOSTRE ANIME

PER APPRENDERE OLTRE LA FINE

I NOSTRI APOCALITTICI MOMENTI

COSì SUBLIMI E IGNARI DINNANZI AI LORO SGUARDI.

COSA ATTENDERE ANCORA

OLTRE QUESTE EURISTICHE PARVENZE

PARVENZE EMPIRICHE PER UN PICCOLO MONDO

AGNOSTICO.

LE COMUNITA` SI SONO DISSOLTE

E NON RESTA ALTRO DA FARE

CHE COSTRUIRE, FORMARE

CREARE L’UOMO IN SÉ STESSO.

NON ESISTONO REGOLE,

NON ESISTONO SCHEMI IN CUI L’UOMO

PUO’ ESSERE,

MA È L’ESSERE CHE AFFERMA L’UOMO.

Non lascio nessuna firma, sono soltanto un uomo tra gli uomini. Vano sarebbe un nome, non vi si può leggere la mia esistenza, l’esistenza di un altro può solo ipotizzarla. Gradirei essere un gesto umano nell’umanità.

 

Mah! forse, anche se in un tempo diverso dal nostro, questo uomo è passato in questa strada, ha vissuto le nostre stesse vi­cende, è appartenu­to alla dimensione dell’uomo. Questa dimen­sione uguale in ognùno di noi, la radice piú in­tima nei ricordi dimenticati, il respiro piú pro­fondo dell’agire della vita.

Rimango assorto in questi versi, quasi in­con­sapevole di fronte a ciò che leggo. Intanto Anima ha trovato dei fogli distesi sulla strada, è presa dalla loro lettura, mi avvicino per vedere cosa sono, lei me li porge per far­meli leggere, iniziano così:

 

Troppe volte si rinuncia hai propri pensieri.

Se i momenti per agire fossero di eguale entità, di quelli per pensare!? Allora si aprirebbero molte porte, ignote e sepolte sotto una coltre di alie­nazione.

GIORNO, 0-0-0000 ORE 16,56.

Fuori non c’è niente, all’infuori del vago dell’insenso.

Fuori l’uomo serpeggia senza volere credere alla propria coscienza.

Seguire programmi già prefissati, pro­grammati, inseriti nei sistemi di attua­zione ingenerativi e astratti.

E per chi cerca un’altra essenza cosa c’è: nulla? noia? fol­lia? astrazione gene­rativa e alienante?

 

Molte volte quando non si sa cosa fare, si pensa a cose astratte e tremendamen­te concrete. Ricordi ricordi ri­cordi, allu­sioni con la propria esistenza emotiva cozzano piú volte contro quel muro che non riesci a sentire se non al mo­mento della tua coscienza.

Avrei voglia, credo, di qualcosa che non ho, di qualcosa che spero di trovare in ciò che sento nel mio istinto emo­zio­nale, estroverso.

Molte volte cerco tra i pensieri, tra i momenti degli altri. Spero di trovare la risposta ad un altro perché geniale e af­fannoso.

 

IO e Anima siamo sopraffàtti da così tanti messaggi. Non sap­piamo se c’è un ordine per la loro lettura, se sia poi necessario leg­gerli o no. Leggiamo seguendo la curiosità e il caso, su un altro muro c’è scritto un breve raccon­to. Anima e io ci avviciniamo al muro le dico: «Leggi a voce alta.» Anima mi guarda mi sorride poi volta il viso verso il muro e inizia a leggere.

 

IL “tempo” è un po' grigio, ma nonostante ciò sono così felicemente tristi, che io domando a me stesso se io sia pazzo oppure semplicemente fuori dalla realtà, così programmata e condizionata, che le fasce sociali culturali, ipocrite dell’umano non hanno mai deciso di affrontare.

1) Giorgio esce di casa il pomeriggio, vagando con il suo corpo auto­nomo, per le strade per le piazze, nemmeno lui sa per dove. L’unica certezza che cono­sce è il suo vagare, con quel suo corpo astratto e ancor piú con la sua anima.

2) Generando, aspetta che qualcuno si accorga della sua presenza è così trasparente che per accor­gersi di lui bisogna morire.

"1" disse a "2" — «nelle città non si può piú vivere, se non si vuol far parte degli schemi che ci hanno as­segnato prima di poter, noi stessi, indivi­dualizzarci.»

2  «Credo che noi dovremmo trovare una nostra dimensione ambientale, nello stesso tempo credere di meno nelle nostre possibilità di apprendimento, crede­re di meno nelle nostre facoltà di creare pensieri.

L’essenza di vivere agiatamente e senza problemi sta nel fatto che noi riu­sciamo ad annientàre le nostre facoltà, di cui sopra abbiamo diffusamente parlato. Adempiendo a ciò, noi non solo  troviamo il nostro modo di vivere, ma diamo un emblema finale alla no­stra vita. O véro riuscire ad annientàre quelle cose che sono la vita stessa.»

1 «È meraviglioso come l’uomo ci sia riuscito.»

 

Ritrovarci strani, ma curiosi di quel che si è letto. Forse non ca­pire bene, riflettere per chie­dersi quel che solo forse s’intuisce.

Corro, corro su questa strada, corro in mezzo a sinistra a destra, attraverso la strada da un lato all’altro tocco i muri delle case le scritte di cui sono intrisi corro corro corro mi fermo al centro della strada allargo le braccia le distendo in fuori giro giro giro su        me stesso e tutto mi gira intorno cado le spalle sulla strada la nuca sulla strada e guardo il cielo. Anima è rimasta a guardarmi, corre e mi rag­giunge, si disegna nel mio sguardo nell’az­zurro del cielo. Sorride e mi guarda, io la guardo dalla mia an­golazione alzarsi verso l’alto, distendere tutto il suo corpo nel mio sguardo, le sor­rido anche io e la trovo bella. Mi stende la mano, la prendo nella mia e mi aiuta ad alzarmi. Sono di fronte a lei e la guardo negli occhi, l’abbraccio la stringo a me e la sento abbracciarmi.

Il profumo dei suoi capelli il loro contatto sulla mia guancia. È tenue e silenziosa l’emozione impalpabile, come un sogno. Ascolto il suo corpo respirarmi tra le braccia. Tutto si placa tutto è tranquillo. Il mio sguardo nel proseguo della strada, vedo qual­cosa, sem­bra un piccolo pacco appoggiato, lí al centro della strada, dove finiscono le frasi finiscono i fogli. Guardo oltre quel qualcosa lí per terra e mi appare mutato, mutata la strada.

«Cos’è?»

Anima lascia l’abbraccio, solo una mano ri­mane nella mia. Entrambi guardiamo in dire­zione di quel qualcosa.

«Cosa?» mi domanda Anima.

«Quella cosa lí in terra.»

«Non so andiamo a vedere, siamo troppo di­stanti, da qui po­trebbe essere qualsiasi cosa.»

Camminiamo e piú ci avviciniamo e piú le ipotesi su quel che può essere cambiano. Siamo vicini molto vicini, ci chiniamo e rac­cogliamo un pacco di fogli, sul primo foglio c’è scritto:


 

 

  ELòQUIO

            Chiacciere ma non troppo


«Sembra un líbro» la mia voce dice.

« È un líbro, un líbro da leggere.»

«Lo leggiamo ora?»

«Sí, sediamoci lí.»

«Sei sicura di volerlo leggere?»

«Sí, dai qua, inizio io a leggere.»

«Ma chi l’ha scritto?»

«Non c’è scritto è anonimo.»

«Anonimo!»

Un líbro anonimo. Anima inizia a leggere.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(voce fuori scena di Monalisa)

*

Parlare di me attraverso il tenue ricamo di un ri­cordo. Ricordare la mia immagine che osservo nei miei quotidiano gesti. Vorrei "sentire" sempre il senso accadermi.

È così che mi rammentavo in quel momento, lo stesso di ogni ricordo; per questo ora mi dico quel che mi accadde e che mi sta accadendo. Cerco in me lo spunto che mi permetta di al­zarmi in volo; è immi­nente il precipizio e come un uccello mi sento vi­cina all'orlo del vuoto. Cerco il pensiero la pa­rola per aprire le mie ali ed abbracciare l'aria di que­sto mio effemeride guardarmi. Dover dimenticare per vivere il mio ricordo.

Mi guardo allo specchio e mi chiamo "Monalisa".

(Monalisa e Elza nella libreria. Intente a siste­mare i libri)

             MONALISA

Elza, nei momenti di alcune giornate, guardo fuori, attra­verso i miei sogni. Oltre la vetrina tutto si svolge come sempre, ma io rimango ad osservare nell'attesa di cogliere uno sguardo, un gesto, qual­cosa che sia fermo nel tempo: la stabilità di un at­timo, cogliere questo momento inafferra­bile nella vita degli altri, mi ricorda la mia speranza. Vedere quel muoversi, la mia ricerca di un attimo… mi porta via nei pensieri. Guardo fuori attraverso i miei so­gni ad occhi aperti e mi accorgo che sto desiderando ciò che ri­cordo. In realtà i miei sogni non sono al­tro che ricordi, forse emozioni costruite nel mio vivere. Sogno accadimenti nuovi, ma per rivivere le emozioni già vissute. E se tutta la nostra vita non fosse altro che la ricerca delle emo­zioni, la risco­perta di quelle emozioni, perse nell'intimità più profonda dell'essere umano?

               ELZA

Monalisa sono le sette di sera, ovvero le dician­nove nelle ventiquattro ore della giornata, abbiamo ancora uno scato­lone di "amici" da sistemare ed io vorrei andarmene non ol­tre l'ora di chiusura. Cerca di tornare sulla terra!

             MONALISA

Esci con Lucio, stasera?

               ELZA

E già!…

             MONALISA

E dove ti porta? in quale parte della tua realtà. Scommetto…

               ELZA (garbatamente scocciata)

Lo so! lo so! che vuoi dire, che si atteggia troppo che getta il suo denaro in faccia agli altri per di­mostrarsi su­periore. Che non è niente altro che un orologio, la mac­china, ecc. ecc. Forse è vero ma mi sento sicura vicina a lui, sembra non aver bisogno di nessuno, questo mi dà sicu­rezza e poi è così bello!

             MONALISA

Beati i vent'anni, mi fai sentire una matusa a par­larti in questo modo Elza. Tu hai bisogno di sicu­rezze, che nessuno può darti e ti trovi così a disa­gio nel cercarle dentro te stessa. Hai così voglia di vivere che fermarti a riflettere è una perdita di tempo per te, sei piena di energia empirica e sai che vorrei che tutta, questa energia, tu abbia la for­tuna di trasformarla in gioia. È giusto che tu viva come vivi, ma se qualche volta tu ti fermassi con un mio "amico" lui sarebbe ben lieto di diven­tare anche tuo "amico" e forse scopriresti che ti potrebbe anche aiutare.

               ELZA (sorridendo)

Libri libri e ancora Libri!

             MONALISA

Comunque fa' quel che vuoi, non vorrei che sba­gliassi con i miei consigli. Lucio, sappi che non è altro uno che gioca a fare l'uomo ed è anche un pes­simo attore. È solo un debole che come può nasconde le sue debolezze, negandole persino a se stesso, se fosse un uomo non avrebbe nessuna difficoltà a rico­noscere i propri limiti.

               ELZA

Come sei bella Monalisa, mi dedichi sempre degli sguardi, attenzioni, accendi dentro di me i tuoi ri­cordi. Mi vuoi bene e di questo sono felice. Penso spesso a quello che mi dici e rido di gioia quando ti vedo in ciò che mi succede. Sono con gli altri che mi guardano stupiti, mentre io rido durante i loro discorsi, modi, che sembrano seri e mi ri­cordo di quel che mi hai detto. Ed ora è lì davanti a me che sta accadendo, ed io sono felice, felice del tuo amore. Mi sento serena quando tu mi parli. Non sei mia madre, né una  sorella e quel che più e bello neanche un'amica. Se avessi scelto Saffo non potrei con te. L'amore che mi lega a te è quello dei sor­risi dei gesti e dei respiri. Alcune volte senza che tu te ne accorga ti guardo, ma non per vedere come ti muovi i tuoi gesti, ma perché ho voglia di un tuo sguar­do. Ti guardo per prendere l'attimo in cui i tuoi occhi ac­colgono me in te e mi sento così vi­cina, sento la tua gioia la tenerezza di cui sei ca­pace. Come sei bella Monalisa.

             MONALISA

Quanto respiro hai dentro e gli occhi di una venere piena d'anima. Quel giorno, quando hai aperto la porta e sei en­trata: i tuoi occhi la linea del tuo volto, la gioia delle tue mani e il suono di quel ciao, la prima parola che mi hai detto, mi hanno fatto percepire i tuoi pensieri più emozio­nanti. Ricordo…: "Mi chiamo Elza e vorrei che tu mi aiu­tassi ad uscire dall'istituto in cui vivo da oltre i miei ricordi. Non guardare le mie lacrime è perché fuori è freddo… qui in­vece…"

               ELZA

E tu mi hai risposto: "Forse, le lacrime, sono i tuoi desi­deri che si ricordano." Io in quel momento ho capito che mi avresti accettata.

             MONALISA

E d'improvviso vidi il tuo primo sorriso. Ricordo l'emo­zione del mio respiro, la gioia di averti sco­perta, la for­tuna di esserci trovate. Ti domandai: Hai mai conosciuto i libri? "non molto, quando li guardo penso alle foglie morte, ma tu che vivi tra tutti questi libri non mi sembri una fo­glia morta." …Grazie

               ELZA

Ti ricordi delle parole onomatopeiche?

             MONALISA

Sì!

               ELZA

Drin! questa e quella della porta che non hai sen­tito, è entrato "un ospite," vai tu, intanto io fi­nisco di mettere in ordine gli amici.

             MONALISA (perplessa)

Buona…sera!

              FAUST

È bellissima!

             MONALISA

Sì… certo… è… bella?

              FAUST (guardandosi intorno)

Camminavo senza scoprire troppo dove andare, poi ho attra­versato la strada… il suono dell'auto che fre­nava: istinto, corro più in fretta, supero la strada, salgo sul marciapiede e con lo slancio della corsa vado incontro alla vetrina di questo posto, la forza di gravità interviene e mi ferma ap­pena in tempo. Il mio viso si guarda riflesso nel vetro… Faccio un passo indietro e mi allontano dalla ve­trina, alzo lo sguardo e leggo l'insegna: "Monalisa". Afferro la mani­glia è antica e bella, apro la porta e sono entrato. Poi ho visto… e ho ca­pito che era inevitabile che io incontrassi in que­sto luogo… Con tutti questi "amici".

             MONALISA (felice)

Amo sempre questo luogo e sono contenta se altri…

              FAUST (interrompendola)

È il suo nome Monalisa?

             MONALISA

Di mia nonna.

              FAUST

E tu… come ti chiami?

             MONALISA

Ha importanza… conoscerlo?

              FAUST

Non so, è una domanda che non faccio mai!

             MONALISA

Monalisa!

 

              FAUST (interrogandosi)

Come la nonna… Ma…

             MONALISA

Già, ma non è questo che volevi sapere, quando mi ha chie­sto se il mio nome fosse Monalisa…

              FAUST

Non far caso al mio sorriso è… è che mi piace… que­sto par­larci. Cosa volevo sapere… quan…

             MONALISA

Volevi sapere il perché, di quel nome a questo luogo. Sbaglio?!

              FAUST

No… non sbagli.

             MONALISA

E poi il tuo sorriso… mi piace.

              FAUST

È bellissima! Questa volta non dubitare, l'ho detto a te.

             MONALISA

Quel buona…sera! sai volevo dirti ciao.

               ELZA (Elza li raggiunge)

 Salve! che c'è, che avete da ridere.

            

             MONALISA

Questa è la bella Elza.

              FAUST

E sì! è…

             MONALISA

Ehi, guarda che sono gelosa.

              FAUST

Se lo dici con quel sorriso…

               ELZA

Ma cosa dite? perché non fate capire anche me. Sei un amico di Monalisa?

              

              FAUST (indeciso)

Ma…

             MONALISA

Penso di sì!

               ELZA

Caspita! dove l'hai tenuto nascosto.

             MONALISA

Forse nei miei pensieri.

               ELZA

Ma allora lei non è un ospite? come si è trovato nei pen­sieri di Monalisa, ci ha capito qualcosa?

              FAUST

Nei pensieri mi trovo sempre a mio agio, in quelli di Monalisa sono nei miei pensieri… Ospite, cosa vuoi dire?

             MONALISA

Chi entra qui, mi piace pensare che sia un ospite: ospitato e ospitante. Questa libreria l'ho sempre pensata come posto per accogliere i pensieri. I li­bri sono pensieri. Pensiero che incontra il pensiero di chi legge leggendosi. sono "ospiti".

            

              FAUST (rivolto ad Elza)

Chi non è più ospite? perché dici che non sono un ospite? Elza.

               ELZA

Io non l'ho ancora imparato, non so ciò che si prova a non essere più ospite. È Monalisa che dice sempre di non "par­larne"; mi dice che è tutto in ogni parola, in ogni parola c'è il senso di tutte le parole. Forse dovrei riuscire a sentirmi un'unità con questo luogo…

              FAUST

Perdere la parola per ritrovarla vera. Sei simpa­tica Elza… e bella!

             MONALISA

Bellissima!

               ELZA (prima sorpresa, poi decisa)

Ehi ma che ridete? Non mettetemi in mezzo hai vo­stri gio­chi… occulti. Okay! per stasera io ho fi­nito. Monalisa chiudi tu, per favore.

             MONALISA

Vai ci penso io. Divertiti!

               ELZA

Non preoccuparti… Buonasera!

              FAUST

Buonasera!

             MONALISA (mentre chiude la libreria)

Anche per oggi la luce è nel buio, la notte ci placa e ci sveglia nei  sogni… e le serrande scen­dono verso la terra…

              FAUST

È un modo gentile per dirmi che è l'ora giusta per andar­mene?

             MONALISA

Perché?…

              FAUST

Perché non ho capito? Ho afferrato ho afferrato, volevi in­vitarmi a restare, non ad andarmene. Le serrande scendono verso la terra, il giorno è nella notte…

             MONALISA

E tu, cosa fai? accetti il cambiamento, resti o vai via…

              FAUST

Avvisato, reso cosciente che in te in questo mo­mento della giornata avviene una mutazione… Trasformarsi insieme, forse. Mi hai cautamente invi­tato.

             MONALISA

Guarda! premo questo pulsante e le serrande scen­dono verso terra.

              FAUST (scherzando)

Ho sempre pensato alla poesia di certe serrande elettriche, ma non avrei mai immaginato una serranda di questo tipo.

             MONALISA

Oh serranda che così chiudi e apri, il tempo dei momenti: Grazie e arrivederci…

              FAUST

Meglio arrivederci e grazie.

             MONALISA

…Meglio arrivederci e grazie. Scendi al suolo, muta in ico­noclasta immagine la visione di ciò che fu aperto…

              FAUST

…Assurgi a te e nelle mattine fredde alzati verso l'olimpo dei cieli. Ti premo il pulsante oh mutande meccaniche. Amen!

            

             MONALISA

Amen! Mutande? che c'entra?

              FAUST

Ho detto mutande?

             MONALISA

Hai detto mutande. Perché hai detto mutande, per­ché?

              FAUST

Eh! I dilemmi della vita sono tutti nelle mutande.

             MONALISA

E ci ridi pure!

              FAUST

Lo so è pessima come battuta, ma ci stava così bene.

             MONALISA

Ba…sta! non farmi ridere così…

              FAUST

Oddio, mi manca il respiro, basta… se non sme…tti tu… di rider… Calma riprendiamo fiato.

             MONALISA

Dammi la mano.

              FAUST

Tien…

             MONALISA

Zitto, silenzio. Solo la mano.

              FAUST

Ascolto solo la mano.

              FAUST

La libreria è chiusa e noi dentro, presumo che ci sia un'altra uscita, oltre quella principale. 

             MONALISA

Abito qui sopra, c'è una scala interna che va dalla libre­ria al piano di sopra.

              

              FAUST

Giornata  non usuale, carica culminante. Questa mattina ho preso la macchina e ho deciso dopo quat­tro anni trascorsi nella stanzialità, di muovermi di spostare il mio corpo. Ho viaggiato per alcune ore e ho incontrato questa città. Ho fermato la macchina  per proseguire a piedi questo mio muo­vermi e cammi­nato per… per… non so dire quanto, forse un'ora, prima di entrare qui.

             MONALISA

Ti va se ci sediamo un po' lì, nel salottino. Dopo aver chiuso la libreria mi piace ancora di più. Ne respiro il si­lenzio nell'intensità del suo profumo. Tutta la materia di cui vive, sono gli alberi… Ascolta!…

             MONALISA

Hai sentito?

              FAUST

Nel silenzio, lo scricchiolio? del legno del pavi­mento.

             MONALISA

Sììì!

              FAUST

Quando sono entrato mi sono sentito, ho provato la sensa­zione di essere sopra un palcoscenico. Sembra la scena tea­trale: l'altezza, quel piano che spezza in due lo spazio verticale, sorretto da queste co­lonnine in legno; legno quanto legno qui, il mate­riale del tempo!

            

             MONALISA

Mia nonna l'ha voluta così: il pavimento le pareti, il sof­fitto, gli scaffali dove "attendono" i libri, provengono tutti dallo stesso bosco. Il suo bosco antico. lo chiamava così. Dove gli alberi erano forti e pieni, fieri del loro tempo. Qualcuno decise che quel bosco doveva morire, quel posto dove il re­spiro del tempo aveva dimorato per tanto, doveva trasformarsi in qualcosa d'altro. Quando iniziarono a tagliare il bosco, mia nonna spese gran parte del suo denaro per comprare più alberi che poté. Sono sicura che se avesse avuto il denaro sufficiente avrebbe comprato l'intero bosco. E così mia nonna si ritrovò con dei grandi alberi senza più radici.

              FAUST

Cosa farne?

             MONALISA

Già! cosa farne. Fu il nonno, come mi raccontava la nonna, che provoco la soluzione. Mi disse che non faceva altro che prenderla in giro, diceva che quel legno sarebbe finito nella migliore delle ipotesi come tavoli da cucina. Una volta gli disse che se ne potevano fare delle bare. Mia nonna rispose che sa­rebbe stato più utile per riscaldarci dei vivi anzi­ché dei morti… Nonna diceva sempre che quella fu una strana giornata…

              FAUST

…Ogni scoperta è una strana giornata.

             MONALISA

L'incendio! mio nonno tornò a casa in preda a una crisi d'ansia, tenendo tra le mani un libro e di­cendo alla nonna: "L'incendio! la sala teatrale è bruciata, il ’piccolo sa­lotto‘ non c'è più…" Si se­dette… "Ho comprato un libro." La nonna prese il li­bro, era "il Faust", guardò il nonno e disse: "La compreremo noi e diverrà ’la libreria‘. Il legno de­gli alberi del bosco, il suo corpo e i libri l'a­nima. La chiameremo: ’Diana del bosco‘." Mio nonno rispose: "Si chia­merà Monalisa!"

              

               FAUST

Sembra non appartenere alla realtà una storia così, eppure non potrebbe essere più vera. Dove è finita la tenerezza, la voglia d'accarezzare l'ansia di un respiro… che è proprio. L'abbandono di ogni sicu­rezza e ritrovarsi tranquilli, vi­cino a chi… insieme si è vinto, la malattia dell'essere umano. Non si può essere, stanchi.

             MONALISA

Sì!

              FAUST

Quanti pensieri in ogni parola e quante parole in ognuno di noi. Ma quante di queste parole possiamo realmente vivere. Quali parole riusciamo realmente a capire? Ne basterebbe una e tutte le altre si svele­rebbero in ogni pensiero, emozione. L'esperienza di leggere un libro sembra così comune, invece penso che l'esperienza della lettura sia così poco cono­sciuta. Quanti sentono: il disagio l'ineluttabilità, il ter­mine ultimo della parola. Percepirne l'incapa­cità è il li­mite per riuscire a scrivere e poter confrontarsi nel leg­gere. Nell'arte dei sensi tutto avviene attraverso essi. Nell'arte della parola il senso è un tramite a bassa va­lenza. la parola che apre la porta della coscienza, la pa­rola immanente nei pensieri…

             MONALISA

…Il silenzio, la parola giunge fin lì, dove non esiste più è lì che si genera. ’Il silenzio che an­cora non esiste, dove nulla vi è di dimostrabile: il limite.‘

              FAUST

La parola che raggiunge i pensieri e da lì i sensi. Certe volte mi viene di pensare che il sogno di ogni autentico ar­tista sia quello di non aver più bisogno della propria arte. Il bisogno che nasce di espri­mere l'inesprimibile si palesa in ogni simbologia artistica e in essa il limite, l'insuffi­cienza del simbolo. La sofferenza della ricerca nasce da questa consapevolezza non accettata, ma tale capacità è il vero senso dell'arte. Tutta l'arte legata ai sensi termina qui, va oltre solo per analogia. La parola non può non ac­cettare la consapevolezza del proprio limite, e se in tutte le altre arti c'è il limite del simbolo, nella parola è il limite del pensiero, solo vivendola così se ne ha la sua pienezza. L'eterna lotta della consapevolezza porta l'uomo sia che lo rifiuti o no verso un mondo di paura, paura che assume di volta in volta volti diversi a secondo dei mecca­nismi dimenticati, a secondo del livello che si ha nel ri­fiuto umano del limite, il rifiuto di ricordare

             MONALISA (riflessiva)

…La morte!

              FAUST

L'incerto pensiero tutto nasce lì. La morte come perno co­stante della propria vita. Limite invalica­bile e pure sol­tanto in questo estremo tentativo, compresa. Tutto è morte; nella vita tutto si cerca attraverso di essa. Viviamo nella più assoluta in­certezza e nell'agire nella nostra quotidia­nità il bisogno di trovare, perlomeno cercare un momento di tranquillità: L'apparente certezza.

            

            

             MONALISA

Ogni certezza che costruiamo è la fuga per dimenti­care la nostra incertezza, placare per un po' la paura di aver sco­perto di essere esseri a termine in un mondo senza fine, senza coscienza.

              FAUST

La morte! è innegabile ed ogni agire che cerca di affermare il contrario lo conferma. La morte il no­stro confronto estremo, l'unica certezza. L'unica certezza dell'esistenza è la prova "concreta" dell'assoluta incertezza dell'essere umano. Quale estrema tensione è la vita nel placare la ri­cerca di ogni uomo in tutto il suo bisogno psicologico. Tutta l'ansia di vivere in un confronto impari con la morte. Tutto nasce dove muore, "dall'incerta consa­pevolezza" della propria fine.

             MONALISA

Vuoi dire che se io mangio respiro, se ho una vita biolo­gica ciò avviene per vincere la nostra fini­tezza?

              FAUST

La nostra vita biologica acquista la sua finitezza attra­verso la nostra consapevolezza. Noi sappiamo che la biologia che ci permette di esistere è tran­sitoria e agisce come ogni sicurezza umana, ha ter­mine nella fine nella morte; nella trasformazione della compiutezza del nostro non più essere. Non solo la biologia, ma ogni desiderio è la costruzione di sicurezza, di pace psicologica col pensiero della morte. Una pace che si trasforma spesso in guerra, quando si accanisce nel negare l'innegabile.

             MONALISA

Fammi un esempio.

              

              FAUST

Un esempio banale in apparenza: Il fumo, la siga­retta. È palese che sia deleteria alla salute, che sia causa essa stessa di morte, ed è proprio in ciò che si palesa la guerra, la negazione dell'innega­bile. "Io" ho la consapevo­lezza della marginalità della biologia che mi permette di esistere. Ma non accetto ciò, come mi pongo, confronto con questo dato di fatto volendolo negare, in nessun altro modo che sfidando la morte. Fumo vado contro la biologia che mi permette di esistere, in questo modo nego che la biologia di cui vivo abbia fine ed io con essa, non accetto il mio stato nella natura, faccio qual­cosa che nega la realtà, la morte. In realtà proprio ciò non fa altro che confermarla, si dimo­stra inne­gabile, ogni negazione di ciò che è innegabile è la suo affermazione; la morte è l'unica essenza innega­bile, la certezza!

            

             MONALISA

    Ma allora "io" se voglio avere la certezza, l'unica certezza, sono costretta ad uccidermi; il suicidio è l'unica cosa che rimane.

              FAUST

Il suicidio non è la certezza, il suicidio non è la morte ma la sua negazione. "Io" mi uccido perché ogni mia ricerca di convivere con la consapevolezza di essere "biologicamente finito" non ha placato la mia ansia psicologia, la mia paura. Questa paura che non la si avverte ormai più nella sua purezza, ma attraverso la sublimazione che sfocia nell'inconscia sintomatologia esistenziale: depressioni, schizofre­nia e schizofrenia culturale. Tutti siamo malati di paura, dietro ad ogni certezza perduta c'è la resur­rezione o la morte. "Io" mi uccido perché non ho più il coraggio di riconoscere di essere limitato, una persona che morirà. Non accetto questo a tal punto da negarlo con l'atto più forte, estremo che ho: il suicidio. Il paradosso si compie nel suo estremo dramma, ultima illusione, nego la morte morendo.

             MONALISA

Non vi è via di scampo è la morte che vince. È una partita senza avversario… senza né vinti né vinci­tori.

              FAUST

  Esatto, senza avversario l'errore è proprio qui conside­rare la morte la nostra contrapposizione. La vita è un gioco con noi stessi, la morte esiste per­ché esistiamo noi, noi stessi siamo la morte.

             MONALISA

Accettare la morte è l'unica possibilità di esi­stenza, vivo con la consapevolezza di morire, ho la consapevolezza che ogni altro essere umano muore. Mi chiedo questo modo di pormi nei confronti degli al­tri non è nichilistico?

              FAUST

Rifletti bene; tutto nasce dalla morte, ogni azione del no­stro vivere quotidiano è motivato dal bisogno che abbiamo di superare la paura primordiale, nata nell'istante in cui l'uomo ha preso consapevolezza della morte e in essa di tutta la propria incer­tezza. La morte è l'unica certezza che abbiamo, ma in essa è anche racchiusa tutta l'incertezza. Ora il grado di consapevolezza che abbiamo della morte è va­riabile in ognuno di noi: minore è la consapevo­lezza della morte maggiore sarà il bisogno di surro­gare "l'incertezza la paura" con la sicurezza cultu­rale. La cultura non è altro che questo, l'uomo na­sce come produttore di cultura prima della sua na­scita, nell'archetipo ricordo della sua morte, di questa sua primordiale scissione. L'unica repres­sione biologica da cui nasce la cultura è quella di non voler ri­cordare la morte. Il nichilismo cos'è? Il nichilismo è l'on­nipotenza dell'essere umano, ogni cultura che nega la morte la afferma. Quando si esprime il pensiero che il nazismo è la cultura della morte, non se ne comprende appieno il si­gnifi­cato; è sì cultura della morte, ma perché ne è la nega­zione. Nel negare la morte l'uomo costruisce culture che eleva a certezze assolute, ma ogni cer­tezza assoluta creata da un essere che muore nega tutte le altre. In ogni cultura c'è la ricchezza per aver placato la paura della morte, ma la cultura è malata quando non accetta il proprio limite la pro­prie fine, la propria morte. Nell'essere ciò nega tutte le altre giacché nelle altre culture non vede la conoscenza, ma il suo contrario, vede un avversa­rio che rimette in di­scussione la propria certezza, il risveglio della paura. E quello strano orgoglio, perdita di umiltà di non voler rico­noscere di aver paura, porta alla negazione di ogni altro pensiero umano, ci si perde nel sentirsi immortali. Hitler era prigioniero della paura di morire, incapace di accettare la propria fine. Il nazismo ha incarnato la paura di ogni uomo, il sogno folle di ogni essere vivente: non aver più paura della morte! Questa "schizofrenia culturale" è il ni­chilismo. Quando "io" essere umano nego con le mie "sicu­rezze" la possibilità ad altri di trovarne delle proprie. Siamo tutti malati ma lo siamo di più quando le "mie sicu­rezze" non sono in armonia con quelle degli al­tri.

             MONALISA

Nasciamo per essere morti; questa consapevolezza può get­tarci nello sconforto più assoluto, eppure è l'unico mezzo di comprensione. L'animale vive nell'armonia assoluta con la sua realtà biologica, come se questa scissione con la morte non sia mai avvenuta nella sua inconsapevolezza. Non vi è nes­suna differenza tra "la negazione della morte e l'accet­tazione della morte, tra il negare di vivere e l'accettare di vivere." L'animale si spegne non avendo mai dimenticato. Quante guerre conflitti nella storia degli uomini e di ogni uomo. Ma di quanto perdono c'è bisogno per placarci, di quanta compassione verso ognuno di noi. Come si può condan­nare chi ha paura. Pentirsi in ogni senso assoluto, di ogni istinto di orgoglio; di ogni volta che si agisce pensando: "Io non morirò". Ma perdonarsi nella compassione di un Dio che io non conosco per aver dimenticato ciò. Io atea nella mia sofferenza cerco la comprensione della mia co­scienza, nel ge­mito sofferente nella consapevolezza della mia fine. Come porsi di fronte a Dio, sia che esista o che non esista?

              FAUST

Con l'oggettività della morte nulla cambia. Un ateo o un cristiano sono la medesima realtà. "Ogni agire è la placida conferma della fine, la negazione è la sua affermazione."

             MONALISA

Ma chi è un vero ateo.

              FAUST

O un vero cristiano. Credere nell'uomo, confidare nelle sue risorse; ma non accusarlo di onnipotenza. Credere in un uomo che muore; che attraverso la morte scopre il limite di tutti gli esseri. Il dramma di sentire in ogni respiro la propria fine, senza nessun riparo dal freddo di un esistenza im­mensa nella sua solitudine. Aiutarsi nell'uomo, tranquillizzare la paura guardandosi solidali tra noi; essere in ogni uomo nella sua epifanica pace. Sapere di avere perso la certezza, in un tempo, luogo, lontano nelle profondità della memoria umana. Nulla ci riporta alla certezza; come il nulla ci è indimostrabile. Ateo credo nel nulla ma solo con la fede posso dimostrare che il nulla esiste. Nella morte voglio ve­dere la fine, in realtà vedo solo la morte; anch'io nella presunzione della concretezza della vita vivo l'illusione di tutti gli altri; non mi accorgo di avere fede credendo in un concetto im­maginato: il nulla! L'unica atea certezza è la morte, la mia paura d'essa, la voglia di vincerla. Mi acca­nisco con ogni mio pensiero per negare la sua esistenza, ma scopro solo la fine del pensiero. Confondo la vittoria con dei brevi ritardi, rattoppi in un corpo; spesso la mia arro­ganza trasforma que­sti umili aiuti nella vana ricerca di on­nipotenza e con essa, nasce la paura di un altro: la tiran­nia. Supplicare le proprie angosce scoprirle in tutti e cosi trovarsi solo perdendo l'illusione di essere l'unico a sof­frire; di germinare quei batteri di sofferenza che immagi­navi essere solo tua. Scoprirsi uno tra i tanti riconoscere di essere stato un folle nel sentirti meno impaurito di tutti. E ora che sei in fondo a te stesso che scopri tutta la paura dell'umanità: esplodere e divampare dentro di te, ora, ti accorgi di voler essere, desiderare di ap­partenere all'ultimo te stesso. Ti rendi conto che tutto il mondo è impaurito come te, che tutta la morte è la morte e basta. Cerchi l'uomo, in ogni suo grido, ma non vuoi più gridare con lui , vuoi solo parlare, vuoi solo stendere la tua mano e dire: guardami, guardami, non ho nulla da darti nulla da proporti, solo di parlare parlare con me tra noi, cautamente pensare e, tranquillamente poter smettere di pensare, umil­mente capirne la fine. Darci ad ognuno la possibilità di avere un po' meno paura, capirci avere quella perspicacia empatica che mi fa essere sicuro nella tua sicurezza e che la mia sicu­rezza sia la tua. Ora che mi scopro ateo mi placo e guardo ogni uomo come me stesso; accetto il limite di ogni essere e non parlo del nulla, non mi ri­guarda non lo conosco non è concreto. Concreto è l'uomo e l'uomo non è quel che dice di essere ma quasi sempre è quel che è. Concreta è la morte con­creta è la vita che vi è in essa. Ho abortito ho fatto guerre ho ucciso vecchi e bambini, mi sono sentito dio più di una volta, sono stato un ditta­tore ho massacrato tor­turato, venduto embrioni pezzi di corpo, ho ingannato per essere più sicuro. Ho avuto potere ne ho voluto sempre di più di più, non credevo in nessun uomo se non in me stesso, io ero la misura di tutto. Toglievo sicurezze le rubavo ad ogni altro essere, lo umiliavo lo soggiogavo fino alla di­sperazione più assoluta poi gli rubavo anche questa, la­sciandogli solo il bisogno di onnipotenza per vincere la propria paura. Scoppiavano guerre e vendevo armi. La paura primordiale cresceva, lotta­vano per non morire di fame? No! questo non basta perché la paura di sapere di morire c'è sempre. Nascono i pensieri con essi le culture, attraverso le culture della morte si dimentica di morire. Ogni cultura diventa certezza, ma la paura c'è sempre e la certezza non basta mai. Altre certezze, altre culture, potenziali rivali alla propria sicurezza. Ogni individuo è una certezza che si è costruito o appartiene ad una cultura. Ogni pensiero che non rientra nei suoi pensieri è un antagonista per lui; ogni uomo ha un'illusione che crede di essere certa; ogni uomo combatte con il suo prossimo; Ogni uomo muore credendo di non morire. Basta ora voglio es­sere ateo, capirmi e capire; non aver paura di avere paura, di non sentirsi sicuri e ac­cettare di non es­serlo, di non credere nell'assoluto giacché non è concreto per noi uomini; ogni assoluto non è parte della morte di cui noi siamo componenti essenziali. Accettare il limite dell'uomo e in esso guardarmi e guardare gli uomini. Non più negare la morte ma smettere di averne paura e conciliarsi con la vita. Che ogni sicurezza mi sia in armonia con la vita e, non con la negazione della morte. Che i miei simboli siano null'altro che il mio pensare, il mio pensare il mio essere il mio essere il mio agire. Che i sim­boli muoiano attraverso il mio capire gli altri.

             MONALISA

Il tempo tenue e silenzioso si svolge nella suA compulsiva esistenza, in brevi istanti in apparenza mutevoli. La lotta per eludere un magnete così po­tente da far finire ogni con­flitto. Lì dove tutto sembra muoversi il tempo è fermo, come tutto ciò che sta nella sua origine, nella sua fine ritorna.

              FAUST

In ogni conclusione c'è il perché dell'origine, lo svol­gersi che c'è in mezzo è l'illusione del tempo. La coerenza con il fine è già il fine realizzato. Il volere raggiungere sfalsa la coerenza e può degene­rare nella fine stessa della coerenza, nella nega­zione stessa del fine; che in apparenza raggiunto ci mostra l'agire autentico del nostro passato, tutti i nostri infausti mezzi.

             MONALISA

Riuscire a cauterizzare il tempo è già sufficiente; in que­sto compito mi imbatto in me stessa, muovo i miei pensieri, muovendomi con essi. Cerco di supe­rare i momenti di paura scoprendoli e svelandoli a me stessa. Sono atea e già dirlo mi fa dubitare di me stessa; ho afferrato le pagine del vangelo e pure mi ci sono ritrovata nelle mie conclu­sioni; ho guar­dato Cristo e non ho potuto che amarlo chie­dendogli il perché. Il compito della croce si è perso, die­tro ai ricordi di Dio. Dietro a chi con la sua modesta memo­ria immagina Dio chiuso nella sua religione. Le religioni non sono altro che il ricordo confuso di Dio, e quando la paura dell'uomo si insinua in loro, la verità che custodi­scono nel loro più umile ri­cordo svanisce, il bisogno di Dio si trasforma nel suo opposto e le certezze in olocausti. Ho immagi­nato l'uomo nel suo lontano paradiso, abbandonare Dio, quel Dio di certezza e scoprire la morte, (scelta) la na­scita della propria paura. (dimenticata) Pensato a Caino ma­lato d'invidia, che sente la paura tormentarlo nel pensare ad Abele che accetta la propria sorte, che placa la sua an­sia. Caino guarda Abele e non accetta quel che sono, nega la tranquillità del fratello negandola a se stesso. Uccide l'altro sperando che più nessuno gli ricordi la realtà, che lui possa vivere delle sue certezze. Ma il pensiero nel suo limite torna a tormentarlo; torna la paura; solo, è lui stesso il suo nemico. Dall'alto di una torre ho immaginato l'essere umano in affannoso ritorno a Dio, con tale ansia che nell'impossibilità di ognuno di tornare dove l'ori­gine è iniziare a parlare tutti la lingua di nes­suno. Ogni essere nella propria certezza, immagi­nando Dio ha dimenticato ciò che l'essere umano è. La storia torna a compiersi ogni volta. Ho visto in un vecchio libro l'essere umano inumano, nominare e gloriarsi di Dio. Ho pensato a Dio Disperato or­mai nei suoi tentativi di far vedere l'essere a l'essere umano, mostrandogli la propria inumanità. Ma l'umano ha im­maginato Dio a volerla. E la fatica di Dio di oggettivizzare la vita umana si è persa nella paura. Io non so di Dio che quel che i miei dubbi sulla vita mi dicono, ma ogni pensiero di Dio è vicino al mio essere atea, all'essere umano. Penso a Gesù in croce solo per essere stato se stesso, per aver detto al mondo di essere gli unii negli altri, di essere li­beri di amare non avere più paura. È stato ucciso perché ri­metteva in discussione ogni certezza umana. È lo specchio di tutto il nostro limite. Ha chiesto all'uomo di accettare la vita, di non chie­dere conto del nulla che non può sapere e del tutto che non può capire. Accettare la morte, che tanto finisce, anch'essa nella vita; ha chiesto solo di credergli, semplicemente riconoscendo quel che siamo, che moriamo. Per questo è morto; non ha fatto nulla di male e tutto il male dell'essere umano si è scagliato contro di lui. Ha preso su di sé tutti i peccati dell'umanità. Che sono, quali sono i peccati se non "la paura". Ha accettato tutte le nostre nev­rosi, le ha subite; tutto il nostro negare la morte che lui ci ha ricordato. Ucciso dalla nostra paura dalla nostra schizofrenia culturale. L'umanità in­tera ha dimenticato, e non perdona Dio di ricordar­glielo. Le religioni spesso non accettano il proprio essere umanità, trasformano Dio non nella misura dei propri limiti, ma i limiti vengono trasfor­mati nella misura di Dio. Dicono che morto in croce sia poi ri­sorto. Ci ha detto che basta avere fede, ma che avere fede non è credere, ma credere è accettare la vita. Basta vivere in ogni azione il coraggio della propria sorte, vivere in armonia con tutta la morte della vita. Lui ha vinto la morte. Io umile essere non so se questo sia vero e il mio essere atea mi pone in accordo con il pensiero di non poter sapere quello che non so; di prendere atto di un evento che non posso né negare né affermare, del pensiero che non posso conoscere. Ma è indubbio che Cristo con la sua azione sia uno specchio indeformabile per noi. Che ogni altra azione ispirata dal suo agire produce gli stessi effetti. L'azione di Cristo ci ha libe­rati dall'angoscia del giudizio spingen­doci verso la conoscenza, Cristo ha distrutto la fatica delle si­curezze simboliche, non negandole, giacché l'uomo non ha pensiero senza di esse, ma avvicinando il simbolo alla realtà, negandogli l'effetto illusorio, riducendo il rito all'essenziale; alla fine di ogni tradizione oppres­siva. L'agire di Cristo pone l'uomo dinanzi alla scelta di interpretare l'esistenza nella sua globalità, nell'umanità della morte. Agire credendo in Cristo o nell'essere umano, la cosa non cambia, la morte è la stessa e la soluzione an­che. Se credessi direi che Gesù è stato l'estremo tenta­tivo di Dio affinché noi riuscissimo a scoprire quel che siamo e scegliere l'uomo o la sua negazione. L'amore è la cura che ci ha mostrato Gesù. Da Atea non posso che riconoscere l'og­gettivizzazione dell'umanità attraverso l'azione di quest'uomo. Il richiamo alla responsabilità della vita.

              FAUST

È così difficile capire l'amore, un termine asso­luto. Dio a posto in chi crede la fede come unica possibilità di com­prensione e nessuno, nessuno è né infallibile né fallibile. Gesù ha fondato la sua chiesa sulla fede di Pietro, lo stesso Pietro che lo ha rinnegato; Pietro che poi ha sco­perto l'infinita compassione di Dio accettando la propria debolezza, ricordando al canto del gallo quello che lui era si­curo di non essere. In ogni uomo può avvenire la scoperta di Pietro ed è lì la chiesa. Nessuno è in­fallibile, al di fuori di Dio. Nessun essere umano ha vinto la morte, nessuno può dare la morte. Tutto serve alla vita nulla è inutile. E l'ironia è una componente importantissima nel riequilibrare gli eventi. Stiamo rischiando di prenderci troppo sul serio e se facciamo ciò finiamo col dimostrare tutto il contrario di quello che abbiamo detto. Il sorriso libera dall'angoscia della morte e se non sbaglio l'essere umano è l'unico che ride…

             MONALISA (rilassata e stupita)

L'unico fifone che conosciamo. Però! abbiamo pen­sato in­sieme per un bel po'.

              FAUST

Chi è che bussa sulle serrande?

             MONALISA

Che ore sono?

              

              FAUST

Non so , non ho l'orologio.

             MONALISA

Allora è Elza, questo vuol dire che è mattina.

              

              

              FAUST

Tutte le mattine è così? bussa sulle serrande e tu sei den­tro che aspetti?

             MONALISA

Sì, cosa credi che questa è la prima volta che passo la notte nella libreria. Se avessi guardato con più attenzione ti saresti accorto che sei seduto su un divano letto.

              FAUST

Non sembra! Mannaggia ad averlo saputo prima…

             MONALISA

Non metterti strane idee in testa, eh!

               ELZA (bussa sulla serranda e chiama)

(TAM! TAM! serranda) Monalisa!

             MONALISA

Arrivo!

Monalisa alza le serrande e apre la libreria.

              FAUST (ironico e tranquillo)

Oh serranda che così chiudi e apri, il tempo dei momenti…

             MONALISA

Arrivederci e grazie!

               ELZA (entrando)

Buongiorno!

             MONALISA

Buongiorno!

              FAUST

Buongiorno!

               ELZA (falsa sorpresa)

Ehi! ancora qui! Non mi direte che avete passato la notte qui dentro?

            

            

             MONALISA

E tu dove l'hai passata la notte?

              FAUST

Be' è giunta l'ora di andare, Monalisa, tieni que­sto è il mio biglietto da visita.

             MONALISA

Grazie!… Ti scrivo su un pezzo di carta il mio nu­mero di casa, …tieni e telefona.

              FAUST

Certo.… Ah! dimenticavo la cosa più importante.

             MONALISA

Cosa?

              FAUST

Un libro, comprare un libro.

             MONALISA (gioviale)

Che libro desidera?

              FAUST

Mi dia un libro che si possa considerare "il li­bro"!

             MONALISA

Aspetti qui, torno subito.

             MONALISA

Ecco un libro che può essere definito: "il libro".

              FAUST

"Faust" di "Fernando Pessoa". Brava!… Ti telefono presto, appena finito di leggerlo. Ciao!… Ciao Elza.      

               ELZA

Arrivederci!

             MONALISA

Ciao!

(DRIN porta) Faust esce

               ELZA

Fuori le notizie!

            

             MONALISA

Ti racconterò, ma non ora ancora è presto. Su met­tiamoci a lavoro.

               ELZA

Almeno dimmi come si chiama.

             MONALISA

Non so, sai ho dimenticato… e lui non me l’ha detto.

              CLIENTE (entra nella libreria)

(DRIN porta) Buongiorno!

             MONALISA

Salve! in cosa posso aiutarla?

              CLIENTE

Cerco "Aut Aut" di SÖren Kierkegaard.

             MONALISA

Elza mi porti un volume di Kierkegaard. Permette che le faccia una domanda?

              CLIENTE

Certo.

             MONALISA

Studia la filosofia come storico, o è un filosofo?

              CLIENTE

Filosofo.

             MONALISA

E cosa pensa del suo pensiero?

               ELZA

Ecco qui il libro.

             MONALISA

Grazie.

              CLIENTE

Vede io penso che il genere umano si divida, tra chi crede nei miti e chi crede in Dio. Chi crede nei miti vive delle sue proiezioni ha un concetto dell'esistenza, dell'altro esclusivamente sogget­tivo; la vita come sviluppo egocen­trico. In ogni mito, dai genitori all'amico, la moglie, a dio che diventa il proprio dio, sono parti di se stesso che acquisiscono nomi diversi. Questo essere finisce con sé, in lui tornano gli dei dell'olimpo, il perché l'uomo ha inven­tato gli dei. L'essere della filoso­fia è lo sviluppo dell'essere umano, l'emancipazione dagli dei, la distinzione tra la percezione sogget­tiva e quella oggettiva. La nascita di Dio. Credere in Dio comporta la negazione delle proprie proie­zioni pone il limite a noi stessi, l'altro è altro da noi. Per un filosofo credere nei miti significa assolutiz­zare il proprio pensiero, significa aver raggiunto il Logos L'episteme nell'egocentrismo della propria esistenza. È rin­negare la saggezza so­cratica, di sapere di non sapere. È il diniego stesso della filosofia. Nel momento che l'essere umano si stacca dai miti si stacca da se stesso, crede in Dio nel confronto, in un’esistenza che non finisce nel pro­prio limite, ma che la consapevolezza del proprio limite è il viaggio verso il logos. Scoprire il termine delle cose, essere consapevoli che il pensiero ha un limite giacché noi stessi la nostra esistenza è epilogo. Essere in cammino verso la comprensione con il pensiero in empatia è già suf­ficiente. Scoprirsi a scegliere è forse il logos. Io penso e ho come specchio l'assoluto, l'assoluto mi mostra la mia im­possibilità è questo credere in Dio, lo sviluppo dell'ogget­tività.

             MONALISA

 Dire "io sono", è già affermare di essere. Aggiungere qualcosa a "io sono" è non sapere chi si è. Forse non centra molto con quello che mi ha detto, mi scusi.

              CLIENTE

Di nulla, anzi. È evidente che mentre io parlavo è stata stimolata a riflettere e il pensiero che ha espresso non è affatto lontano da quello che le ho detto.

             MONALISA

Ecco il suo libro, tenga.

              CLIENTE

Ha il resto di…

             MONALISA

Certo, …a lei. Arrivederci e grazie per i pensieri.

              CLIENTE

Grazie a lei. (DRIN porta)

 

«Anima dai a me il libro, continuo io la lettura.»

«Tieni.»

«Allora, “grazie a lei”»

 

(Diversi giorni dopo. Monalisa al telefono di casa.)

             MONALISA

Pronto?

              FAUST

Ciao! ti disturbo?

             MONALISA (riconoscendo la voce)

Salve! non disturbi, dimmi.

              FAUST

Domani puoi prenderti una giornata libera?

             MONALISA

Dipende, perché cosa hai in mente?

              FAUST

Niente di straordinario, voglio invitarti a passare la notte fuori, insieme con me. Conosco un posto,  una pianura bellissima tra le montagne degli Appennini. Giacché stanotte è la notte di San Lorenzo, ho pensato a questo luogo come ideale per guardare le stelle. E pensare un po' insieme.

             MONALISA

Va bene!

              FAUST

Vengo a prenderti all'ora di chiusura.

 

(Monalisa e Faust in viaggio.)

              FAUST

Vedrai è un bel posto, ti piacerà. Sei un po' si­lenziosa, a cosa stai pensando?

             MONALISA

Oh nulla in particolare, quando viaggio in macchina osservo gli accadimenti, i posti che si incontrano durante il viag­gio e  mi sembra di guardare un film a velocità accelerata.

              FAUST

Non manca molto, anche se arriveremo agli ultimi raggi del sole, il posto lo troverai interessante.

 

(Giunti sul posto.)

             MONALISA

Bello e quando spazio. Guarda che bello con le luci accese quel paese, lì sopra. Sembra vegliare sulla pianura.

              FAUST

Sì è molto bello, anche se quella luce inquina un po' il buio della notte. Vorrà dire che ci perderemo qualche desi­derio.

             MONALISA

È abbastanza lontano…

              

              

              FAUST

Prendo il sacco a pelo, così creo la nostra posta­zione d'osservazione.

             MONALISA

Certo ch'è tutto un prato.

              FAUST

Dovresti vederlo a primavera, l'intera pianura fio­risce, è uno spettacolo molto suggestivo…

             MONALISA (guardandolo)

Ma che fai?!

              FAUST

Mi spoglio nudo e mi sdraio sul sacco a pelo. Spogliati an­che tu.

             MONALISA

Così! qui!

              FAUST

Ora mai è notte e non ci vede nessuno.

             MONALISA

Ed ora che sono nuda che faccio.

              FAUST

Ehi calma. Vieni qui sdraiati e rilassati.

             MONALISA

È bello!

              

              FAUST

Senti l'erba morbida sotto il sacco a pelo, ascolta sulla pelle quando è bella la carezza dell'aria.

             MONALISA

Sembra di stare in mezzo al cielo. Sto pensando a quale emozione possa ricordarsi. Le emozioni sono la migliore op­portunità, che abbiamo per muoverci e ca­pire.

              

            

              FAUST

È vero sai. Voglio raccontarti una storia, che con le emo­zioni ha molto a che fare.

             MONALISA

Prima che inizi voglio dirti, che mi sento bene, sto bene con te perché è possibile parlare come si pensa e ho l'im­pressione che tra di noi ci sia un margine tale per la com­prensione, che il giudizio perde ogni valenza negativa.

              FAUST

Lo penso anche io. Ma non lo dici perché hai un po' paura che questa magia possa finire? …Non finirà!

             MONALISA

racconta.

              FAUST

Certe volte nella vita si scopre all'improvviso quello che non si immagina di sapere e la storia che ti racconto è una scoperta. La racconterò come se fosse accaduta a me e in tempo reale. Te la racconto come mi è stata narrata e spero che tu riesca a tro­vare la sintonia per capire. Ti dico che quello che ti dirò è vero, la persona che ha vissuto quest'esperienza è "autentica". Prima di iniziare la storia della sua scoperta ti parlerò di "Faust", è il nome del mio amico. Faust è un genio un autentico genio. Il suo percorso nella vita, non usuale lo ha portato a sviluppare un’armonia con la ricerca. Ha abbandonato presto tutto ciò che a suo dire gli im­pediva di avere un rapporto di perspicacia empa­tica intellettuale con la vita. Tutto ciò che rientra nelle sicurezze sociali. Tutte quelle certezze che per noi persone comuni rappresentano la nostra so­pravvivenza. Ha abbandonato ogni accademismo o me­glio lo ha superato. Lui dice che nell'istante che si sa fare qualcosa, in realtà non la si fa più, termina il confronto con lo scoprire. Ha lasciato per strada gli insegnanti ed ha sempre cercato i ma­estri e li ha trovati nelle persone veramente grandi e sapienti, lui li chiama i grandi umili. In realtà lui ama dire che ha impa­rato da tutti, giacché negli altri ha conosciuto una possi­bilità. Non ha tempo per il giudizio, ma quando, come lui ama dire con­stata i fatti è la persona più oggettiva che io co­nosca. Studia di tutto ma quello che lo affascina di più è non essere un intellettuale insicuro che fa del suo sapere il dogma per vincere le proprie in­certezze, ma spesso gli piace dimenticare. Sembra non avere memoria per i nomi, im­magina che quello che d'importante c'è da pensare sia dell'essere umano. In realtà non dimentica niente di vera­mente importante, solo che fa funzionare la sua memoria in modo particolare. Richiama le informazione quando sono vera­mente utili, in quel momento anche quello che sembrava di­menticato gli torna alla memoria. Vive le difficoltà di tutti quelli, che come lui ri­mettono in discussione se stessi e gli altri, senza nulla concedere all'apparenza. Dimenticavo ha una pensiero che tende ad unificare le cono­scenze e farne una logica di sintesi. Ho cercato di darti al­cune nozioni su di lui, ma naturalmente la sua uma­nità non vi può apparire. Le gioie le sofferenze, la globalità della sua vita non si può racchiudere in poche informazioni. Lui non mi ha parlato in modo approfondito delle conoscenze scientifiche che lo hanno portato a costruire, il come di ciò che ha fatto. Mi ha parlato della sua esperienza nella sua forma umana. Anche se alcune cose vi si possono co­gliere, sono solo frammenti. Ascolta.

 

(Faust parla per Faust)

Il potere la bellezza di perdere ogni plenitudine nel po­tere. Cosa augurarsi, augurare se non di non avere più biso­gno di potere, non incontrarlo più, sia nella sua forma ba­nale, sia nella sua forma più banale. Alcune volte quando conosco una donna le do­mando: Ti piace guardare il mare? Se comprende la mia domanda, allora le dico: Può darsi che riu­scirai a guardare anche me. Amare rinunciando a qualsiasi forma di potere che consciamente e inconsciamente abbiamo sull'altro, lasciarlo agire in se stesso fino alla scelta di amare, la capacità in entrambi è l'equilibrio in amore, l'amore.

La vita è ricerca, ricerca per la comprensione. Io sono stato sempre affascinato da ciò che avviene all'umano in questa sua ricerca. L'umano vive l'il­lusione nelle sue illu­sioni. L'uomo nasce schizofre­nico, nasce già scisso; riesce a curarsi grazie alla cultura  dove crea anche quel che non esiste, un se stesso da cui nascere, un mondo nell'illusione come punto di confronto. L'umano ha sempre dinanzi uno specchio un confronto inesorabile "se stesso". Non negarsi ma capirsi non conoscenti è l'inizio del cammino.

Nella vita sono sempre stato colpito dalla scienza; la scienza umana legata al riproducibile, alla sco­perta della sua fallibilità. Questo mi ha portato a pensare se sia poi possibile superare la stessa scienza. Cioè uscire dalla si­militudine con la na­tura  ma essere la natura, scegliere ciò che la na­tura sceglie per te entrare nella neutralità del suo agire. Una delle forme percettive dove l'umano si è ri­trovato come progetto della natura è la schizofre­nia. L'umano è scisso dalla certezza è scisso dalla stessa incer­tezza perché ha dimenticato l'emotività della morte. Si è sempre schizofrenici anche quando si vive nella "realtà". Ma entrare in quella schizo­frenia che nega nella forma più as­soluta "la realtà culturale" è quello che mi è sempre inte­ressato di più. Riuscire ad entrare nella follia sciente­mente esserne l'artefice e non diventare folli nell'inco­scienza. Scoprire la porta per entrare in questo spazio per­cettivo, senza bisogno di nulla semplice­mente assecondando la natura umana. Essere coscienti dentro questo mondo è il massimo della consapevo­lezza che l'umano può raggiungere. Forse è meglio che inizio a raccontarti.

Narrare un incontro è difficile, spiegare chi si è cosa si pensa in quel momento, ciò che ha reso pro­pizio: il tempo il luogo adatti. Vivevo il desiderio di vivere le emozioni li­beramente, incontrare la persona che ti dà la possibilità di aprirle al mondo. Guardarla negli occhi e desiderarla, sco­prire che quello che non era accaduto che tu non contem­plavi, verificarsi dentro di te, avere voglia di amarla. L'avevo sentita parlare in francese poi ho scoperto che par­lava diverse lingue. Bionda con gli occhi celeste-verdi alta, indubbiamente bella. Ma perché tra tante donne belle lei. Sento di amarla di averla sempre desiderata, ricordo già di avere amato lei. L'emozione ch'è nata in me è forte e bella. Un'infatuazione, no! qualcosa d'imprevisto sì! va ol­tre la mia capacità di scegliere, è una forza che mi attrae ma che non so capire. Ho scoperto le sue labbra: calde mor­bide, la pelle del suo corpo il suo ventre l'umidità della sua vagina. L'ho guardata odorata gustata toccata, l'ho udita godere mentre godevo. "I nostri sensi sono pieni di noi"; odo la sua pelle mentre lei guarda il mio sapore, un vor­tice sinestetico. L'erotismo oltre l'erotismo, ci siamo sentiti i pensieri l'emozioni i sentimenti. I drammi e le gioie, la globalità della nostra esi­stenza; ma già ci si perdeva nelle nostre vite. I respiri svanire. L'amore la fine di ogni potenza de­clinare, la certezza di essere fragili esseri umani, di comunicarlo, e, non avere paura. Finire. La spa­rizione il nostro non esserci più, non avere più un corpo. Tutto è finito senza sapere perché è ini­ziato. Ma quell'emozione dentro di me è lì che urla. Non si rasse­gna a morire, esige di vivere, cerca quella persona che non c'è più e non si placa, non può, non può morire non vi rie­sce. Quest'emozione irrinunciabile in me è un conflitto ine­sorabile con cui vivo. Tutte le mie certezze le mie sicu­rezze tutto crolla. Si rimette in discussione tutto, tutto ciò che si è scelto di essere, lo si rinnega giacché impedi­sce di vivere l'emozione in cui ci si sente vivi: l'amore che sembra vivere in noi da sempre, l'amore ch'è quell'emo­zione che mi ha ricordato lei a cui non so più rinunciare. Lei non c'è più non esiste più per questo che la delusione è insopporta­bile. Poi mi accorgo che non posso rinnegare ciò che sono, che in realtà tutto ciò che ho scelto è real­mente scelto. Torno a vivere con me stesso è l'unica possibilità che ho per non soccombere a quest'emo­zione che urla dentro di me. È forse il conflitto tra ciò che si è e quello che non si può essere. Una battaglia senza esclusioni di colpi. Per la prima volta, però,  intuisco che la porta che tanto ho cercato mi è davanti l'occaso me l'ha offerta. Ormai an­che volendo non vi posso più rinunciare, spero solo che la mia conoscenza mi sia di aiuto per af­frontare questo viag­gio. Me stesso si oppone all'esigenza di me stesso, un'esi­genza che nella re­altà culturale non può più avere riscon­tro. Non devo fare altro che credere in me e non rinunciare mai alla disperazione che la mancata realizzazione di questa emozione mi provoca. Continuare a disperare fino in fondo fino alla scelta etica. Credere nelle scelte che ho fatto  e che dopo questa prima crisi sono tornate più forti e più reali; mentre l'emo­zione urla la propria esistenza dentro me, me che non ho nessuna ­possibilità di farla vivere come lei esige. Già l'emozione inizia ad entrare anche nei miei pensieri a far crescere essa stessa dei pen­sieri, ancora non mi oppongo a tali pen­sieri non è il momento; anche se rimango sempre fermo sulle mie posizioni. Così facendo alzo il livello del con­flitto, lo esaspero è me stesso contro me stesso. Entro in un vor­tice di sopravvivenza, nel limbo di una strana consapevo­lezza. L'emozione genera in me pensieri sempre nuovi, ma molto più forti, sembrano prendere energia da quel me stesso che ha scelto con la parte conosciuta di sé e della cultura in cui vive. In realtà è l'aumento della conflittualità, l'innalzamento del suo livello che rende sempre più vicino il limite della parte di me  che penso di avere scelto. L'emozione diventa sempre più forte e più forti i pensieri che genera nella mia mente. È più vicino il momento in cui i due "me" saranno allo stesso livello e l'emozione forse sarà in grado di scardinare la mia consapevolezza e impadronir­sene. In quel confronto, in quell'equilibrio dinamico si de­ciderà la mia sorte, se crescerà ancora la mia consapevo­lezza o sarà persa del tutto. Pensieri cre­scono dentro di me, pensieri che lei tornerà ad esi­stere. Mi dicono che se farò delle cose lei tornerà. Vedo una villa e queste voci dentro la mia testa mi dicono che è mia che lei è lì dentro di andare a bussare a quella porta, mi aprirà. Io nego dico che non è vero è un'illusione. Ma i richiami le voci sono sempre più convincenti giacché quel che mi fanno pensare è anche quello che io nelle mie emo­zioni provo, la percezione della realtà è sempre più questo altro me. Decido di asse­condare queste voci, Gioco cerco di avere il desiderio del gioco e non dare eccessiva importanza a quel che mi dicono. Faccio ciò che mi dicono, ma mi fermo appena lo ri­tengo pe­ricoloso. Le emozioni sono sempre più forti e generano in me dei pensieri non possibili, la parte di me cosciente nega queste emozioni e pen­sieri, allora nascono  pensieri "lo­gici" per spie­gare queste emozioni che cercano di convincermi della loro plausibilità. Sono più forti giacché hanno dalla loro parte la percezione esterna di quel che avviene. Io sono poca cosa in questo momento, loro tendono ad affermare che l'impossibile è possi­bile e io sono già loro. Mi rimane solo un mezzo: la fede un pensiero senza più emozionalità che vive in me senza che io più viva; io nego che sia possi­bile ciò che all'umano me è impossibile. Nego tutto quello che queste strane voci mi fanno sentire. Come ti ho detto ho iniziato a seguirle giocando non prendendomi troppo sul se­rio, seguendo il loro per­corso per fermarlo nell'istante in cui l'azione che esigevano da me entrava in conflitto con il comune senso culturale. Se pure il mondo culturale dell'umano è un'illusione è su quello che io devo mettere i miei punti fermi per il confronto con que­sta mia nuova re­altà. Il dialogo tra i due me prose­gue, la lotta il con­fronto.

Schizofrenia: Scissione tra l'intelletto e i sensi. Mente-emozioni contro realtà culturale. Mente-emo­zioni negano e perdono la realtà culturale questa è la follia. Scissione tra la mente e l'emozioni: mente collegamento con la realtà culturale; emozioni scissione dalla realtà culturale. Nel confronto tra la mente e le emozioni; è qui che io mi trovo.

Avvengono strani fenomeni di somatizzazione attra­verso i miei sensi che sono iper-reattivi. Provo la stessa sensa­zione sensoriale di fare l'amore con lei. Lei è un pensiero nella mia testa e questo pen­siero provoca i miei sensi.  Sfiorarmi la pelle e provare la sensazione dei suoi baci, sentire un con­tatto qualsiasi sul mio pene e percepire il calore intenso della sua vagina; quel che sento è la realtà emotiva, che nessuna capacità soggettiva può farmi dire non essere l'unica realtà. Una parte di me ha sviluppato, mante­nuto le capacità di oggettivizza­zione, con questa parte del mio pensiero rendo obiettiva l'esperienza che sto vivendo. Controllo queste scariche emotive, con tecniche di concen­tra­zione sul respiro e l'immagine del buio, come punto di spegnimento, cancellazione. Appena intuisco che "l'espe­rienza" può annientare la mia coscienza la blocco. Ormai una parte di me vive di ciò che vorrei essere dei miei desideri o forse dei desideri dell'umano, tutto per essa nel mondo esterno è sim­bolo e analogia, vive la realtà culturale nel signi­ficato di sé e la realtà è nella sua percezione. Tutto in essa spinge verso l'onnipotenza. Il pen­siero, quel pen­siero senza più emotività che ancora controlla e dialoga con quest'altra parte di me, è affidato alla volontà che scatu­risce da un atto di fede, nel dire che non è vero quello che sono, non sono onnipotente, ma un essere limitato. Con que­sto pensiero inizio ad ordinare all'altra parte di me, rie­sco a gestirla. Tramite le proiezioni che vengono vissute come autentica realtà dal me che genera le emozioni, ho ini­ziato a rivivere la mia vita. Con l'analogia dei simboli ho intrapreso il cammino del ricordo emozionale. Se incontro una persona per quella parte di me che è pura soggettività quella persona è l'emozione di un incontro avvenuto in un momento diverso e con una diversa persona, tutto è simbolo e analogia. Ho iniziato una strana auto-ana­lisi con la parte di me legata al pensiero di fede e coscienza, acquisisco in­formazioni su la mia vita conscia e inconscia. (Un giorno scriverò un libro su questa esperienza) La difficoltà è nel riuscire ad usare una simbologia che non lasci trapelare al mondo degli altri quello che sta avvenendo dentro di me; utilizzare un'azione simbolica che mi permetta di capirmi, ma allo stesso tempo che non stoni con le sicurezze della socialità. Isolarmi in questo esperimento non è utile giac­ché la continua esi­stenza di una realtà culturale è uno sti­molo all'es­sere vigile nel mio pensiero cosciente. Quello che permette a tale energia di esistere sono io quel mondo che in me non accetta la propria finitezza, che non può più esistere quello che in "realtà" non esiste più. Non accetto la mia morte è questa la re­altà, questa parte in me non si rassegna a morire, nega l'evidenza e ambisce all'onnipo­tenza, essere ciò che non può essere, immortale. È un grido di una paura non accettata. Se pure l'altra parte di me è cosciente di ciò e per questo ancora riesce a lot­tare; non riesce con il solo pensiero a ritornare un'unità con le pro­prie emozioni, che non conoscono o forse non vogliono cono­scere il ricordo della fine. Auto-analisi continua, ricordo dopo ricordo. Poi all'improvviso quell'energia è sempre più forte, forse ha incontrato una censura "si difende" e sono io è quella parte di me che non vuol ricordare, che urla urla sempre più forte, e, nasce un me inaudito. (Adesso ti rac­conto con il dialogo delle due parti dentro di me)

"Tu sei un re e tutte le persone che ti guardano che incon­tri lo sanno ma non possono rivelarlo, per ora è un segreto e così deve rimanere."

"Ma cosa sei non hai voce per gli altri e solo io ti sento. Tu mi dici strane cose che sembrano gesti veri, ed ogni re­spiro è un mio respiro. Ma io non credo, non è vero questo. Non sono nessun re, anche se mi sto comportando metaforica­mente come se lo fossi. Se io fossi un re sarei un re giusto e non un tiranno. Bevo un bicchiere d'acqua e lo faccio come se fossi un re. Parlo con gli altri e mi sento un re, è que­sto che mi disorienta. Io mi sento come se fossi un re, ma so di non esserlo, nego ciò che provo. Vattene, che strano gioco è questo, cosa sei che parli. Insinui in ogni mio dub­bio la tua cer­tezza, mi fai provare l'emozioni più belle, ma nulla di reale me le conferma."

"Ma io ho ciò che tu cerchi, non illuderti, io ti prometto il riposo dal dubbio. Vai in quel posto, sopra quella col­lina e lì troverai lei."

"Mi sento onnipotente sicuro, senza più alcuna paura, forte. L'angoscia della vita, della mia fini­tezza non esiste più. Ma è un inganno questo, quando io sarò giunto su quella collina e la realtà mi si rivelerà: lei che non esiste più. Cadrò nello scon­forto più profondo, e, subito quel me mi de­riderà. Mi darà una nuova promessa, fino a quando mi chie­derà di fare cose…"

"Se tu sei forte come dici scala quella montagna."

"No, non faccio cose contro la mia vita, tu non puoi, io qui ti fermo, ti uso e faccio solo ciò che è utile alla mia consapevolezza. Ti rispondo dicen­doti che non ne ho voglia, non mi va di fare ciò che mi chiedi. Mi sento "tutto" ciò che nella vita ho vo­luto essere. Tutti i miei desideri sono esauditi, sento dentro me la loro realizzazione. Voglio essere immortale, mi dici di alzare una mano e ciò basta per sentirmi tale, è così in ogni più piccolo desi­derio. Ma poi la realtà mi si rivela sempre e tu vorresti trovare in me il negarla giacché per me non esiste, è vero, in ciò che provo dentro le mie emo­zioni. E proprio questo non faccio, affermo che ciò che non esiste più nelle mie emozioni è ciò che posso provare di più bello, che la realtà è nella mia sofferenza, nel dramma della mia fine. Posso credere nell'immortalità solo con la fede, ma avere fede è accettare la realtà, la mia morte come natu­rale com­pimento dell'esistenza. Quest'energia che lotta dentro di me, forse è lo stesso Mefistofele, il male, o più semplice­mente il peccato. Umano ter­rore, che ci porta a negare l'i­naccettabile nella nostra esistenza, la propria incertezza dinnanzi al nostro più alto senso: la morte. Sono io che ali­mento la tua forza, la tua forza è la mia paura di mo­rire. Tu mi dici che non morirò, ed io ho voglia di cre­derlo, mi fai sentire anche nelle emozioni im­mortale, nei miei sensi che sono la parte più palese del decadimento della mia fisicità e che ora mi sem­brano non poter mai fi­nire. Vorrei credere in questa meravigliosa illusione, non è in fondo l'illusione di tutti. Ognuno di noi non è questo che persegue nell'agire della propria esistenza: liberarsi dall'angoscia dell'incertezza della morte. E quale diffe­renza c'è, tra il perseguirla nell'illusione di tutti gli altri, nell'assurda cultura che ci siamo creati in un mondo di maschere. E il coraggio di perdere ogni maschera e dire al mondo: Io perseguo la mia illusione fino in fondo nego ogni maschera e mi chiudo nel mio me, nella mia follia, negando voi la delu­sione del mio mondo. Mi fermo accorgendomi che il mondo con gli altri è pure vero che il mondo in me è vero; è in questo dialogo lo svelare il li­mite dell'umano, non negare la morte per affermare la vita."

"Giusto tu stesso dici che è bello quello che io ti faccio provare, ma perché è vero, sennò come potre­sti viverlo."

"In questi momenti mi sento spezzato, sento dentro di me la lotta tra 'te e me' queste energie, ognuna mi chiama , mi consiglia su ciò che devo fare, e io mi sento estraneo se pure in loro. Come se il bene e il male non mi appartenes­sero più, mi sento un'en­tità un corpo, luogo usato per il loro confronto. Ascolto il bene la mia conoscenza che dia­loga con ciò che non conosco, e lotta con il male, la paura di conoscere."

"Ascolta, come hai già capito qualsiasi tuo deside­rio può essere realtà, basta che tu lo voglia. Ma devo comunicarti un segreto. Ti senti onnipotente perché tu sei come cristo. ti devo dire che quando morì il cristo si riuscì a conser­vare alcune cellule del suo corpo, da quelle cellule si è riuscita a fare una clonazione: tu sei il risultato di que­sta clonazione. Tutti nel mondo lo sanno, ma è stato stabi­lito che a te non sia rivelato. In realtà ci sono altre clonazioni, come te, e tutte partecipate ad un esperimento. Tu nell'esperimento sei quello che ha progredito meglio: il superuomo. Ora hanno paura di rivelarti "che sei," perché se tu conosci la tua identità sfuggi al loro controllo; è per que­sto che tu senti la mia voce, questo è un tuo po­tere."

"È vero mi sento al centro di tutto, ho l'impres­sione che tutti mi guardino con ammirazione e invi­dia. Quando ascolto gli altri si rivolgono a me, an­che se spesso parlano in co­dice, ma io riesco a ca­pirli, anche quando parla-no in tele­visione è a me che si rivolgono. È pura follia, sono sintomi che i miei studi mi avevano fatto conoscere solo in modo te­orico. Ora ne ho un'esperienza reale. Quest'energia in me, tu sei una mia creatura. La forza da domare in me. La capa­cità di non perdere, il mio bisogno di perdonarmi, di com­prendere i pro­pri errori e accettarsi in essi, scoprirli parte di noi: la fallacità. Accogliere dentro noi stessi quel po' che  possiamo ottenere la compassione di Dio. Va' via da me Mefistofele, pazzo d'un pensiero. Alcune volte l'orgoglio è vita dell'amore umano e si dimentica l'umiltà che è amore per la vita; un amore umano che fa sentire la gelosia, esprime pietà. Ma l'amore è libertà, comprensione. La pietà è per lo schiavo; la comprensione per l'amico. Forse la com­passione di Dio è il mio non sentirmi abbastanza amico dello stesso Cristo, del suo senso nella mia umanità. La mia incapacità di fede. Va' via Mefistofele, il mio orgo­glio non c'è più. Ti butto in faccia la mia morte; me che hai così paura."

"Le incertezze e le paure dell'uomo: la malattia che mette in ansia con il suo richiamarci alla no­stra precarietà. Se tu guardi una persona che sta male, tu la puoi guarire, ti basta pensarlo…"

"Basta, tutto sembra accadere, e sempre più mi av­vicino all'incognita della vita. Sento dentro di me tutte le paure i desideri di ogni uomo. Mi sento vi­cino all'emozione di tutta l'esistenza, la più lon­tana; sto morendo, si appresta la mia fine. L'angoscia della fine chiama dentro di me. Vorrei urlare fuggire, gridare tutto il mio terrore; ma nulla di tutto ciò faccio. Mi concentro sul mio re­spiro e sull'immagine del buio più profondo di un buio che annulla tutto. L'estremo tentativo di Mefistofele, di me di negare quel che si è. Io ac­cetto questa mia morte, non la nego e non mi op­pongo, cerco solo di non perdermi nelle mie emo­zioni. Accetto tutta la mia paura, ma se debbo, vo­glio mo­rire.

Dopo avere sentito la morte, L'alba è giunta, tutto si sta' placando: la paura la sua emozione lontana è vissuta appieno dentro di me, questa notte. E ora che mi sta la­sciando non ne sento più l'angoscia; sento il mio corpo la mia anima i miei pensieri, calmi e rilassati. Mefistofele si è arreso. Ho pen­sato e ho vissuto la morte, il ricordo, l'ho accet­tata, ma era solo il terrore di essa, l'estremo ten­tativo di quel me mefistofelico di negare il proprio limite, il mio limite. Io sono incerto come ogni al­tro essere umano.( quella notte nei pressi della mia casa mori­rono tre persone, naturalmente con questo non voglio dire niente, coincidenze.) Ora Mefistofele è diven­tata una voce amica, indaga con me, ini­zia a fare parte della globalità della mia consapevolezza. Ci sono solo io con  la consapevo­lezza accresciuta.

Il dialogo continua, presente in me, scandaglia. Ancora scandaglia, cerca; ma nulla più si oppone. Un dialogo armo­nico si è sostituito al conflitto. Il mio istinto sembra es­sere libero da ogni pregiudi­zio, in armonia con la natura e con me stesso.  (Sono stato in una pianura in montagna, al­lontanan­domi al tramonto dalla mia macchina; mi sono ritro­vato in una notte fonda e senza stelle, nel buio, perduto. Ho provato a cercare la mia macchina, ma non riuscivo a ve­dere nulla oltre il mio passo; im­possibile trovare una mac­china nera nel buio. Allora ho chiuso gli occhi e mi sono concentrato sui consi­gli che venivano dal mio dialogo inte­riore, ho sen­tito il mio istinto che governava i miei pen­sieri e fatto ciò che esso diceva. Ho camminato seguendo la direzione che di volta in volta l'istinto mi diceva, e cieco, all'improvviso ho trovato la macchina. Non so dare una spiegazione a questi fenomeni percet­tivi, che si sono ripetuti in altre circostanze. È come se l'istinto fosse tornato in armonia con la natura, con i pensieri e la co­scienza dell'essere umano, con i suoi desideri. Forse l'istinto non è altro che il desiderio senza più alcun desi­derio. Prendo atto di queste coincidenze senza nessuna ipo­tesi.) Narrare ciò che non ha parola è purtroppo spostare il senso delle cose. Questo racconto forse è inutile alla com­prensione; vi ho voluto dire poco, lasciare ad altri mo­menti, lo stile la capacità nar­rativa appropriata. Ho voglia di concludere la sto­ria in fretta. Ascolta." " Proseguo la mia ricerca e scopro un triagono d'amore; scopro di aver amato tre donne, ma in realtà una, la prima. Dentro di me l'emozioni tornano a vivere, il sentimento si scuote del suo perché. Scopro il fuoco della sua mancanza, della scomparsa di Arianna, che ha acceso un bisogno insopprimibile di cono­scenza e consapevolezza in me. Scopro attraverso la sua as­senza nel mio bisogno di ritrovarla di avere amato Katia come ho amato lei, di aver provato la stessa emozione. All'improvviso quest'emozione scopre Alessandra. Mi ritrovo con tre donne che hanno tracciato in me la stessa emozione, tre donne che non esistono più a cui ho delegato il mio po­tere amare. Indago e scopro il perché di tutto. Ho amato Alessandra quando ancora in me non esisteva "più" il tempo, provando qualcosa che non aveva nome. A tre anni ho avuto un'emozione che mi ha fatto desiderare di pensare un'altra persona; una bambina poco più grande di me. ho desiderato la sua vicinanza il suo sguardo i suoi colori, e ho sco­perto dentro di me l'emozione, l'emozione d'amare, la fine della paura. Alessandra è scomparsa lascian­domi un vuoto, un vuoto inspiegabile; ho dimenticato e iniziato a cercare senza sa­pere di farlo; cercare l'emozione che aveva placato l'ansia della mia vita. Ho scoperto Katia e sono stato felice senza sapere il perché, ma provavo la stessa emozione; avevo solo cinque, sei anni e scoprii il bacio. La mia vita procedeva e cercava per me quel che io non sapevo di essere. Giunsi negli anni della "maturità" e incontrai Arianna e con essa ritrovai la mia emozione, la gioia la felicità. Vissi i nostri corpi i nostri pensieri, scoprii la globalità dell'esistenza. Pensavo di amarla, in realtà amavo la mia emozione d'amore, che viveva attraverso lei, lei che era Katia e Alessandra, Arianna un'unica persona, simili anche nell'aspetto fisico. Arianna era altro da me, in molte cose opposta; ma in me era l'impossibilità di amarla; amandola di un inconsapevole emo­zione, la mia passione per lei. Arianna muore, muore della morte di ogni essere. Ma io non accetto la sua morte, la nego anche all'evidenza; giacché senza di lei la mia emo­zione non può più vivere, io non posso più amare. Nego la sua morte perché dire di sì ad essa significa accettare la mia fine, la rinuncia alla mia unica certezza, all'unica possibilità che ho di placare la mia paura. Riprovo ciò che provai con la scomparsa di Alessandra, lo stesso trauma, che avevo dimenticato. Così inizia tutto, tutto ciò che ora so, ora che finalmente sono libero di amare, di scegliere. Ora che ho scoperto il perché della mia emozione." Il movimento dell’anima.

              FAUST (Faust finisce di raccontare)

Ha concluso così questo suo strano modo di raccon­tarmi, il perché lo abbia fatto non è facile spie­garlo. Mi sono tro­vato con lui in un momento adatto.

             MONALISA

Stringimi, per un attimo, solo per un attimo. …Così.

              FAUST

È quasi l'alba. Il cielo sta schiarendo. Ho una idea; gio­cheremo una partita a scacchi, postale, co­municheremo in questo modo. Accompagneremo ogni mossa sulla scacchiera con un nostro pensiero. Quando ci vedremo non parleremo di que­sta nostra partita. Solo quando sarà finita ce la sveleremo.

            

            

             MONALISA

Io non ho molto tempo. Sto morendo, è quando mi hanno detto i medici.

              

              FAUST

La vita è vita, sempre. Tutti conosciamo il nostro destino, facciamo finta d'ignorarlo. Quando pensiamo di conoscerlo dimentichiamo ciò che abbiamo sempre saputo. La vita è vita sempre.

             MONALISA

Qual è il tuo nome?

 

*

Ho forse concluso il mio racconto. È trascorso un anno da quella notte, sono successe tante altre cose. Oggi è di nuovo la notte di San Lorenzo e la trascorrerò insieme con lui. È trascorso un anno e sono ancora viva.      

 


È finito il tempo di questo libro, ma con esso anche qualcosa dentro noi. Siamo felici. Il mondo la nostra vita, è diversa ora. È viva, viva come non mai, come sempre e questo è bello, meravi­glioso, incredibile. Ora vediamo ciò che ci è sempre appartenuto: il nostro ricordo e l’assurdità che ce l’ha fatto dimenticare. Si per­dono gli oggetti, ogni possesso, tutto si stacca, si allontana. Finisce l’ansia di avere, liberi anche da noi stessi. Respiriamo. Siamo fe­lici. Il mondo la nostra vita, è diversa ora. È viva, viva come non mai, come sempre e questo è bello, meraviglioso, incredibile.

Art e Anima continuano a camminare lungo quella strada, ma  non sono piú gli stessi, la loro sensibilità, le loro emozioni, vi­vono in armonia con il pensiero. La propria consapevolezza. Guardano avanti e vedono nel cielo una piccola macchia, una pic­cola macchia che li cerca: un uccello, una rondine. Ora è distin­guibile anche a loro. L’osservano volteggiare alta e silenziosa. La rondine disegna nel cielo due cerchi invisibile, due giri sopra di loro, poi galleggiando sull’aria scende verso terra e si posa di fianco a Art e Anima, li guarda e poi dice: «Ho da dirvi qualcosa.» Anima e Art rimangono sorpresi sì sorpresi nell’udire parlare quell’uccello, ma al contempo affascinati da quella diversità. La rondine li guarda ancora e dice:

«Era una strana sera

e fu per questo che accadde.

Camminavo contemplando la solitudine

di quella spiaggia notturna,

ascoltando il tranquillo dialogo del mare

che risaliva sulle sponde della terra.

La luna diffondeva i suoi riflessi e tutto era avvolto

da una strana quiete.

Sembrava che tutto, tutto l’universo fosse in quell’ambiente della notte.

 

Era una strana sera

e fu per questo che accadde.

Ero lí nell’unione dei mondi dove strani uccelli volano

e dove qualcuno mi attendeva.

Non avevamo nessun altro

niente altro che io.

Io era lí ad abbracciare ancestrali presenze e futuri dialoghi

nei pensieri del mio presente,

ma perché ciò

si diffondeva nella mia anima.

 

Era una strana sera

e fu per questo che accadde,

che l’ignota presenza, quell’ignota presenza ch’è in ognuno di noi, ora è fuori di me.

Fuori nel buio della notte, libera come la libertà,

era là, là fuori ad attender me ed altri nel mio medesimo atto.

Gridai sì gridai, ebbi la forza di urlare alla mia presenza

a lei che null’altro aveva da fare che attendermi,

aspettare il mio momento.

Era tutto lí, tutto l’universo in quell’ambiente della notte

ora ne ero certo.»

Detto ciò volò via.

Anima e Art rimangono sereni dopo aver ascoltato quella strana voce, quell’originale uccello.

Aveva ragione è tutto lí e sono vicini a ciò che li attendeva. Si fermano e seduti in terra, uno di fronte all’altra: si guardano. Anima prende le mani di Art e le avvicina al suo viso, Art dol­cemente sfiora il suo profilo. Non sanno come incominciare. Insieme per dirsi qualcosa. Ciò che è dentro di loro forse non è esprimibile con le parole, forse non servono, ma il suono ancora deve dire qualcosa. Basta che uno dei due parli e tutto accadrà semplicemente. Dice Anima: « C’è ora una storia, questa che abbiamo condi­viso.»

Art— Già! una storia che ormai ci appartiene. Che non è finita. Anima… qualcosa? sento qualcosa.

«Cosa senti?»

«La tranquillità dell’amore, tutta la sua energia. Amore per la vita, per il mondo per te. L’amarci Anima.

Dentro noi, nella bellezza dei pensieri, nei nostri sentimenti. ma mi chiedo non è forse semplice e superficiale, è facile per chi ha ormai perso la giovinezza del proprio corpo.

Non piú amare quel che si è desiderato ma ciò che si ha. Ciò che è dentro un corpo stanco e vecchio, senza tempo né imma­gine; in un mondo colmo di ciò ch’è vero.»

«Tutti conoscono l’amore.»

«La completezza. Nessuno forse potrà capire tutto quel che in noi è avvenuto. Ora che siamo giunti al tempo, alla fine, che la morte è così vicina. Forse il nostro ultimo ostacolo.»

«Non è piú un problema la morte, non vi è piú problema nella nostra vita ora che ne viviamo il senso. Ora che la consapevo­lezza il ricordo dell’emozione lontana di essere già morti, è tor­nata nella nostra vita.»

Art dice ad Anima di avvicinarsi al suo viso alle sue labbra, con le sue.

In quell’istante, la strada, le case, quel luogo esplode, e tutto si allontana da loro, in ogni direzione, senza alcun rumore. Frantumi della materia di quel posto che schizzano via e scom­paiono. Tutto fini­sce e Art e Anima sono.

Il sole è alto e riscalda i loro corpi nudi, i loro corpi distesi sulla terra, che hanno ripreso la loro giovinezza. 

 

Il sapore salato del sudore, una goccia scivolata come per mira­colo dalla tempia, lungo la guancia, finisce nella bocca.

Io Faust apro gli occhi, la mia stanza. Mi alzo dal letto, vado verso la finestra, guardo fuori.                         

 


 

                                     Appunti Interni

 

 

 

 

 

 

 

 

E ora, ora.

Oggi il mondo forse è un po’ cambiato, il mio mondo. Tutta una vita, senza appelli né sentenze, dall’inizio solo un cammino.

 Ma prima di parlare prima di dire le ultime parole, leggo questi miei ultimi appunti, dopo non avrò più voglia di leggere.

La vita è giunta al termine e non vi è mai in essa il tempo per potere modificare quello che è già avvenuto, così le parole sono scritte come si possono vivere e come “scrittore” non ho più il co­raggio di correggere, cambiare, né qualcuna né nessuna di esse. Le pa­role come la vita si scoprono tardi, dopo, dopo aver vissuto e non si possono più cambiare. Il loro segno è forse superiore a quello che rappre­sentano.

                                                                                Morte!

                                                                         morte è

                                                              morte è il

                                                       morte è il li

                                             amorte è il lim                    

                                      a morte è il limit

                            La morte è il  limite

                  La morte  è   il   limite.

      La morte è il limite.

   La morte è il limite. .                                             

 La Morte e il Limite

la morte è il limite.

la morte è il limite.

 La morte è il limite..

 La morte è il limite.

  La morte è il Limite.

 La morte è il limite.

La morte è il limite. Perché la morte nell’esperienza della vita dell’e­si­stenza umana, legata alla parola è vista come pura ne­gati­vità? Per quale motivo è legata al nichilismo *[più] estremo; all’unico nichili­smo. La parola è legata ai pensieri, i pen­sieri sono l’antefatto della morte, quindi di conseguenza noi arri­viamo a pensare la morte, ad immaginare la morte, alla paura della morte, ma non sappiamo cos’è la morte e qui con le parole possiamo solo fermarci, di conseguenza anche con i pensieri. Ora questo “scolle­garci” dalla morte, essere lì vicini ma non poter raggiun­gerla; può essere interpre­tato come una di­co­tomia. La morte è altro dalla vita, in realtà questo non è. Questo av­viene e quindi as­sume forma di ni­chilismo, forma di negatività assoluta della morte, proprio perché c’è questa contrapposizione, quindi c’è una nega­zione: la negazione: la vita nega la morte, la morte nega la vita è una contraddizione è impossibile ciò; giacché la morte è la vita, la vita è la morte, quindi sono un’unica cosa. La morte non può es­sere ne­gata, non può essere negata da un essere che muore, legato al pen­siero, al limite della parola nel pensiero; quindi nel­l’incapa­cità di sentire real­mente la morte. Per tale essere la morte è un punto ineliminabile, inne­gabile, non può essere negata, la morte non può essere negata; quindi un essere di tale specie che cerca di ne­gare un’ente innegabile come la morte inevitabilmente l’af­ferma e lottando e disco­stando la vita dalla morte, la vita ine­vita­bil­mente diventa negatività, nichilismo, diventa ne­gazione; ne­gazione intrin­seca implicita in se stessa. Perché negando una parte della vita ch’è la morte, automaticamente il senso di globa­lità del­l’esistenza viene negato (da chi nega la morte). Negando ciò che è inne­gabile avviene la sua affermazione. L’unica cosa: ente, “pensiero”, l’unica cosa che noi possiamo affermare come esi­stente, come certezza, come forma d’innegabilità ch’è  in noi, è la morte.  A questo livello ancora non percepiamo non sentiamo

[1]* Il [più] qui inteso, significa che il nichilismo di cui parliamo è l’unica forma, la forma assoluta del nichilismo. Nichilismo stanziale, che perpetua se stesso, nell’implosione della negazione dell’armonia del vivere, generando e rendendo artificiosa la morte.

Incontreremo andando avanti nel testo il termine “più assoluto,” in questo caso l’avv. Più in associazione ad assoluto, serve per far capire che il più as­soluto del sentire la morte, non è l’assoluto-eternità. 

 

 l’essere più assoluto della morte. *QUINDI NEGARE QUALCOSA D’INNEGABILE (pertanto più as­soluta) SIGNIFICA  AFFERMARLA. Tutto il tragitto dell’essere umano si basa su que­sta apparente conflittualità, tra l’accettare la morte e il ne­gare la morte. Come si esce dal nichilismo, dal vedere la morte come forma di ni­chilismo.

Ora è vero che noi con le pa­role e il pensiero possiamo arri­vare  solo al pregiu­dizio della morte, ma il pregiudizio è real­mente un giudizio,  è conoscenza è consape­vo­lezza  è scelta etica, no!  non lo è, il pre­giudizio è un’ipotesi, un’ipotesi di conoscenza, una pre­sunzione di cono­scenza, indizio di conoscenza, il pregiudizio, quindi non è la cono­scenza reale e se noi non abbiamo una cono­scenza reale della morte, è per­ché abbiamo il pregiudizio? perché i nostri “pensieri-vita” sono legati all’attimo prece­dente la nostra morte? per­ché abbiamo paura della morte? La re­altà così come la viviamo e come la vediamo ha forse senso? Dobbiamo chie­derci questo.

La realtà storica è legata alla realtà dialettica, a una realtà di av­ve­nimenti legati alla pa­rola-pensiero, quindi legati al­l’antefatto della morte, il precedere la morte, non al sentire la morte e questo sca­turisce dalla paura della morte.

* Immaginiamo un’essere umano che vuole suicidarsi. Tale spinta al suicidio, na­sce dall’incapacità  di accettare le espressioni della vita che palesano l’im­possi­bilità di placare tutta l’ansia dell’esistenza, che nasce dal non riuscire a scoprire il perché ultimo. Ma tutta l’ansia della vita noi la conosciamo sapendo di dover morire nel non ac­cettare que­sto, e la morte ci palesa la nostra impossibilità. In questa crisi non generativa, (verso il suicidio) dove i pensieri, le sensazioni, la pa­rola-pen­siero si esprimono nel non equilibrio; ecco che aumenta la paura il pa­nico della propria incertezza: scoprire la morte. Ora nel suicida si crea il deside­rio, di fuggire, di non sentire più l’an­goscia di essere incerto di dover morire (espressione di molteplici stati dell’esistenza) e qui avviene il paradosso: il sui­cida fa: Mi uc­cido perché non voglio più provare la paura della morte ch’è in me (inconscio, voglio vivere con l’armonia, serenità che è nella vita). Ecco il para­dosso: per vivere come desidera deve accettare l’intero dell’esi­stenza: La vita! quindi anche la sua naturale conclusione di dover morire. Si uccide per negare ciò che la morte produce in lui:  il dover morire. Nega la morte, la paura della morte, perché vuole vivere, uccidendosi, ma muore non vive più ed ecco che nel negare la morte l’afferma. Si uccide perché non accetta l’esistenza della morte, (negazione della morte) e nell’uccidersi muore (affermazione della morte).

 

Noi abbiamo paura di morire e da ciò na­sce la realtà storica; ma l’e­sperienza re­altà-storica se avesse real­mente valore in sé non si ripeterebbe. Esperienza è modificazione successiva è emancipa­zione successiva, è ar­mo­nizzazione succes­siva. Nell’esperienza  re­altà-storica que­sto non avviene è un ri­tornare indietro un ripe­tere, un ripercorrere, un risbagliare (o sba­gliare nuovamente (variabili senza modificazione fi­nale). Questo perché? La realtà-storia da cosa è mossa, da cosa nasce!? dal bisogno assoluto che ri­siede nell’essere umano: il bisogno della cer­tezza; quando l’essere umano si confronta con la certezza, ha un’unica cosa, certa, nell’e­sistenza: la morte; ma di fronte alla morte l’essere umano è *‘niente’, è il non esistere, ha la

* “Il niente, come il nulla è indimostrabile. Pertanto il niente di cui faccio ri­feri­mento qui è il niente che si palesa nella realtà dialet­tica, nella parola pensiero: esistente e pertanto non nulla non niente. E Proprio questa impos­sibilità della dialettica è espressione del suo limite. La dialettica enuncia il niente come asso­luto, ma se il niente può essere enunciato allora esiste, ma se esiste non è il niente. ecco che la dialettica per palese contraddizione ne af­ferma l’esistenza, pertanto nega l’esistenza del niente.” [Il fatto di dimostrare con la dialettica, l’esistenza e la non esistenza di un ente, è forse dimostrare che quest’ente è assoluto? e quindi l’incapacità dell’essere umano di comprendere, dialetticamente quest’ente? La percezione di quest’assoluto forse avviene attraverso l’espressione del limite della dialettica?]

Allora il niente diventa l’espressione dell’incapacità della dialet­tica di accet­tare, la propria impossibilità il proprio limite, di ne­gare il fatto di non avere un’assoluto. Con tale sintomatologia la dialettica afferma che dopo la morte c’è il niente, afferma di essere a conoscenza di un’assoluto che non può di­mostrare, in tale atto è palese che nega il proprio limite; con l’unica possi­bilità che ha, di considerare il proprio agire anche quando erra l’unico pos­sibile. Ma questo atteg­giamento è l’ipocrisia, giacché si giu­stifica falsamente l’errore come facente parte di un sistema inevitabile; questo sistema na­sce dalla presunzione della dialettica di dimo­strare il niente: palese atteggia­mento di onnipotenza dimo­strata dalla stesso essere della dialettica, trasformare il proprio limite nel li­mite assoluto. Questo atteggiamento di onnipotenza, di degenerazione, parossi­smo dialettico, unila­teralità, ge­nera la negazione stessa del limite dialettico. L’uomo a questo punto implode in se stesso, negando il proprio limite inizia a ne­gare se stesso, entra nella spirale dell’autodistruzione, della distruzione della propria “umanità”, non il confronto dialogante con l’altro ma solo, ma solo l’af­fer­mazione del suo ego, ego che nega il vero intimo della sua umanità; negato da se stesso si ritrova nel terrore; che cerca di placare riversandolo sugli altri (nichilismo). Per illudersi di vivere non gli resta che negare e ne­gando il suo li­mite,  nella sua inconsapevolezza, non si è accorto che sta negando il limite più assoluto dell’essere umano, l’espres­sione di tutta l’incertezza dell’essere umano, l’unica possibilità di comprensione di vita, l’unica certezza: l’accettare la morte.

Ogni volta che neghiamo un nostro limite, ne perdiamo la com­prensione, per­diamo la possibilità di accettare noi stessi e ne­ghiamo il limite più asso­luto: la morte.

E’ indispensabile riappropriarsi dei nostri limiti, accettarli,  per cercare di ac­cettare il limite del nostro morire.

Stabilire di vivere il limite nella possibilità di equilibrio che in esso è.

E l’equilibrio del limite della dialettica, è indispensabile per il per­seguimento del sentire e accettare il dover morire, non rassegna­zione ma la vita nella sua globalità. 

 

vi­sione speculare di tutta l’incer­tezza; questo è inac­cettabile per l’essere umano. E da questa inac­cettabilità dell’essere umano di confron­tarsi con la morte, nasce l’incapacità di scoprire la certezza: e il bi­sogno, la voglia, il de­side­rio pregiudizio, l’aumento della “paura” di scoprire la certezza (la morte). Ma il bisogno di certezza è inelu­dibile nella ricerca dell’equilibrio umano, come il morire. L’allon­tanamento da tale ogget­tività: il negare di morire, sviluppa una vasta sintomatolo­gia psicofisica, e quando il li­vello di paura è acuto, il bisogno di si­curezza reale (accettare la morte) è forte a tal punto che il surro­gato sintomatico non è più gestibile ad un basso livello di di­sturbo, sfocia nella patologia.

Ma cercare la certezza senza confrontarsi con l’unica reale concreta cer­tezza la morte, significa andare contro la morte; quindi signi­fica percor­rere un tragitto che ci porta a negare la morte, sempre. (vivere nell’illu­sione) Quindi noi nel negare la morte, inevitabil­mente l’affermiamo; ecco che la realtà storica, l’esperienza realtà-storica è allegata a questo movi­mento”. Noi ripetiamo riaffer­miamo la morte nella nostra realtà storica in cicli succes­sivi; per­ché c’è sempre un bisogno di si­curezza, un bisogno di sicurezza che però sviluppa nella nega­zione (e non nell’accettazione della morte) e genera incomple­tezza nella totalità dell’esistenza. Di un’esistenza che si ferma al­l’antefatto al precedere la morte e ine­vitabilmente la cancella l’annulla nella generale inconsapevo­lezza e crea l’illusione di diminuirne il senso nella vita. Ma la morte vince sempre, in questo non dobbiamo ve­dere negatività né nichilismo, ma la consapevolezza di ciò è vedere il riappro­priarci dell’in­tera esistenza.

 

Ma come è possibile superare la parola-pensiero e il limite su­premo e quindi “il sentire e il capire” andare oltre questo limite che sem­bra in­valica­bile nell’essere umano, come è possibile?

La realtà storica esiste per contraddizione con la realtà della morte; esiste la realtà storica perché esiste la morte. Se l’esperienza storica non ha nes­suna efficacia nel modificare gli eventi che si dimenti­cano nel proprio emozio­narsi, nessuno ef­fetto armonizzante è perché manca la capacità nell’essere umano di sentire la morte, il mo­vente primo del suo nascere. C’è una possibile me­moria lon­tana nell’essere umano che dimostra che l’es­sere umano ha già sen­tito, vissuto la *morte? (quindi di una di­menticanza, che deve tornare cosciente).

* Se l’essere umano, vive l’angoscia di dover morire nella realtà dialettica e per questo genera la realtà storica nell’illusione di fuggire da tale angoscia, questo può voler dire che non conosce la morte. Ma nella dialettica questo stato del con­siderare la morte può anche assumere si­gni­ficato di conoscenza: [Dialettica: io non conosco la morte. Ma se non conosci la morte perché ne hai paura? Io non ne ho paura. Ma se non ne hai paura perché nella realtà storica fuggi da essa? Io non fuggo da essa io affermo essa. Sì ma l’affermi producendo nel parossi­smo della re­altà storica la morte e uc­cidere vuol dire ne­gare la globalità  del­l’esistenza che comprende  la morte, vuol dire anticipare gli eventi natu­rali che nella vita svi­luppano nella com­prensione del perché moriamo, e se ne­ghi la comprensione del perché mo­riamo, neghi lo sviluppo della vita, ne­ghi il dover mo­rire della vita; in ciò neghi la possibilità che la morte dà della comprensione della vita, neghi la morte e se neghi la morte così l’af­fermi ma non la conosci; allora hai ragione quando dici di non conoscere la morte. Ma se uccidi per negare la paura della morte, vuol dire anche che sei la morte, che generi morte, che muori, ma allora se muori conosci: la morte! E allora perché hai così paura dell’incerteza che la morte ti fa vivere e perché non accetti la sua certezza? Forse conosci quello che c’è oltre la morte, quindi il superamento della morte? ma allora perché hai paura della morte; “cosa hai fatto di cui hai tanta paura,” o è il mistero che ti fa paura; ma nel mistero c’è solo la paura di chi non conosce, allora non conosci la morte e nemmeno cosa c’è oltre. Hai paura della morte perché non la conosci, del suo mistero; ma è lo stesso mistero della vita, il mistero che ti fa paura perché ti fa sentire relativo, insicuro. Hai paura di ciò che non conosci perché pensi che ti possa ricordare quello che non sei; di fronte al mistero hai paura di scegliere, di sbagliare. Solo con la fede il mistero assume forma e si accetta. E se non conosci la morte vuol dire che non riesci a sentire la morte. Diciamo allora che tu non conosci la morte, ma conosci la paura di do­ver morire. — Sì. — Ma se non cono­sci la morte e conosci la paura di dover morire, significa che hai paura di morire. ora Immagina che ci sia un omi­cida che sta fa­cendo stragi, ma questo omicida vive lontano da te, ora tu non ne hai paura perché per te in questa condi­zione non è un pericolo; ma im­maginiamo che questo omicida incominci ad avvicinarsi al posto dove vivi tu: lentamente, ogni giorno un po’ di più, e hai notizia che nell’avvici­narsi  commette delle stragi efferate. Le tue sicu­rezze incominciano a confrontarsi con la possibilità che tu possa in­correre in questo omicida, che la tua vita può es­sere in pericolo. Ogni giorno l’omicida si avvicina sempre di più a te e le tue sicu­rezze incominciano a diminuire, sem­pre di più. L’omicida è nella tua città, nel tuo quartiere, ti sta cercando, ora avverti la paura di morire. L’omicida ti ha rag­giunto è nella tua stanza è sporco di sangue e ha in mano un grosso coltello, non sai come difenderti, sta per affondare la lama nel tuo cuore. — E’ vero che io co­nosco l’atto del morire. — Ma se tu conosci l’atto del morire dici che muori. Allora l’atto del morire genera il morire, ma se è cosi allora dialetticamente tu dici di conoscere la morte; quindi tu conosci la morte. Potremmo conti­nuare all’infinito, questa è la dimostrazione dialettica del circolo vizioso della realtà storica, l’esistere compulsivo della realtà-storia. Con la dialet­tica possiamo dimostrare tutto e tutto il suo contra­rio. Ma ciò che è impor­tante dimostrare è il suo limite; giacché quando la dialettica si esprime nella consapevolezza del suo non poter, genera consape­volezza. Il limite che nel senso dell’equilibrio, va accettato reso consapevole per poterlo superare nel sentire. E mai negare se non si vuol dege­ne­rare nel nichilismo. ] ha paura della morte perché la conosce; E se dialettica­mente cono­sce la morte, non essendo ancora morto vuol dire che l’espe­rienza della morte è insita nella memoria dell’essere umano: quindi è già avvenuta: quindi dialet­ticamente si dimostra che esiste una dimensione dell’essere umano che pre­cede e va oltre la dialet­tica; una memoria archetipo che ci ricorda la nostra in­venzione della morte, il trauma di poter scegliere; di avere scelto l’abban­dono dell’assoluta certezza dell’eternità, eden, la cer­tezza di Dio, [proviamo il senso di colpa, nelle azioni della quotidianità, quando le nostre scelte non sono conformi alle nostre possibilità.  E quando la consapevolezza che abbiamo delle nostre pos­sibilità è in sotto­stima. Superare il senso di colpa sviluppando la possibilità del riappro­priarsi del proprio possibile, non ca­dendo nell’errore della negazione di non riconoscere di aver sbagliato]  e aver scelto la pos­sibilità di sce­gliere e creato la morte; in essa tutta la certezza e l’in­certezza: la scelta.

 

 Si può dimostrare questo forse proprio perché a li­vello di pro­duzione della realtà sto­rica, questa energia questa voglia di nega­re la certezza, quindi l’allon­tanamento dalla morte è presente. Se questo evento esiste qual è il percorso, qual è il tra­gitto per ritro­varne la memoria; per ritrovare questo sentire che ci tolga dal circolo vi­zioso della realtà storica, che trasformi la realtà-storia nel suo annulla­mento, la realtà-sto­ria nel modifi­carsi e non nel ripetersi: nella vera storia. Nella re­altà storica possono appa­rire dei mutamenti ma sono dei muta­menti marginali, in con­fronto al senso alle motivazioni profonde che fanno la vera storia; nell’agire umano come produt­tore di re­altà-storia c’è la mo­tiva­zione, del bisogno della ricerca della cer­tezza; ma la spinta a tale ricerca nasce dalla paura di mo­rire; nasce dal *“fatto’ storico” di non ac­cettare la consapevolezza di essere in­certi, perché tale con­sapevolezza non è “sentita” e quindi negata. — Essere umano so di essere incerto ma non accetto questo e creo la realtà storica, par­tendo da un punto antece­dente la morte e quindi la realtà storica nega un punto, fondamentale reale dell’esi­stenza: la vera storia dell’esistenza, che nasce dal suo cammino verso la consapevo­lezza della morte, nella trasformazione il modificarsi verso la morte. Ogni giorno noi siamo concretamente vicini alla morte e questo è inaccettabile, è La paura di fondo per la realtà storica.

* “Fatto’ in riferimento all’espressione fattuale della realtà-storia.

 

 

Ora nella filosofia spesso si fanno degli errori, nel senso che ve­diamo la morte come una proiezione soggettiva; la morte è nega­tiva, la morte è bella, in realtà la morte non è né negativa né bella, la morte è! Quindi l’og­gettività della morte è un altro punto inne­gabile, la morte è! Ogni pensiero filosofico deve spingere verso l’og­gettività, e l’unica oggettività della morte è che la morte è! Questo è il  primo livello di avvicinamento del concetto del pen­siero della pa­rola alla morte, prendere atto che la morte è! Da qui si può generare la cultura.

Ora noi vediamo nell’ateo l’affermazione che dopo la morte non c’è niente, nel credente l’affermazione che dopo la morte c’è la vita eterna. In ambedue i casi noi vediamo la stessa energia: la fede; giacché sia il niente che la vita eterna del credente sono di­mostrabili attra­verso la fede. L’atteggiamento di non considerare né l’una né l’altra non è reale è illusorio per­ché è “proiezione” nella ricerca della con­sape­vo­lezza. Di conseguenza se si divide in vari li­velli la “consapevolezza” questo atteggiamento è nell’il-lusione primitiva.

Quale differenza si determina nel credere? L’unica differenza che si deter­mina è quella di essere oggettivi o essere soggettivi. Se nel­l’atto di fede di credere nel nulla o di credere in Dio c’è una pro­pria proiezione, bisogno di vivere la propria incertezza la propria paura,”(incapacità di vivere ‘il sapere di morire’) questo avviene perché siamo legati al pensiero e alla paura di morire e quindi alla parola di morire; se c’è questo atteggiamento vuol dire che cre­diamo fondamen­talmente ancora negli dei: (e la fede non è ogget­tiva, è illusoria, non concreta. E’ nella Dimensione simbolica-tra­dizione-pre­giudizio) non abbiamo un atteggia­mento oggettivo della realtà. Se avessimo un atteggia­mento oggettivo della realtà diremmo la morte è! di fronte a questa affer­mazione la morte è! noi diciamo l’essere umano muore, dicendo che l’es­sere umano muore noi dobbiamo spingerci alla comprensione, consapevo­lezza al sentire l’accettazione della morte, (Crediamo in Dio; svi­luppiamo una sana simbolicità, tradizione, li­bera non vincolante,  una piacevole religiosità.)  quindi far rientrare la morte nell’inte­rezza della vita è togliere quella dico­tomia tra la vita e la morte; la morte come negatività o positività: la morte é! quindi la vita é! Ora da questa consapevolezza dall’accettazione cioè dalla non negazione, noi pos­siamo costruire la cultura; la cultura è l’armo­nizzazione delle proprie ca­pacità ed altrui; nostre, di convivere con l’incer­tezza, (la cultura di cui parlo qui è legata al sentire la morte, ma vi è un altro livello di cultura che è legato alla parola-pensiero ch’è un pregiudizio an­ch’esso; cul­tura-proiezione) riu­scire a costruire modi esistenziali in cui ci si sente meno impau­riti e il confronto con gli altri da ancora più sicurezza. Quindi non è un confronto distruttivo come avviene quando c’è la paura morte; quando c’è la paura della morte il confronto con l’altro si svolge nella lotta per affermare le proprie sicurezze su quelle degli altri senza che ciò arrechi nessuna vera consapevolezza; con la debolezza di non sapere ri­mettere in discussione le proprie sicu­rezze. Quindi nego che esista la morte, nego di essere insicuro, quindi sono insi­curo ecco, che nasce la con­flittualità la mancanza di cultura. Quindi tutta la cultura il pensiero reale nasce dal­l’accet­tazione della morte; dall’accettazione della propria insicurezza, dal­l’accettazione dell’insicurezza dell’altro e l’accettazione della nostra insicu­rezza.

 

Tornando al discorso precedente come possiamo noi sentire la morte. Arrivare ad un livello tale che possiamo superare il pen­siero e la parola e superare il pregiudizio, quindi l’antefatto della morte l’ipotesi di vita, la paura della morte e di conseguenza nella propria azione sentire la morte. Sentire la morte significa essere nella scelta etica assoluta; essere nella scelta etica assoluta vuol dire riuscire a scegliere, a scegliere indi­pendentemente da se stessi. Cos’è l’etica se non cercare di capire ciò ch’è vero indipendente­mente dalle proprie convenienze o dalle convenienze altrui, que­sta è l’etica; L’etica così fatta quindi supera la realtà storica; evolve dall’antefatto della morte, della parola-pensiero. Diventa re­ale (vera storia). Entra in un tragitto individuale dell’essere umano, personale, soggettivo in cui l’essere umano attraverso se stesso sente e percepisce la morte; con essa la propria insicu­rezza og­get­tiva, l’insicurezza di tutti: legante e assoluta in cui l’essere umano è.

Nella conflittualità che inevitabilmente si genera, che nasce ai pri­mordi  tra la negazione della morte e l’accetta­zione della vita, quindi la fa­tica di accettare la morte; inizia un processo, d’impossi­bilità, sfaldamento di capire le proprie sicu­rezze, in un confronto dai ‘toni esasperati; in questo confronto l’essere umano incomin­cia a scindere se stesso; l’unica possibilità che ha è pro­prio quella di scin­dere se stesso - l’essere umano non è solo ciò che pensa at­traverso le proprie parole, l’essere umano è ciò che sente; e se c’è un equili­brio fino all’antefatto della morte: tra il pensiero la pa­rola e ciò che sente, oltre questo ante­fatto della parola-morte l’es­sere umano può solo sentire, può solo sentire la morte e “forse” affer­mare la parola morte nella propria in­timità e sentirla con­creta, ma indimostrabile con le parole, perché ora è sola del sen­tire.

Per arrivare a questo è indispensabile la conflittualità, l’aut-aut, la scelta; quindi “la scelta etica”   *[più] assoluta. “Io vinco la morte, no!

* Il termine [più] assoluto, qui è riferito all’etica. Nel senso che l’etica è una pos­sibilità che l’essere umano può raggiungere nel sentire la morte, che però svi­luppa gradualmente attraverso la crescita verso tale consapevolezza; l’etica è assoluta quando l’uomo è nel sentire la morte, cioè al più assoluto dell’esi­stenza.

L’etica nell’eternità-assoluto non potrebbe sussistere; perché nell’assoluto non vi è necessità di scelta; giacché ogni azione è già assoluta.

Quindi l’etica è assoluta perché  nell’ambito della sua possibilità d’esistenza: il più assoluto; è l’assoluta forma morale.

Perciò uso il [più] in questo modo per dire: che l’etica è una forma assoluta, ma nell’ambito della certezza-incertezza della morte, della percezione del più asso­luto dell’essere umano; e in esso si esprime il suo limite.

 

io sono la morte, io vivo la morte, io sento la morte”. Questo avviene attra­verso un procedimento di rimessa in discussione continuo, di confronto continuo, d’inaccettabilità conti­nua, della negazione della morte, di scontro, di scontro an­che vio­lento; all’in­terno di tutto l’essere umano che sceglie di accet­tare la morte. Perché non dimentichiamo anche che tutto nella nostra biolo­gia si ferma all’antefatto della morte, ogni nostra cel­lula si ferma all’antefatto della morte, agisce come antefatto della morte, ma inevitabilmente muore; più che morire è le­gata al sistema ani­male: non vive più. Ma questa forza e generazione del non vi­vere, contro il ge­nerare del morire dell’essere umano, porta una forte conflittualità, perché l’essere umano entra in conflitto con la pro­pria esistenza  biologica ne­gazione della morte. La biologia è spinta, ener­gia naturale neutra — Dobbiamo accettare la fine della biologia, cioè la morte biologica. Per realizzare questo, dobbiamo negare quella biologia che noi as­sociamo alla ne­gazione della morte — Negare la negazione che la biologia non Muore; quindi portare il non vivere biologico al morire, ( la propria genetica al morire, sentire la propria fisicità al mo­rire). — La Biologia è sì spinta verso la vita, ma se è legata all’antefatto, al pre­giudizio, alla realtà storica; la biologia assume valenza di negazione della morte; per­ché la bio­logia che è allo stato del non vivente as­sorbe gli attributi dell’essere in cui vive. L’animale è bio­logia, [(e?)] quindi in essa è già in armonia. Armonia inconsapevole nel pro­prio ordine natu­rale. L’essere umano è ricerca di con­sapevolezza, rag­giunge la consapevolezza armonia biologica quando “accetta di mo­rire.” In questa terra di nessuno dove sembra che tutto scom­paia, dove sembra che le certezze più grandi scompaiano e dove le ener­gie più sco­nosciute si confrontano, è la capacità dell’anima; in questo supera­mento, in que­sta battaglia assoluta, del­l’essere umano, tra il non vivere e il morire.

Attraverso l’analisi della propria emotività e la ristrutturazione della pro­pria emotività legata alla parola-pensiero, noi dobbiamo riuscire ad arrivare all’antefatto (pregiudizio morte) in perfetto equilibrio. Arrivati al­l’antefatto, ini­ziamo la lotta del non vivere negazione col morire, tra la ricerca della consapevo­lezza del mo­rire e la biologia nega­zione del non vivere (inconsapevole), que­sto ci porta ad un ulte­riore scontro, ci porta alla lotta più forte. Noi arriviamo a questo scontro estremo, attraverso l’esperienza del confronto, ricerca di con­sapevo­lezza, consapevolezza non an­cora reale, perché noi stessi ancora nega­zione della morte; ma in quel momento che affermiamo sen­tendo gradualmente la morte, questa energia del non vivere nega­zione e del morire, di­venta con­sapevole in noi. Qui arriviamo al punto focale, alla scis­sione di noi stessi, perché il non vivere ne­gazione e il morire, lotte­ranno strenuamente l’uno contro l’altro per affermarsi, e in base a chi dei due si supererà ci sarà la no­stra possibilità evolutiva. Nel non vivere negazione noi torniamo a negare la morte ad un li­vello inconsapevole e “andiamo” nella sua degenerazione nella schizofrenia, nella pazzia nella fol­lia, giunti al punto estremo. Ma se noi tra il confronto del non vivere negazione e il morire, sce­gliamo il morire “entriamo” nella schizo­frenia ed “entriamo” nel relativismo (apparente) “[più] assoluto.” en­triamo nella dispera­zione, (che solo all’inizio dell’esperienza è una soffe­renza margi­nale) in quel mo­mento è una sofferenza estrema; in quel mo­mento noi ac­cettiamo: il sof­frire il morire; accettiamo il morire nel con­fronto con il non vi­vere negazione. Attraverso questo confronto noi iniziamo a sen­tire; sentire lo scontro estremo tra questi due titani, fino alla pos­sibilità e la scissione più totale e la lotta più estrema, estrema, tra il bene e il male; per­ché è qui che avviene il conflitto tra il bene e il male;

(Qui si possono verificare fenomeni, anche strani, fenomeni non spiegabili scientificamente; (non falsificabili) fenomeni che pos­siamo definire,  scariche energetiche a cui non dare nessuna spie­gazione, ma accettazione neutra.)

schierandoci con l’aspetto del morire, l’accettazione del mo­rire, l’ac­cetta­zione della propria insicurezza arriveremo a sentire, a sen­tire pro­fonda­mente; collegare il nostro sentire e collegarlo con la percezione della morte e superare la pa­rola-pen­siero ante­fatto della morte, per sentire non la paura di morire, le­gata alla realtà storica alla parola-pensiero, ma sentire di morire. In tale percorso, arma indispen­sabile di equilibrio è l’aspetto ludico, gio­care con le percezioni che av­vengono al nostro interno; non prendere mai troppo sul serio i noi stessi; questo ci permette di non so­pravvalutare. Avere fede, (credere in Dio, af­fermando sempre che solo lui può essere assoluto, nessun essere umano, e in questo ricor­dare sempre di essere un essere umano) Perché quello che sentirai dire, che i tuoi sensi sen­tiranno, l’emo­zioni proveranno, sarà la tua immortalità, la fine dell’ango­scia, l’illu­sione assoluta all’interno di un essere che muore; a quel punto av­rai solo la volontà della fede per ne­gare la negazione della morte e affer­mare la realtà. aggrap­pati alla di­mensione della re­altà, pre-culturale in cui hai vissuto, e lotta per affer­marla sulla dimensione della negazione della morte, che ti farà credere che la dimensione pre-culturale è priva di soffe­renza, dolore, Morte; di sempre con tutta la volontà che non è vero che mo­rirai. Giunto al punto estremo, i tuoi sensi, le tue emozioni, tu! Sentirai di mo­rire, la negazione della morte ti farà sentire tutta la paura di mo­rire, nel suo estremo tentativo che tu, ora possa negarla. Accetta di morire, controlla quelle emo­zioni, non di­menticare che accettare la morte è accettare la realtà della vita. Ora sei libero, Hai ricor­dato, il tuo non vivere e morire sono in armonia. Sei.

Ma perché arriviamo a questo, quale è stato il trauma da cui tutto è nato; cosa è stata questa scossa così forte che ci ha fatto rimuo­vere il sentire la morte; che ci ha fatto andare verso la negazione della morte. Questo bisogno di onnipotenza, impossibile in chi non è asso­luto; e cos’è questo bisogno di onnipotenza, se non il ri­cordo forse dell’eternità perduta.

 

Se l’esperienza realtà-storica non modifica l’esperienza realtà-sto­rica succes­siva, è perché l’esperienza realtà-storica nasce dall’ante­fatto della morte. dal pensiero-parola che finisce prima della morte. L’esperienza della morte è in­sita nell’essere umano è di­menticata, rimossa, incosciente. Ora la riappropriazione della sto­ria, come evolu­zione trasformazione nel senso e quinti au­tentico EPISTéme LOGUS, oggettività è proprio nel riappropriarsi e nel sen­tire di nuovo la morte.

 

La fine della disperazione è la certezza, la certezza di mo­rire. L’accettazione totale e l’abbandono di ogni sicurezza fitti­zia, per sentirci tut­t’uno con la morte-vita di tutti. Quindi l’appro­fondi­mento estremo della soggettività, ci ritrova nell’oggettività più forti; nella sog­gettività comune.

La realtà-storia finisce di essere la realtà-storia; evolve nella vera storia la realtà-storica non esiste più.

 

 Atto di coerenza con il fine, in ogni momento del percorso tro­varsi sempre dalla parte dell’eticità, oggettività, nel­l’in­tento di perseguire il bene)

 

(Il perseguire della scelta etica assoluta, avviene attra­verso la scelta etica della quotidianità del vivere, nello scegliere di voler sentire l’amore etico.

 

AMORE   coraggio dell’accettazione del nostro limite.

              Possibilità di accettare la fine della vita, per il consegui­mento della responsabilità.

                        Sentire tutta la propria e l’altrui vita, sentire il limite.

                        Amore assoluto incondizionato: Dio

L’amore per l’essere umano è fondamentale, ma l’essere umano è nell’im­possibilità di conoscere tutto dell’amore: L’amore è un’ente assoluto, che ol­tre il limite della morte continua ad esi­stere; per noi legati a questo limite c’è la possibilità della fede, che forse ci fa sentire quest’asso­luto. L’amore è la forza che ci fa vin­cere: la negazione della morte, che ci fa accettare di dover morire. L’amore ci spinge nella morte, nella dignità della vita, allonta­nando da noi la paura, la nostra “negazione” e riporta nell’armo­nia lo svolgersi della nostra vita. L’amore ci fa sperare che oltre la nostra massima certezza-insicurezza: La morte, noi possiamo an­cora esserci.

Dire che siamo stati (Amore) siamo la-Morte- saremo Amore).

Questa è la nostra ipotesi di vita eterna.

 

Abbiamo capito conosciuto che non è giusto affermare che la morte, è bella o brutta. Ma se noi affermiamo che la morte è bella o brutta, af­fermiamo an­che che la vita è bella o brutta. Ma in ambo i casi noi non siamo coerente­mente in possesso dell’intera esistenza; per il fatto che la vita che noi sen­tiamo è legata al no­stro pensiero-parola che è l’antefatto il precedere la morte, l’istante prima della morte. Ora proprio per questo pos­siamo affer­mare che la vita è bella o è brutta, perché si ferma lì! Ma se noi prolungas­simo la nostra vita fino all’i­stante della morte, non po­tremmo più dirlo; perché la morte è pura oggettività, non è né bella né brutta. La morte è! e in essa la vita è! tutta. Quindi ci rap­porteremmo con l’oggettività, con la realtà più assoluta e fuori dalla nostra sog­gettività. Entreremo in un vero rapporto con l’etica; cos’è l’etica? L’etica è il superamento della propria egoistica soggetti­vità, l’armonizzazione della soggettività-positiva con l’og­gettività è il gu­ardare dov’è il giusto, oltre le convenienze. Questo è possibile sol­tanto nell’oggettività, at­tra­verso il confronto tra la soggettività e l’oggettività più assoluta, e l’ogget­tività più assoluta è la morte. Noi non siamo in grado di con­frontarci to­talmente con la morte; anche noi siamo legati al pregiu­dizio, all’antefatto della morte; quindi possiamo pensare la morte; enunciare la morte come pa­rola. Ma non siamo in grado di sentirla, non ricor­diamo, cos’è sentire la morte; questo lo abbiamo dimenti­cato ri­mosso.

Ma se noi avessimo raggiunto il sentire la morte superato il pre­giudizio della parola-pensiero, anche a questo livello, ecco che non potremmo arri­vare al superamento dell’etica: che è nel vi­vere asso­luto, l’eternità. La no­stra etica è sempre legata alla sogget­tività-nel­l’oggettività. La nostra sogget­tività è inevitabilmente corruttibile. Ecco che la corruttibilità, componente ed espressione di noi stessi esiste perché non siamo in contatto con la cono­scenza assoluta, la conoscenza assoluta dell’eternità, cosa im­possibile nello stato del­l’essere umano. Perché se anche l’essere umano riu­scisse a sentire la morte, a quel punto dovrebbe fermarsi. (La cor­ruttibilità al li­vello della con­sapevolezza del morire: è fisica. — Al livello inferiore la corruttibilità entra nel sistema di acquisizione del negare la morte, (realtà-storica, cultura) e si esprime in inten­sità va­riabile a seconda del livello di ne­gazione della morte dell’essere umano in cui è si­tuata.) Entrerebbe nella soggettività-oggetti­vità più assoluta, quindi riuscirebbe a co­struire l’etica, l’etica sul proprio limite. Sul superamento del limite del linguag­gio del pensiero, sul limite del sentire la morte. Quindi riusci­rebbe a scoprire tutta la sua sogget­tività e di conseguenza i motivi le motivazioni e le ragioni della sua soggettività. In base a questo, affondare le radici, le ragioni, in ciò ch’è comune in tutti.

 

Incertezza assoluta: la morte. Da qui può nascere la scelta etica; perché da qui è la massima possibilità che abbiamo di conoscenza, è l’ultimo confronto, l’ultima possibilità di scelta. Quindi quando noi allo stato del pensiero-pa­rola, il pregiudizio della morte: — chia­miamo “l’etica;” in realtà non è etica, è una presunzione di essa è un pre­giudizio di essa. Perché è legata all’ante­fatto della morte. Quindi noi ab­biamo un pensiero della morte, pregiudizio della morte e di conseguenza non sappiamo tutto dell’oggettività e non co­nosciamo fino in fondo la nostra soggettività, cioè non abbiamo raggiunto il limite della nostra soggettività, il limite più assoluto in cui la nostra sogget­tività si unisce con l’oggettività più assoluta, con la morte: che è! Quindi la morte non è né bella né brutta; la vita non è né bella né brutta. Ma noi pos­siamo affer­mare, ripeto, che la vita è bella e brutta, perché è legata all’ante­fatto della morte, al precedere la morte al pregiudizio della morte, non a una sua conoscenza reale. Quindi è sempre legata ad una nostra soggettività. In questo confine rimane la nostra soggettività e conseguentemente pos­siamo dare un giudizio di soggettività, legato a ciò che noi siamo. Ma se noi cono­scessimo realmente ciò che noi siamo arrivando al sentire la morte; quindi la nostra sog­gettività portata al suo reale limite, reale con­fine. Noi non affer­meremo che la vita è bella o è brutta, afferme­remo come la morte: la morte è! oggettiva; la vita è! E qui finirebbe il circolo compul­sivo della storia. La storia avrebbe finalmente una linearità, uno svolgersi verso che, un senso etico, reale che nasce dalla cono­scenza. Da una conoscenza reale, non più legata alla paura ed al pregiudizio. Dall’accettazione di ciò che noi siamo: esseri finiti, es­seri che muoiono. Questo non ci porta al panico alla paura; come ora, ché noi non sentiamo la morte e abbiamo il pregiudizio della morte; questo, ci porta alla fuga dalla morte. Portandoci alla fuga dalla morte noi tor­niamo alla negazione della morte e negandola l’affermiamo.

Noi pos­siamo “affermare” l’esistenza non inglobando nell’esi­stenza la morte, quindi accettando la morte, accettando il limite della nostra soggettività: l’impossibilità alla nostra onnipotenza, del no­stro essere assoluti. Accettando questo noi accettiamo l’og­gettività della morte, l’oggettività della vita e stabiliamo la scelta etica: la motivazione reale concreta, la conoscenza. Ciò ch’è il bene sogget­tivo con il bene oggettivo. E quindi nell’interpretare, nel vivere e sentire la morte in questa forma, noi non abbiamo più motivi di fuga; quindi non abbiamo motivi di negazione della morte, ma di accetta­zione della morte; in tale atto noi ci armoniz­ziamo con ciò che siamo: l’ac­cettazione della nostra fine sogget­tiva, l’ac­cetta­zione della pos­sibilità di vi­vere con la nostra capacità acquisita nella fine sogget­tiva e quindi placare l’ansia, la paura della morte.

Con la conoscenza della morte smettiamo di aver paura della morte, l’ac­cet­tiamo e la nostra prospettiva verso le cose verso gli altri cambia: è un incon­tro, finisce lo scontro. Da qui nasce la scelta etica. La scelta dell’og­gettività e la conoscenza della fine della soggettività, del termine della soggettività. Se ciò per ognuno è un discorso individuale, un percorso individuale, da percorrere, alla conoscenza della fine della sogget­tività, alla cono­scenza della morte, in quel punto ognuno di noi si ritrova, ma si ritrova in tutti. Quindi è il cammino della sogget­tività che ci porta all’oggettività; la soggettività fi­nisce nell’ogget­tività. Qui abbiamo un punto di estrema forza etica. Un punto legato alla fine della soggettività di tutti. E da quel punto di pura neutra­lità, noi pos­siamo vedere ciò ch’è giusto e ciò ch’è sbagliato. In quel punto noi non vediamo più la convenienza; vediamo ciò che pos­siamo e ciò che non pos­siamo. E’ la fine, il termine delle possibilità. Ma lì possiamo anche scegliere perché è la fine dell’angoscia; perché noi viviamo l’ango­scia finché non conosciamo (accettiamo) la morte.

Quello che l’angoscia è, è la paura e l’incertezza che noi ab­biamo. Questo ‘adesso’ deriva dal fatto che noi non conosciamo: la morte, l’abbiamo di­menticata. Ricordare per accettare la morte per noi è l’unica possibilità di eternità. E questo “sentirci eterni” ci “por­terebbe” a  svolgere la nostra esi­stenza con linearità (ateo, sente e accetta la morte e tutta la possibilità, che tale consapevolezza dà all’essere umano; accetta tutto il limite, la cono­scenza dell’incer­tezza che sco­pre in essa; ha fede nel nulla il suo mistero). Con line­arità signi­fica che il nostro senso, avanze­rebbe e di conseguenza av­rebbe nel suo movimento la coerenza, l’appro­fondimento. Giunti alla morte; il no­stro senso l’approfondimento di esso, non avrebbe più motivo di un punto di fuga; a quel punto noi esiste­remmo. Cadrebbe ogni forma d’illu­sione; ogni forma di movi­mento in­consape­vole; cadrebbe il pregiudizio, en­treremmo nel giudizio re­ale. In poche parole,  arri­vati alla morte noi accet­te­remo di mo­rire. Al sentire la morte noi ac­cetteremo di morire. Perché quello è il punto estremo, l’ultima pos­sibilità: l’accetta­zione di noi stessi.

—Ecco che qui il nostro vivere attra­verso il sentire, e il nostro vi­vere attra­verso il pensiero-parola-sentire, sarebbe finalmente tutt’uno— e tor­neremmo un’unica persona. Perché è inevitabile che quando noi fer­miamo tutto alla parola-pensiero, il nostro sen­tire non è completo ; nasce da qui la nostra conflittualità: tra l’esi­genza del sentire e la paura di sentire. (Il pensiero-pa­rola ci mostra in questo limite e si ferma al pregiudizio, quindi alla nostra paura.) Ma il sentire vuole andare avanti, vuole scoprire. E da questa lotta, tra questi due noi stessi è determinata la nostra cono­scenza, la nostra consa­pevo­lezza. Gestire questo male e questo bene dentro di noi, è forse nella ca­pacità dell’anima.

 

Ma dato per scontato, che arrivare all’etica assoluta, quindi a sen­tire re­al­mente la morte non è per tutti possibile. Ché non tutti rie­scono attra­verso la propria soggettività, a spingere la propria sog­gettività, al loro estremo li­mite. Dobbiamo chiederci: il pregiudi­zio in cui noi ci fermiamo, all’antefatto della morte, ha una sua oggettività. E anche lì è a tutti noi possibile giungere a questa og­gettività? Non vi è dubbio che lì, è il limite precedente il limite più assoluto; è il limite legato al pensiero-parola e quindi in se stesso è già oggettivo. E’ oggettivo in quanto limite preciso; in quanto com­ponente estrema di una componente essenziale dell’essere umano: la parola e il pen­siero. Il pregiudizio è l’ogget­tività parziale, l’antefatto della morte, ma è le­gato ad una concre­tezza, all’impossibilità di andare oltre la parola-pensiero; all’im­possibilità di generare oltre la dialettica, con la dialettica. Quindi un pregiudizio che nasce dalla  non conoscenza del più assoluto; ma ch’è cono­scenza di un limite: il pensiero parola. Oltre questo limite vi può andare il sentire, che ci fa sentire la morte.

Ma questa parola questo limite; inevita­bilmente come qualsiasi al­tra possibi­lità di confine e quindi come qual­siasi altra possibilità di limite, verso il li­mite più assoluto ci porta ad avvicinarci al sen­tire la morte. Quindi l’acqui­sizione di ogni limite è la fine dell’illusione-sicurezza, è l’acquisizione che ci avvicina alla cer­tezza, da cui noi tendiamo sempre  ‘di allontanarci: la certezza-si­curezza di morire. Quindi c’è un punto di fuga anche dal pregiu­dizio oggettivo parziale; assistiamo a vari livelli d’esi­stenza; per­ché anche al pregiu­dizio oggettivo, non è facile giun­gere. Il pre­giudizio oggettivo è le­gato a questa capacità, di porsi in relazione alla fine della nostra dialettica; di porsi in relazione all’incertezza (fine) della nostra componente realtà-sto­rica. Quindi all’accetta­zione di antefatto del­l’incertezza assoluta e già questo ci fa capire che moriremo, ma questo non ci dà  la possibilità di conoscere re­almente tutta la nostra soggetti­vità. Perché non siamo in con­fronto con la realtà oggettiva più as­soluta dell’essere umano: la morte. Quindi anche il pregiudizio l’oggettività parziale non è a tutti rag­giungibile. Anche dal pre­giudizio ci può essere un punto di fuga. Quindi il pregiudizio è l’avvicinarsi alla verità più asso­luta alla co­noscenza, ma non è  né la verità più assoluta né la co­noscenza. Il punto di fuga dal pre­giudizio è un’ulte­riore allonta­namento dalla verità più assoluta e dalla conoscenza. Quindi assi­stiamo a ritroso a diversi punti di confine. Punti di confine che sono estrema­mente le­gati alla sog­gettività di ognuno di noi. Ognuno di noi ha un punto di confine; un punto di confine ch’è sempre più illusorio, tanto è più legato alla propria soggettività che va verso un egocentrismo egoistico. Quindi ci sono vari li­velli, vari stadi, ed ognuno è un punto a ritroso verso la fuga, an­che dal pregiudizio. Sempre più nella soggettività, sempre più nell’illusione; un’illusione sempre più pro­fonda.

 

Per ipotesi possiamo dividere gli uomini, in diverse categorie. Senza poter dare nessun giudizio assoluto, se non legato all’inca­pacità del­l’oggettività par­ziale del pregiudizio e dell’oggettività della morte è! (più assoluto). Senza dire ciò ch’è bene e ciò ch’è male; anche se: più ci si allontana dall’og­gettività parziale del pre­giudizio. E più ci si al­lontana dalla morte è! dall’og­gettività reale; Più si è nell’illusione e più si è nell’errore, nella non cono­scenza. E quindi ci si allontana sempre più dal limite del pensiero-parola ma sempre più anche dal sentire.

La componente di maggiore armonia è la saggezza. Nel saggio vi è la mas­sima consapevolezza; il saggio è colui che ha accet­tato la morte, che ha supe­rato il pregiudizio.

Il genio globale.

L’intelligente.

Il genio parziale.

Il furbo.

Ogni essere umano è formato da tutte queste componenti, che nel­l’ideale devono vivere nell’equilibrio.

Ogni possibilità d’incontro è una possibilità per ognuno, di ca­pirsi e capire. Siamo tutti indispensabili ognuno nel suo voler “essere”.

 

Sapere che la morte ci appartiene ci dà coscienza della vita.

Non scegliere il suicidio, non negare la morte.

 

Opera d’Arte. In un museo, vi è una persona seduta che osserva. D’improvviso si alza ed esclama: — «Ma come posso… Non ca­pirmi!»

L’opera d’arte è ricerca di un limite speculare, un’ansia di asso­luto, da cui ognuno può trarre consapevolezza.

 

 

                                                                                                                            

È Passato altro tempo, oltre quello della mia vita, forse, ma non riesco a capire cosa sia tutto quello ch’è accaduto, non m’interessa più.

Ho letto questi appunti e tu che sei giunto sino a queste mie ultime parole, ti sei accorto che sono un mio prome­moria, sono appunti interni a quello che ho vissuto. In essi ho inventato le parole per dire ciò che non può essere detto con esse, sono giunte dove loro sono impossibili. Questi ultimi appunti in­terni sono il mio abbandono dell’arte, o meglio il mio non averne più bisogno.

Penso che spiegarsi oltre non sia possibile, ma neanche mi inte­ressa farlo, oramai le parole non dicono più nulla.

Mi sento lontano da tutto e se sono ancora qui è solo per il senso di rispetto che ho per un lettore, per colui che per caso ha trovato queste mie pagine. Lascio detto a lui che nulla in esse può essere modificato, perché ogni parola ogni punto, ogni virgola, accento rappresenta un giorno della mia vita e come i giorni ormai vis­suti non si possono più cambiare, sono scritti così, come la condi­zione della mia anima.

Adesso sento che tutto esce senza più patemi: angosce gioie… e le parole sono diventate leggere, ma sento anche che non ho più bisogno di loro, non ho più bisogno d’interpretarle. Ciò che stato scritto, vissuto qui è stato possibile perché io ho vissuto ciò, ma ho trovato l’incapacità delle parole per raccontare la mia storia. Ora che sono giunto alla fine voglio dirvi che il mio modo di scrivere è quello di un interprete, giacché voi capirete chi io sono, non solo dal senso delle parole, ma anche dalle loro ombre. Vedete se ora io provassi a riscrivere tutto, non potrei farlo, più, come è già stato fatto, perché quella per­sona, quel Faust che ha già scritto non esiste più, ma è ormai esi­stito: Interrompere per poter ripetere, cambiando, ma è poi mi­gliorare questo. O forse non è semplicemente illudersi di quel che d’irripetibile e unico succede ogni volta, cambiare non è forse di­struggere. 

Ora non mi aspetto più, non aspetto più nulla, ed anche se sono giunto vicino agli ultimi giorni, non posso dirvi come sarà l’aldilà. Non più angoscia ho, se le parole non possono, se io non posso spiegare, sono ormai alle ultime, poi non ne avrò più biso­gno, ma in cuor mio voglio dirvi che ora so, che ora sento.

Quando tra un po’ sarò morto e non esisterò più; quando sarò tutt’uno con me stesso, trovate un muro e su quel muro scrivete queste mie ultime parole:

 

Inizio nel non più

 

Ora,

Dopo il tramonto, verso l’oscurità

solo ora riesco ad ascoltare le mie emozioni

troppo languide e tristi.

Emozioni così poco astratte lungo il viale dei cipressi,

da sembrare speranze cristalline.

Ma nel pensare ciò mi chiedo quale arcangelo

annuncerà il mio destino

agli spazi del Sé

Di quel Sé che germoglia nell’opinabilità

che genera nella coscienza e vive nell’amore;

in quell’amore così tanto Atavico

da prendersi prigioniero nelle chiuse della mente.

Ma, in fondo solo nel non più

possiamo guardare nel cielo creando il ridestarsi

degli umani momenti.

E ora

Soltanto ora che gli specchi d’acqua son calmi

fermi come la morte

la luce mi si diffonde dinanzi

riascoltando in me la bucolica speranza.

 

                                                                              Faust 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

      soliloquio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[libro grande piccolo parole scritte illusione. una di legno bianco una di legno. una stampante computer televisore video cassette molti fili cd videoregistratore casse acustiche giradischi te­lefono scatole di legno una di cartone lettere casco da motociclista borsa di mio nonno cuffia giornali L.P. cuscino coperta lenzuolo segnalibri quadri lampade scrivania legno pavimento porta oc­chiali blocco note calcolatrice cuffie bacchette per batteria carta nautica squadrette nautiche agende letterarie agende scatola vuota cartoncino disegni su carta scarpe vestiti camice pantaloni spilla­trici una grande e una piccola colla stick riviste di vendita per cor­rispondenza di libri inviti di mostre programmi custodia mac­china da scrivere fogli con appunti vari nailon per coprire sinte­tizzatori e computer audio cassette piccoli cavalli mani giunte in­tarsiate in legno piccola agenda cartoline penna di gabbiano carto­lina antica da collezione appendi abiti cinta tute racchetta da ten­nis immagini in cuoio francobolli scatola con parecchi oggetti vec­chie penne fumetti scatola di liquirizia scatola di menta madon­nina con l’acqua di Lourdes clessidra ad acqua taglierino taglia un­ghie gettoni telefonici porta chiavi con piccola bara in legno ricetta oculistica piccola spazzola maschera da sub occhialini per nuoto filtro per tastiere batteria elettronica termosifone abbonamento torneo di calcio termometro riviste di psicologia riviste letterarie riviste di cinema riviste scientifiche, stilografica rotta biglietti da visita finestra serrandine in plastica chiesa cupola piazza palme pini macchine strade pullman cassonetto dei rifiuti asilo scuola lampioni divieto d’acceso senso unico camion portone della chiesa aiuole bambini che giocano al calcio macchine parcheggiate scivolone campane ricordi sole notte buio neve pioggia inverno estate primavera autunno mimose panchine bicicletta motoci­cletta automobile fontana acqua sete bere scuola sciopero profes­sori idioti musica gilè spillette concerti cerbottane carrettuccio fionde siluri cani randagi mare spiaggia sole amore ricordo palme palme seccate palme nuove cacca di cane pallone gente che si la­menta rumore tappi di bottiglia schiacciati costa muro figurine calciatori eccitazione Pitosforo recinto scrittura monache preti ci­nema parrocchia torneo di calcio piede tagliato ferita acqua di mare foruncoli litigare cadere correre inseguirsi nascondino cam­panone primo amore scoperta del sesso primi incontri senza sa­pere cosa fossero liberi casa di Polifemo rubare ortaggi insalata campagna ville liberi lattaio con la bicicletta chiave sulla porta camion liquirizia radici di liquirizia tartarughe lucertole bisce rane rospi stagni sigarette case in costruzione giochi toccarsi sco­prirsi senso di colpa morale nebbia neve aut buio giochi scherzi chiapparella rialzo carte scacchi dama monopoli risico Zorro chissà chi li sa TV dei ragazzi primo secondo canale tele cavo immagini distorte incomprensibili compleanno cane primo gatto ricordi. è tutto passato, forse non vi è altro che possiamo ricor­dare, non vi è altro che possiamo ricordare, tutto sembra tra­scorso, eppure in ognuno di noi c’è quel barlume del ricordo che improvviso in un istante senza capire, senza comprendere, fermo come il sole ritorna …macchina bianca, passi di una persona che lentamente si avvicina alla sua auto, senza pensare a nulla giac­ché sta riflettendo su qualcosa che non sa a semplici cose; cosa ha detto la moglie cosa ha dimenticato di fare in ufficio. lo guardo at­traverso la finestra. perché piccoli passi uno vicino all’altro, salire in macchina far finta di nulla partire andare incontro a qualcosa che già è avvenuto, ieri l’altro, ieri e avverrà domani, senza nes­sun ricordo senza nessuna memoria ma perenne verificarsi dello stesso istante …ho tanti libri tantissimi libri e ho letto molto questi libri, tanti, che alcuni non li ricordo neanche eppure sono stati importanti, si sono forse depositati in ogni mia piccola cellula ed ora fanno parte di quel che io ora sono. che mi rimane da raccon­tare certe volte mi perdo e le parole non si sentono più, non le sento più dentro, non le sento dentro quell’immagini che ognuno ha di se stesso, è come se tutte insieme volessero uscire ma nes­suna di esse è la prima, non vi è una priorità in loro c’è l’anarchia, l’anarchia totale ma senza prevaricazione, senza che nessuna su­peri l’altra. aspetto spesso che tutto quel che ho dentro ritorni o che si senta qualcosa di nuovo, qualcosa che… qualcosa che non si sa ben spiegare… è come genuflettersi e pregare è come abbando­narsi alla fede senza comprendere bene quale sarà il suo effetto, sperare nei propri desideri immaginarli reali, ritrovarli nelle pro­prie azioni, stare lì fermo ad osservare. mi vengono altre parole ma non so bene cosa devo dire, non so capire nemmeno ciò che voglio dire. la gente è affannata la gente è stanca la gente è disone­sta, menefreghista, superficiale, tutto sfugge tutto si perde nell’uti­litarismo senza nessuna dimensione che ci porti a comprendere a capire, che parole vane che stupide conseguenze di ciò che sto di­cendo. mi ricordo di quando eravamo ragazzini. quanti giochi quanta spensieratezza, vivere in un mondo dove le chiavi erano sulle porte delle case, dove tutto sembrava essere fatto di fiducia. mi ricordo del lattaio che veniva tutte le sere a consegnare il latte, mi ricordo dei giochi della libertà, uscivamo liberi per tutto il giorno, senza nessuna preoccupazione o forse le nostre preoccu­pazioni erano solo quelle di vivere, di conoscere, di comprendere. ora dove è finito tutto questo, dove sono quelli che dovevano es­sere ”noi stessi, quelli che dovevano migliorare quel noi stessi, non ci sono più e tutto il mondo è finito dentro una stanza, den­tro quella stanza che ognuno di noi si porta dentro, senza capire il perché, il come. stanza piena dei suoi sogni dei suoi giochi da dove attinge tutto quello che può realizzare, tutto quello che può sognare. certe volte questa stanza diventa una prigione, un sogno inconsueto, una trappola è quello che succede a molti a molti ra­gazzini d’ora, dove sono, noi vivevamo con il primo il secondo canale, la TV dei ragazzi le fionde, tutte stronzate stronzate che sono qui a ricordare a ricordare, che cosa… era un altro mondo un’altra dimensione, un altro ricordo, quante illusione e quante stupidaggini sentivamo e quel periodo, quel periodo dell’adole­scenza che abbiamo trascorso con un delitto al giorno… accende­vamo la televisione che ci diceva chi era morto quel giorno, quale attentato. la lotta politica e intanto una parte veniva tolta alla no­stra generazione, una parte del tutto nuova da scoprire, tutto si è riversato nel disimpegno. ma che sto dicendo? bianco rosso verde giallo non ci sono più colori che sto facendo qui? che cosa sto aspettando? è una crisi totale, una crisi di parole, non ho più le parole adatte e quelle che uso mi sembrano sempre più insuffi­cienti senza nessun significato. quante volte intorno a me ho vi­sto gente morire strane cose, strane sorprese i concerti ma che sto dicendo quel ragazzo avete visto… mai qualcuno avere un’embo­lia. io non c’entro niente con tutto questo, non l’ho mai fatto, ep­pure osservavo intorno a me tutto quello che accadeva, gli stessi ragazzi che giocavano liberi facevano, con bastoni, fionde che con la fantasia sostituivano i giochi sofisticati di ora, un giorno com­parve quella strana cosa, sono comparse le siringhe, la gente si drogava, non sapevo cosa dire cosa pensare, sapevo che era un er­rore e non l’ho fatto, non c’era motivo di farlo, a me la vita pia­ceva, non so forse mi piace ancora ma è così difficile sentirla, ep­pure c’era chi lo faceva chi sognava quel paradiso, quella fuga, quell’incapacità di comunicare i primi disagi, quella stupida vo­glia di non capirsi. mi rendo conto che è estremamente difficile parlare estremamente complesso sognare, quasi impossibile, così mi trovo a dire parole senza senso, senza significato a ricordare cose frammentarie e senza nesso logico, nesso logico, qual è il nesso logico della vita tutti stanno bene, tutti, eppure muoiono ma muoiono prima di dover morire, che pensiero idiota che con­cetto idiota che cosa cavolo voglio io dalla vita, qual è il senti­mento l’origine che mi ha spinto ad essere quel che ora sono? non capisco bene le cose e credo che non le capirò mai, tutto ciò è come se non avessi avuto… che sto dicendo mi ricordo che andavo all’asilo alfabetizzazione coercitiva, la scuola, quei professori… dovrei parlare meglio con migliori ricordi tutto con un’immagine vocale autentica reale, forte, equilibrata quasi che quello che io sto dicendo avesse un suo motivo per essere detto, in realtà non c’è è tutto sconclusionato frantumato, distrutto, respiro, è una società senza realtà. molta di questa gente qui fuori dalla stanza è gente venuta dalla campagna, gente che ancora sogna il titolo nobiliare, l’emancipazione da un ruolo subordinato ma non sa ”più come fare è uscita… ama il titolo, vanno a scuola, si laureano, per l’or­goglio di mamme prigioniere della loro storia e della storia di chi le ha precedute, così orgogliose e felici di dire…  che ci faccio qui in mezzo io? che non sono capace di uscirne, che rimango vittima dei loro giochi perversi d’imbecillità, che cosa sto facendo? sto par­lando, ma a chi? forse a me stesso o a qualche altro, è poi vero quello che sto dicendo? è tutta una finzione un’invenzione per­ché io non so bene a chi appartengo, non so bene chi io sia e forse neanche voi lo sapete qual è il mio nome e il vostro c’è forse un nome per ognuno di noi ma ognuno di noi, non ha molti ricordi da dare, io ne ho ma non so come dirli, vorrei narrarli in maniera bella con una costruzione che… ma vedete che mi vengono ad­dosso, mi vengono addosso confusi senza un nesso, senza una loro bellezza forse scrivendoli… ma io non sto scrivendo sto solo parlando parlando a me stesso qui in questa stanza. non c’è nes­suno, io non so a chi sto dicendo queste cose, chi le ricorderà, io no, no di certo non le ricorderò, non le narrerò più ma neanche le ricorderò, ora non so più bene cosa dire, mi sono confuso mi sono perso, non so come continuare forse bisogna partire da un mo­mento e proseguire in maniera lineare, forse bisogna trovare un circuito, il circuito il circuito della storia, quello che ritorna che ri­torna e che porta avanti la medesima situazione in attimi diversi e sembra che tutto si muova, in realtà è tutto fermo, sì forse devo partire da questo momento ma dov’è questo momento nella mia vita, dov’è? non so bene che cosa sia e non so neanche… non so niente, non so proprio niente; vorrei essere nudo e non ho il co­raggio di spogliarmi, vorrei essere solo e non riesco ad esserlo non riesco ad essere solo come vorrei, non riesco a capire perché per­ché, vi ricordate del personaggio di *** in quel film e di lei. sono così vicini pur nella loro lontananza, tutti nella loro storia. Lui sembra essere la strada su cui lei deve passare per capire, per cono­scersi, ma che c’entra questo, perché sto parlando di queste cose? perché forse vorrei dire cosa sono, cosa faccio, di cosa mi inte­resso? ma a chi importa, certe volte la cosa migliore è pensarle senza dirle le cose. quel silenzio dove il pensiero galleggia si muove sospira respira e lì, in quel silenzio, al buio con gli occhi chiusi, stare lì e pensare, ma pensare senza neanche le parole, sa­pere che tutto c’è e in un attimo sapere che tu hai pensato la tua intera esistenza e invece ci sono le parole. ma che stupidaggine come sto parlando male, come sto pensando male, come sto so­gnando male sto dicendo stupidaggini, stupidaggini su stupidag­gini, perché non so cosa dire e quando uno non sa cosa dire do­vrebbe tacere e io invece in questo momento non so farlo perché ho bisogno di dirmi le mie storie, di parlare di me anche se sono qui solo nella mia stanza, non vi è nessun movente non lo trovo perché io non parli non racconti a nessuno solo a me, solo a me stesso forse solo così riesco a capire, comprendere, perché stia fa­cendo questo. tutto sarà frammentato come una vita intera, quanti libri così importante è la parola, certe volte sono in crisi non so bene cosa sono quando mi chiedono che faccio, non so bene cosa rispondere, io *** ma che significa *** in mezzo a chi non sa cosa sia è come dire io non esisto, ma il tuo corpo è visto e che significa dire non esisto per chi non sa, per chi non sa che cosa è per chi non si conosce, che sto dicendo? non riesco a focalizzare ciò che dico, non riesco a trovare il centro da dove dipanare tutte le strade che mi potrebbero portare in una dimensione completa, reale, che mi porterebbero a sperare in qualcosa di diverso, che si­gnifica quello che sto dicendo? non lo so sto brancolando nel buio eppure c’è tanta luce intorno a me forse è questo, forse sono abba­gliato dalla luce non riesco a capire cosa sia, dovrei parlare delle persone che ho conosciuto, delle tante storie che ho incontrato lungo la vita, parlare di me o soltanto degli altri di come ho os­servato gli altri, di quello che facevano gli altri e di quello che io facevo. non capisco sono confuso già sto annoiando me stesso …cosa sia che cosa sia non lo so, non lo so che cosa sia è un biso­gno che ho dentro e questi sono solo pensieri, esatto io adesso non parlerò più penserò soltanto, cercherò di raggiungere quel silenzio che soltanto attraverso le parole le parole nascoste, tenui, malin­coniche che escono così all’improvviso, senza nessun apparente motivo e sono dentro di noi e sono sono la spiegazione, sì la spie­gazione di quello che potrebbe accadere, sembrano elucubrazioni i miei pensieri, elucubrazioni senza senso elucubrazioni tratte da una storia che non si vuol spiegare, elucubrazioni frammentate dalle immagini, dalle immagine che ognuno di noi ha degli altri di se stesso, sembrano parole di un folle eppure la follia ha una sua logica, come è logica la follia, ci sono cose stupende nella follia forse è l’unica arma che noi abbiamo per liberarci, pensare, im­pazzire sapendo di esser pazzi, senza abbandonarsi al gioco inco­sciente. avete mai letto  il diario di *** è stupendo quella è la vera parola, quella è la vera letteratura è lì che la parola si libera da se stessa si appropria di se stessa si oggettiva, rimane sola in se stessa, concetti che sembrano senza senso che si liberano del limite stesso che la parola gli impone e lì la parola si frantuma si distrugge, li­quefa, forse diventa quel pensiero silenzioso che ognuno di noi ha ma che non ha il coraggio d’inventarsi né di sognarlo, né es­serlo Ma che sto dicendo che sto facendo anche la parola ha un ritmo troppo veloce per i miei pensieri, o sono i pensieri che hanno un ritmo rallentato rispetto a tutto quello che avviene, sembra quasi che essere muti sordi è la realtà È bellissimo leggere, se io non avessi avuto i libri non so cosa sarebbe accaduto di me, ma non so se ciò che i libri hanno fatto di me sia positivo o nega­tivo. è strano è strano ma è come appropriarsi della propria anima, lentamente giorno per giorno poi dimenticarla, esserne tutt’uno senza capire bene perché. come sentirla la parola è qual­cosa che ti libera ma al allo stesso tempo ti imprigiona, ma quel tanto quel niente che ti permette di scioglierla, liquefarla, ti tor­menta acutamente fino a farti sentire il piacere. che voglia di sen­sualità, ho sempre voglia di fare all’amore, ma poi quella dimen­sione intellettuale che mi appartiene mi guida mi impedisce Come si fa a pensare se non si hanno le parole, se le parole non vogliono stare con te, come si fa? Ho solo voglia di urlare di ur­lare di urlare, per questo che le parole mi sfuggono via, sono troppo ferme silenziose ossessive e io ho voglia di gridare, ho una gran voglia di fare all’amore, ho una gran voglia, di leccare una fica di sentirne il sapore, ho una gran voglia, solo questo e allora cos’è questo? è solo il bisogno di comunicare o l’incapacità di farlo o forse l’impossibilita di adattarsi a comunicare Che cosa accade, che cosa sta accadendo? Gente sempre più adulta che si droga senza nessuna remora, senza nessun capire, stanno lì, vegetano come zompi senza sapere perché come, non sarebbe meglio fare all’amore e invece no neanche più quello basta, come se tutto fosse passato, trascorso e solo la paura è rimasta di fronte alla paura, solo il salto può salvarci, il salto in una fede che non si sa bene cosa sia, ma che che ci dà una speranza. e invece, invece ci sono altre strade per alcuni per molti, certo certo è come dici è come dici, lo so lo so lo so quello che stai dicendo può, appartiene a qualcun altro ma non a te e invece lo senti tuo lo trovi tuo, lo scopri tuo. che strano il disagio che provo di fronte a qualcuno che non sa capirsi, di fronte a qualcuno che non sa capirti ma che vuole giudicarti è questa la realtà? cazzo che mi succede non rie­sco a parlare non riesco a pensare non riesco a sognare non riesco ad immaginare, mi sento in ansia agitato angosciato e non capisco perché perché Non guardo più i telegiornali non leggo più gior­nali tutte puttanate tutte puttanate però mi ricordo, mi ricordo di quando li guardavo tutti i giorni mi ricordo quando andavo a scuola mi ricordo quel giorno quando in televisione dissero di aver ritrovato il corpo o Aldo Moro, che periodo strano gente che diceva cosa era giusto cosa sbagliato, tutto sembrava netto e noi a vivere sotto quella cappa, quella cappa incomprensibile di stupido odio. ogni giorno un morto ogni giorno un attentato, ogni giorno un perché senza risposte. il terrorismo era nato nero rosso non so ho sempre nella memoria l’immagine di una lunga strada una macchina e un cadavere era un giudice non so se di Genova, di dove. era stato ucciso forse da gruppi neri, terrorismo nero. Poi tutto inizio a trasformarsi dicevano che i terroristi erano rossi ma i morti erano sempre gli stessi, era una strana confusione vive­vamo con uno strano malessere, le crisi crisi esistenziali senza motivo era forse normale nell’adolescenza ma noi avevamo quella strana dimensione attorno. Seduti nei bar a discutere senza niente d’importante e lì vicino una macchina con qualcuno che ci osservava, quanti morti quanta gente chiusa scomparsa sparita e poi quel giorno, quel giorno dove tutto stava accadendo era acca­duta quella notizia avevano ammazzato Moro, era l’apice forse di tutta quella catena di odio, di strano di strano tormento che si tra­scinava dietro una intera generazione che avrebbe schiacciato la mia nostra, che ci avrebbe tolto ogni possibilità d’immaginare, di sognare In quel contesto assurdo noi vivevamo dei strani giorni dentro l’ambiente scolastico, ricordo una volta che fui sospeso sì fui sospeso c’era una supplente che stava spiegando qualcosa non ricordo cosa… La scuola era estremamente noiosa, futile, arro­gante, stupida Io passavo le mie giornate fuori in mezzo alla vita a conoscere la vita, leggevo a scuola ci parlavano di cose così, così inutili per la comprensione, un mondo stupido senza creatività. sono patetico sì sono patetico dicendo questo perché vorrei dire al­tre cose, vorrei spiegare bene come erano quei momenti, vorrei spiegare come avveniva che a dodici tredici anni noi sciopera­vamo, che a dodici tredici anni ci chiedevamo i perché, che a do­dici tredici anni agivamo con quella coscienza che non era nostra, ma era il nostro bisogno di trovarci il nostro bisogno di confron­tarci. era strano eppure ancora adesso non riesco a capire, non rie­sco a vedere quei momenti con lucidità ma forse è solo in questo momento che non ci riesco, patetico Chiudo chiudo ogni accesso di luce nella mia stanza voglio il buio, voglio che fuori non ap­paia nulla che non ci sia nulla di me che io non riesca a vedere ol­tre, non riesca non riesca a vedere fuori cosa c’è. qui al buio nel si­lenzio vi è un mondo artificiale, un mondo tutto mio è già acca­duto sapete è già accaduto. avevo quattordici anni e mi chiusi in casa ad ascoltare musica per un anno intero, per un anno intero chiuso dentro casa senza uscire mai, mai un attimo, una prote­zione una strana protezione avevo il terrore di quel mondo che stava fuori di quello che era accaduto, erano strani quei momenti, inconsapevoli eppure così intensi forti reali, pieni di sogni e di paure. Non ricordo come accadde, eh sai come quando si è tra amici tra piccoli ragazzi, ragazze si è curiosi e ci si scoprì ci si toc­cava e successe il senso di colpa, quello strano disagio un mondo che non ti accettava, che non ti accoglieva. la scuola quel tor­mento assurdo, quei professori idioti, quel preside imbecille una volta ricordo bene un professore affermò qualcosa che a me sem­brò esagerato, istintivamente senza pensare feci un suono un oh semplicemente, per dire esagerato. il professore si rivolse alla classe e chiese chi era stato e che se il “colpevole” non si dichia­rava subito avrebbe punito l’intera classe. dissi che ero. io. mi mandò dal preside, il preside inizio col chiedermi che cosa avevo fatto, io non sapevo cosa avevo fatto e non riuscivo a capire cosa dovessi spiegare, mi disse che avevo fatto un rutto e che non do­vevo farlo mi fece telefonare a casa e dire a mia madre che avevo fatto qualcosa, ma non riuscivo a spiegare cosa Fuori morivano ogni giorno morivano, c’era gente che diceva che era giusto quello che stava accadendo e le brigate rosse o chi per loro era tutto giu­sto solo i mezzi erano sbagliati, non so forse era vero, forse no, io capivo che non dovevano, non si doveva uccidere nessuno poi c’era quella cosa assurda, stupida, di non capire il meccanismo in cui erano intrappolati. ogni forza, ogni azione violenta genera al­tra violenza e queste violenze si stimolano vicendevolmente fin­ché quella che riesce a sviluppare una forza maggiore, organizza­zione, sopprime l’altra. questo era quel mondo dialettico assurdo in cui… finiti e nella sua politicizzazione assurda il terrorismo non lo ha capito. da qui è nata la sua fine e quando  iniziò era già finito. sono state morti inutili, senza nessun senso, perché la sto­ria la fa la memoria e la memoria è già passata dimenticata, ora già c’è un’altra memoria e un’altra storia, forse? Io sono qui e non so bene cosa sto dicendo, parlo senza un nesso logico, senza una motivazione reale, soltanto ascoltando ogni parola che lenta­mente esce dalla mia bocca e la pronuncio qui in questa stanza e qui si perde, vaga e dopo un po’ scompare e forse si dimentica Vorrei dire tante cose ma non so da dove iniziare da dove comin­ciare e tutte quelle cose che a me sembrano importanti quando le dico mi rendo conto che sono anodine, inutili, vaghe, insensate, che interesse può avere quello che sto dicendo, che cosa esprime? non lo capisco non lo capisco proprio, forse dovrei tacere tacere, dovrei raccontare raccontare raccontare, ma raccontare che cosa raccontare? che cosa? dove è accaduto? che cosa è accaduto? quando è accaduto? non lo so, non so che sta accadendo, patetico, inutile non ho nulla da dire parlo per paura, solo per paura è la paura mi fa tacere è la paura che mi fa parlare è la paura che mi fa pensare che m’illude di pensare, un raziocinio senza speranza, chiuso immobile, sepolcrale, senza nessuna indipendenza. sì è l’indipendenza è questo che mi manca la voglia di liberarmi, in­vece sento sempre qualcosa che mi ferma che mi prende, mi os­sessiona e anche queste parole sono bloccate, non rivelano nulla, è come se io parlarsi parlarsi non non riuscissi ad afferrare il succo di quello che voglio dire l’essenza il paradigma. Che sto facendo? qui che sto facendo? ho chiuso le finestre e non vedo nulla di ciò che c’è fuori eppure so che cosa sta accadendo, spesso arrivano come degli zompi dentro una macchina, aspettano assorti, fanno finta di dormire di ascoltare la radio, ma sono già morti. poi ar­riva arriva quello con la droga la passa… potrei raccontare in mille modi queste scene, cercare una forma letteraria, ma io non voglio gliela passa semplicemente e loro corrono corrono in un posto nemmeno tanto nascosto e si bucano. quanta gente, quante per­sone lungo la strada ho visto perdersi io non so… non sono mai stato così ma poi in realtà non so bene se neanche io mi sono perso, forse in un altro modo, in un’altra situazione, in un’altra immagine. che confusione è faticoso è faticoso è molto faticoso, non riesco a capire a sognare non riesco a fermarmi sembra, che tutto tutto sia così vicino e posso riuscire a staccarmi a parlare senza che nessuno ascolti, senza che io stesso mi ascolti, mi è im­possibile per quanto io provo, provi non vi riesco, non vi riesco vorrei sapete vorrei che vorrei Ho voglia di masturbarmi sì di masturbarmi farlo e poi rifarlo non so bene da dove mi nasce que­sta esigenza ma ho questa voglia, quando scoprii la masturba­zione… ma che importanza può avere questo, questo è qualcosa legato alla mia individualità e in questa stanza che io mi dica que­ste cose che so, che senso ha, io non devo dire niente di ciò che so do­vrei parlare di ciò che non so di quel che accade altrove La mia vi­suale è piccola è limitata è limitata riesco a comprendere sta di­ventando un affanno questo, questo immaginare sta diventando un tormento un sospiro un inganno quest’immaginare Cerco spesso, che. Cerco spesso e nemmeno in un ordine pulito, vi è, escono le parole, non c’è niente da dire, non c’è niente da fare, ho solo una gran voglia di sensualità di sesso di sesso, sì vorrei rac­contare le mie storie, ma non ne ho che io non sappia, le mie sto­rie io le so e perché raccontarle a chi in questo claus… claustrofo­bico mondo. questa stanza ( sospiro) cerco cerco cerco cosa trovo, non lo so non riesco a comunicare con quel mondo, racconto delle storie, delle storie che ho saputo, delle storie che ho inven­tato Certe volte mi affaccio alla finestra e vedo delle persone che passeggiano o stanno ferme qui davanti alla fermata del pullman le immagino nude… vorrei, vorrei farci all’amore, sì senza sapere il loro nome il perché e il come. è stata già troppe volte una delu­sione conoscersi capire, cosa c’è da capire non c’è nulla da capire è tutta un’illusione un assurdo gioco della mente. scoparsi scopare rovesciare sugli altri il proprio sperma sentire l’umidità scivolosa tra le cosce di una donna quante volte può accadere questo, poche poche volte anche se si fa all’amore mille volte, ma cos’è che ac­cade poche volte? non capisco che sto facendo? mi masturbo me lo prendo in mano e incomincio a menarmelo poi aspetto e quando sto per godere me lo stringo più forte quasi a fermarlo, faccio uscire lo sperma ma lo trattengo bestialità av… che ho perso, tutto quello che avevo trovato, dov’è immaginato, quello che poi, in un tempo ormai lontano in una dimensione mnemonica che non ricordo più… oggi ho perso Cercavo di ricordarmi ogni volta che incontravo qualcuno come fosse la cosa, come fosse dovere amare, quale fosse l’amore quel gioco. quante volte mi sono tro­vato a dire che amare qualcuna significa il solo pensarla, avere il più piccolo contatto e sentire di amarla, essere a mille chilometri di distanza e non sentirsi soli e quante volte ho stretto tra le mie braccia una donna sapendo che era tutta la mia vita? quante volte l’ho amata? Tutta un’illusione tutta un’illusione è solo l’imma­ginazione che non ha nessuna realtà, tutto è utilitarismo. certe volte è meglio incontrarsi, sfiorarsi e poi dimenticarsi, perché quando si rimane insieme non è mai per amore è per utilità, l’uti­lità l’utilità. quante volte ho sentito agire questa parola negli altri e se provassimo come io ho provato a far si che… impegnarsi per essere completamente inutili, cercare di rendere tutto inutile, non destare nessun interesse, essere la delusione di ogni desiderio, su­perare questo muro sarebbe veramente amare? in realtà questo non accade mai l’utilità! se non c’è un’utilità, le cose non avven­gono è forse una legge di natura biologica, ma l’utilità di una cul­tura qual è? come si svolge? come si sviluppa? quali sono i suoi rami, che frutti nascono da quei rami? l’utilità. le parole sono false non c’è niente di più falso delle parole. quante volte ascol­tiamo persone enunciare concetti, pensieri, emozioni, sentimenti così belli da illuderci che siano veri e quante volte scopriamo in quelle stesse persone la falsità di quelle parole. questo è un insulto per chiunque a che fare con le parole, la coerenza con le parole è fondamentale per la verità. dire qualcosa che non si sente, che non ci appartiene è un insulto troppo grande per la verità. la menzogna. che peccato che tutto quel che io so non riesco a dirlo, non ne ho la forza, il motivo, mi sento apatico, immerso in una abulia che si rigenera, è spenta iconoclasta. cerco di sopravanzare cerco di immaginare che tutto quello che è immaginato, sognato, perduto abbia un significato, un senso, un’immagine, un motivo. che astrazione guardo i cardini delle finestre e penso quali sono i miei cardini, forse è questa stanza, questa stanza è il mio cardine. dovunque io vada, dovunque io pensi, torno sempre in questa stanza, chiuso in questa stanza io riesco a difendermi L’individualismo cos’è l’individualismo? non è forse sognare, so­gnare i propri sogni senza avere nessuna capacità per realizzarli e cos’è il contrario? l’illusione ancora più grande di un sogno co­mune. non esiste nulla vorrei parlare con Dio, vorrei avere fede, vorrei saltare quel muro che mi… sapere dalla certezza. invece sono chiuso claustrofobico, inventando e dimenticando ciò che ho inventato Sogno spesso che qualcuno determini la mia esi­stenza un ente superiore è bellissimo poterlo immaginare ma poi mi angoscio quanto la realtà mi sbatte in fronte come un sogno caduto male Sono sdraiato sul letto e non faccio nulla non penso a nulla, forse sono i miei momenti migliori, in cosa mi posso ri­versare, in questa stanza non c’è molto da obbiettare Ci sono i libri sì molti libri quindi qui dentro c’è un mondo intero, c’è tutta la mia immaginazione i miei sogni le mie parole le parole di altri, ogni libro che compro è immettere nuove parole in questa stanza, io me ne nutro ma anche le dimentico Ricordo ciò che mi rac­contò una persona che una volta per caso incontrai, era una per­sona strana, strana per quanto semplice, era sposato ma aveva la­sciato sua moglie non per un motivo ma… che importa, che mo­tivo c’è che io racconti queste cose, queste cose io le so e non c’è un motivo logico… c’è il telefono, potrei telefonare a chiunque, ma che cosa accadrebbe? nulla, nulla immagine superficiale di qual­cosa che non cambia, immagine inconsueta di un mondo che si trasforma, solo il nulla… parole che non interessano e momenti che interessano ancora meno cosa accadrà? sarebbe necessario po­ter dimenticare tutto quel che ho detto perché confuso, perché non appartiene a qualcosa che si può ricordare. è strano tutto que­sto è stranissimo eppure ora mi sta prendendo un grande sonno, un sonno profondo non è stanchezza non è… diversa… è sonno, ho una gran voglia di sognare e ho un gran voglia d’immaginare, dormire, dormire e fuggire, dormire e fuggire in una dimensione che appartiene ad un archetipo profondo solo Una volta ho fatto all’amore qui dentro, ho fatto all’amore con una donna che pen­savo di amare, ho preso le sue labbra, i suoi seni la sua pelle bianca il suo sapore, il suo calore e il mio godere godere Sono fermo ad aspettare, quante volte l’ho fatto? spesso tutto… e quella sera d’estate Milano tra episodi stanchi c’erano persone che io… è tutto superficiale sto parlando per ricordami forse qualcosa? ricor­darmi tutte le emozioni le sofferenza i fastidi di giorni… me li rammento tutti anche se non li dico Ma mi annoia ricordare vor­rei guardare avanti, ma avanti non c’ è nulla da vedere, fare, da dire e allora passeggio dentro la mia stanza conto le mattonelle, passeggio in su in giù di fianco, di lato, cammino, cammino non ho niente altro da fare, penso mentre cammino, ma che impor­tanza ha pensare forse mi fermo leggo un libro ho un po’ di mal di testa che succede, che cosa succede? mi sembrava tutto chiaro  all’inizio ed ora tutto si è confuso. non ho un ordine, non ho un motivo sono fermo imprigionato vorrei spazzare via tutto di­struggere tutto Vorrei dirlo per non ripensarci più, vorrei dirlo per non ripensarci più. ma dire cosa, che cosa? certi giorni mi sembra di pensare a qualcosa che non esiste Sono pazzo forse, non non sono pazzo questa non è pazzia la pazzia è lucida io non sono lucido sono confuso che significa? Cerco spesso attraverso i miei ricordi di rintracciare la felicità Ma poi penso che sia fatica vana, perché farlo, la felicità non è nel passato la felicità è improvvisa e quando c’è non si può più rammentare, va’ ti accoglie e poi svani­sce sono fortune momentanee. non esiste forse l’eticità? forse esi­ste? ma è faticosa, le parole chi è quella persona che eticamente è coerente? l’arte dove cazzo sta, l’arte! che stronzate non ho capito però come può una persona, non lo so non lo so che sto dicendo? che sto facendo? che discorso è questo, che discorso è questo?! che discorso è questo. non riesco vorrei farlo, ma non riesco Le parole non vengono fuori È un deserto autistico ma il deserto è tale solo nella sua apparenza. che discorso è questo che sto facendo? perché continuo a camminare a parlare? dentro questa stanza. nulla ac­cade nulla cambia sono fermo eppure mi muovo ma il mio mo­vimento non sortisce nessuno effetto è una stanzialità senza se stessa, un movimento senza se stesso, un discorso sconclusionato una elucubrazione che non ha ricordi. forse è il momento in cui posso iniziare a ricordare a raccontare ma è così faticoso raccontare dipingere le parole, parlare, dialogare. ho una gran voglia fuggire fuggire, fuggire, fuggire fuggire fuggire fuggire ma che significa fuggire e come? Uscire che cosa significa? uscire che motivo c’è di uscire quello che ho detto prima in questa stanza vorrei cancel­larlo, non è più utile è stupido non c’è motivo per cui venga detto non ho voluto dire no non volevo dirlo ma le parole mentono non dimenticarlo, quindi ho detto cose che non sono vere. niente di quello che sto dicendo qui è vero nulla! io non so cos’è vero non lo so cosa è vero, neanche cosa è falso, cosa è giusto?! cosa è sbagliato?! mi approprio… con una osmosi strana e attraverso le finestre entra qui in questa stanza, una luce artificiale, un suono artificiale, ma questo mi disturba, disturba la mia retina, disturba i miei timpani è troppo non vorrei neanche questo, non lo vorrei ma sono obbligato a sottostare a questa dimensione a questo ru­more questo rumore di fondo che non fugge, che non scappa ma che ti prende e ti imprigiona ti blocca ti inibisce. è un’ossessione senza nulla e se questo nulla potesse apparirmi, io forse capirei! che cosa vuol dire? non so che cosa sto facendo? Perché sto qui? Che mi succede. una volta ho fatto l’amore qui dentro lei era bianca calda, profumata non so forse già l’ho detto prima, ma che vuol dire, la stanza lo ha dimenticato io posso ridirlo Calda Calda ed è stato bello È stata l’ultima volta che ho fatto all’amore, dopo che lei è uscita qui non vi è più entrato nessuno. è tutta immagi­nazione, questa forse, anche quella volta è stata immaginazione perché altrimenti è uscita, perché è scomparsa? se fosse stata reale non sarebbe scomparsa Perché le cose finiscono se sono vere? tutto quello che accade se poi finisce non è vero È tutta una fin­zione una menzogna, no non è vero, dire finzione menzogna non è vero, non esistono, quindi io, non ho fatto niente non è ac­caduto non è accaduto mai nulla Certe volte immagino imma­gino di non so che cosa, non so che cosa. accendo la televisione e guardo quello che mi viene detto, lo immagino diverso mi astraggo, sento la televisione e penso penso, poi c’è qualcuno che viene ucciso sparpagliato non lo so, mi sembra assurdo e Dio, Dio dove sta? perché non mi dice niente? perché mi lascia qui, solo? perché non mi aiuta? no! non lo voglio il suo aiuto, non lo vo­glio, voglio essere disperato voglio essere incazzato voglio che tutti quegli stronzi che si bucano muoiono, non lo voglio il suo aiuto, nessuno deve aiutare nessuno, nessuno deve ascoltare nes­suno Tutti, ognuno, persi, devono morire dobbiamo morire, sì dobbiamo morire io qui ho questa paura che mi attanaglia, che mi blocca, che mi fa stare qui seduto Dormire camminare accendere la luce non so se sono sogni o incubi i miei pensieri Quando dormo cosa faccio ho voglia di fare cose losche ma poi non ne sono capace, sono fermo immobilizzato non concludo nulla non realizzo nulla, non immagino nulla. sono solo cazzate quelle che faccio ma non le faccio neanche è… è… comico tutto questo, quando la drammaticità supera una determinata intensità si tra­sforma in…  La mia vita è comica o forse solo patetica Comunicare, non riuscire a dire niente, che cosa significa tutto ciò? che sto facendo? perché continuo a camminare e a parlare, qui dentro, quando nessuno mi può ascoltare. queste mura cosa possono assorbire dalle mie parole? e tutti questi libri, con tutte queste parole, cosa cazzo vogliono dire? Vi dimentico vi dimen­tico ma vi amo, amo. se non vi avessi avuto, se voi parole non foste state mie amiche, che ne sarebbe stato di me. che cosa, non cerco null’altro, non cerco niente, attraverso solo il tempo, fermo, immobile, è forse lui che attraversa me che modifica… è come get­tarsi nel vuoto e lasciarsi cadere, cadere cadere Come posso fare entrare il mondo qui dentro Forse vi è già entrato Quanti libri i li­bri è il mondo, la musica è il mondo, l’immagine è il mondo ci­nema sogno scrittura poesia vita immaginazione cosa sto di­cendo? cosa sto facendo? sono abbonato a tante cose, non esco mai, i giornali me li portano a casa, mi arrivano per posta non devo uscire non devo uscire se esco impazzisco Ricordo una volta che conobbi una persona è comico farò ridere, ma farò ridere chi? Sì io so che c’è qualcosa, qualcuno che mi ascolta qui dentro, so che c’è qualcuno c’è un’altra essenza di pensieri, d’immagini sono qui e ascoltano senza dire niente, però possono fare qualsiasi cosa. le mie parole vengono captate elaborate studiate, non so da che, non so da chi è così, io so che tutto questo appartiene alla realtà e tutta quella realtà che si vede, quella è finta. …volevo dire che una volta ho conosciuto una persona che viveva avvolto da buste di plastica, lui mi diceva che si avvolgeva con quelle buste per non far ritirare in suo corpo con l’aria. io pensavo che fosse un pazzo, invece ”non è vero, non è vero, lui era solo un disperato, impau­rito, cosciente della propria nullità, come me, come me, non so più… perché non so più cosa, mi si fa pensare, che cosa dovrei pensare? io che cosa dovrei pensare, non lo so, cerco sempre d’immaginarmi è come se tutto si fosse inaridito… forse ho capito, non sento più l’emozioni, sono chiuso dentro di me e non vivo più nessuna emozione aspetto che qualcosa accada per paura di togliermi di dosso questa corazza che mi imprigiona, cosa sto fa­cendo qui? Perché sono ancora chiuso qui dentro? Questa è follia sì è follia Certe volte quanto passeggio al buio sento la presenza di qualcuno di qualcuno che mi è vicino, sento come se il mio corpo venisse attraversato da qualche energia da un corpo estraneo ma questa è… Sì sono vicino forse ad impazzire Non so quanti anni sono che sono qui dentro Tutto ciò che è accaduto nel passato è stato un sogno rispetto a questa realtà Ed ora questo che sto vi­vendo, quanto è vero? e quanto domani ne sarà scomparso Senza più ricordarsi ricordarsi Ascoltate ascoltate, sentite sst zitti zitti ascoltate oh ascoltate certe volte mi sembra di udire il suono unico e profondo del respiro di tutto il mondo Come se ci fosse un’altra entità parallela a questa dimensione Grido sì grido grido ma non con la voce ma con i pensieri Il mio grido è muto inascol­tato da tutti, anche da me stesso Ipocrisia tutto è ipocrisia, ma forse se tutto è ipocrisia, se tutto è generando dell’ipocrisia, la ve­rità è ipocrisia… Perché noi fingiamo, non è perché vogliamo fin­gere ma perché non sappiamo cosa sia la verità e allora qualsiasi cosa facciamo è sempre una finzione è sempre una finzione, ognuno di noi ha una sua finzione. finisce che due finzioni si in­contrano e l’uno pensa che l’altro finga e l’altro pensa che sia l’al­tro a fingere ma tutti e due sono una finzione, non esistono e non lo sanno, non lo sanno, pensano che invece tutto faccia parte di quel discorso, di quel discorso ch’è la vita. cos’è la vita? chi la fatta la vita? chi la generata la vita? quale inganno è la vita? La vita. Io sto qui fermo, chiuso in questa stanza e mi sento bene perché la vita è fuori, lontana da me, non si immischia nei mie fatti Sono angosciato perché ho paura che un giorno dovrò uscire, ed è as­surdo questo pazzesco Io no non uscirò, non uscirò, lascerò che la vita si svolga fuori, che tutta quell’illusione quella finzione sia fuori di me, forse forse domani non aprirò più neanche le fine­stre, non lascerò entrare più neanche l’aria. sì l’aria, l’aria tra­smette i microbi, i microbi vengono da fuori incontrano altre fin­zioni, altre persone e vengono qui a mischiarsi a mischiarsi con la mia vita No io non ho una vita, la mia non è una vita, non vo­glio che sia una vita, i pazzi vogliono una vita io non lo sono, non sono pazzo, non voglio una vita non voglio che tutti pen­sino che io ho una vita Non voglio che cosa voglio voglio, voglio non respirare più, voglio non toccare più, voglio non odorare più, voglio non assaggiare più, voglio voglio, non voglio. Fornace una fornace con una grande fiamma, con una fiamma che non dia nessun calore, una fornace con una grande fiamma senza calore, sì vorrei stare lì dentro dentro quella fiamma, protetto da quel fuoco, dentro quel fuoco talmente forte, abbagliante che dall’esterno non sarei visibile, nascosto lì protetto protetto, forse lì non c’è la vita la vita non mi contaminerebbe non mi ossessione­rebbe, no, non mi farebbe impazzire, io non avrei più nessuno a cui a cui pensare questa è la cosa, questa è la scoperta, questa que­sta è la cosa, non avere nessuno a cui pensare sì perché quando uno ha qualcuno a cui pensare è lì che incomincia a impazzire, quando deve pensare a ”qualcuno, quando deve pensare alle azioni di ”qualcuno e quando pensa alle proprie azioni e le con­fronta con quelle di ”qualcuno è lì che inizia la follia è lì che tutto si svolge è quella, quel mondo lì. io non voglio impazzire, voglio essere protetto dentro quella fiamma dentro quella fornace, non essere visto, non essere visto non pensare a nessuno e che nes­suno mi pensi, perché sì è un altro problema… ed è quello che gli altri ti possono pensare, gli altri possono pensarti, immaginarti, questa è una violenza inaudita spaventosa che gli altri… possono averti nella loro testa e pensarti in un modo o immaginarti… che tu sia questo o quell’altro, immaginarti è questo che che forse li rende li rende partecipi della tua vita ma, ciò è un intrusione una violenza che io non voglio non voglio. i desideri sono un tor­mento non li voglio i desideri, sì perché quando desidero, desi­dero qualcosa con qualcun  altro desidero qualcosa, con qualcun altro non li voglio non li voglio, non li voglio non li voglio non li voglio i suoni i suoni, devo annientare i suoni, i suoni, chi produce i suoni, ormai non vi sono più suoni prodotti natural­mente, ogni suono è prodotto dall’uomo è prodotto dall’uomo, anche questa è un’intrusione. perché devo pensare questi suoni, perché devo sentirli, perché questi mi fanno pensare a qualcosa a qualcuno. non voglio non voglio sì dentro quel fuoco, dentro quella fornace, il suono del fuoco sarà talmente forte che io non udirò più niente altro, sarà un suono così assordante e così asso­luto che riempirà tutto, non ci sarà niente fuori, nessuno fuori, non accadrà mai più, mai più che qualcuno mi pensi, ruberò i pensieri agli altri, andrò in cerca dei mie pensieri dentro le teste degli altri. non voglio che ci siano dei miei pensieri dentro le teste degli altri. perché perché perché perché è accaduto questo. tutto funziona male proprio per questo motivo perché non è stato ca­pito, Dio perché non hai capito questo, non capisci che questa è la follia, far pensare far pensare gli altri che tu sia dentro la testa di qualcun altro, che la tua immagine sia dentro la testa di qualcun altro, che il tuo odore sia dentro la testa di qualcun altro, che il tuo sapore. io non esisto non esisto, pensare non esisto, per questo per questo non voglio più nascere, non voglio più nascere, non vo­glio, ma non voglio neanche morire, non voglio morire, non vo­glio morire, perché morire significa consegnare un pensiero defi­nitivo di te stesso. tu non puoi più agire, non puoi più modificare i pensieri sbagliati che gli altri hanno di te, si appropriano di te ti masticano ti generano come loro vogliono, ti falsificano è questo morire, io non voglio morire, no non voglio che ciò accada non voglio, voglio soltanto che… che ci sia qualcosa che… sì aveva ra­gione quello a mettersi le buste in testa, le buste sul corpo tutto può ristringersi acutizzarsi perdersi, volgarmente perdersi perché ciò accade, hai sbagliato Dio, hai sbagliato non dovevi far accadere questo, non dovevi immaginare questo, non dovevi tormentarti di questo… e tu hai iniziato a pensarci, perché hai iniziato a pen­sarci e ci hai generato, se tu non ci avessi pensato noi non sa­remmo esistiti, se anche tu esisti solo perché noi ti pensiamo, al­lora cos’è questo pensiero? da dove nasce? questo pensiero per­ché? non ha freno non ha limiti, può fare qualsiasi cosa, certe volte è cosi ossessivo arrogante presuntuoso, così coercitivo che ti toglie ogni respiro, ogni possibilità ogni immagine ogni sogno, sogno sogno sogno sempre questa parola, ma il sogno è una ma­lattia è una malattia come la concretezza. non c’è niente di con­creto nella vita, non c’è niente di concreto nei sogni. io già non esisto basterebbe che annullassi questi pensieri e già scomparirei, non esisto è questa la realtà, per quale motivo dovrei esistere Sono qui dentro ma nessuno sa niente di me, però mi pensano devo riuscire a togliere i pensieri agli altri i miei pensieri agli altri, il pensiero di me agli altri. è pazzesco è pazzesco pazzi sono tutti pazzi, sono tutti pazzi impazziranno non lo capiscono, impazzi­ranno pensando e non lo capiscono, non comprenderanno nulla si affanneranno ma solo impazziranno, c’è solo la pazzia che li aspetta dietro tutti i loro pensieri non c’è niente altro solo la paz­zia, è come un mare, un mare enorme un mare senza fondo, senza orizzonte e le rive non esistono, la riva non esiste, la riva è un inganno è tutto mare è tutto mare Recita recita continua a reci­tare continua continua continua a recitare dalla mattina alla sera brutto porco schifoso sei solo un attore un lurido fottutissimo sporco attore recita recita, recita ma che ti ha scritto il copione? chi sei? solo un estemporaneo senza talento La tua vita è così piccola meschina banale uomo di merda uomo di merda sono tutte caz­zate quelle che ho detto prima tutte cazzate quando parlavo della droga tutte cazzate quando parlo della televisione dei telegiornali delle notizie, le notizie, stronzate le notizie sono niente non ap­partengono a niente non hanno niente le notizie non esistono le notizie si perdono si trovano così casualmente, sono invenzioni. queste invenzioni che ci entrano nella testa ci condizionano, la storia è fatta di queste invenzioni la storia non esiste non esiste puttanate, parlare di questa cose dovrei superare queste cose, su­perare questa astrazione totalizzante superare il pensiero superare la mia immagine il mio pensare me stesso e il mio non pensarmi Bisogna morire e la morte la morte è tutto basta morire e tutto sparisce tutto si annulla tutto scompare in un pozzo senza fondo in un cielo senza orizzonte dove va a finire dove va a finire ma io non sono sicuro di questo, dove va a finire? che succede? quando si muore che succede? che succede perché io non lo so? perché io non lo so. quanti corpi si guardano e li vedi così giorno per giorno mentre si putrefanno, loro ridono piangono cagano pisciano sco­pano ma si putrefanno, muoiono ogni giorno, ogni giorno perché non accelerare questo evento cosa si aspetta se questa è la fine per­ché non accelerala. che significa aspettare? che significa aspettare. perché ci è dato questo tempo, questa attesa? questo momento? non lo capisco c’è qualcosa che non funziona, qualcosa di sbagliato che non riesco a capire ossessiona quello che ho detto prima quello. che ho detto all’inizio? vorrei cancellarlo vorrei non averlo detto vorrei distruggerlo, vorrei che questo amore non avesse assorbito queste parole, perché sono vacue, non so come dire sono inutili sono inutili non hanno, non hanno motivi per esistere non dicono nulla sono così… così… non lo so, non lo so sono, così, cristo non lo so cosa sono, non lo so cosa sono, non lo so cosa, sono non lo so, non lo so cosa sono, non lo so cosa sono. perché vorrei scoppiare, ho voglia di urlare di gridare d’impazzire apro le finestre sì devo aprire le finestre ma no, non posso non posso, se alzo le serrande delle finestre qualcuno lì fuori si volterà e guarderà verso questa stanza e io non devo, non deve fare que­sto non devo attirare l’attenzione, io non devo esistere, non mi devo far notare, devo scomparire scomparire scomparire. sento per la strada la gente che parla perché parlano parlano di me? lo so parlano di me è di me che parlano, ma io non voglio non vo­glio che si parli di me, non voglio non voglio che si parli di me. basta basta dove cazzo vogliono andare a finire dove vogliono condurmi io sto qui sto qui, sto qui sono vestito ma vorrei essere nudo no! perché nudo no! vestito vestito è meglio vestito. quando guardo i quadri penso a chi li ha fatti non me ne frega niente, non me ne frega niente di niente, rubo qualche parola a quella e però… Dio cosa cazzo volete da me lasciatemi in pace io non vi voglio non vi cerco lasciatemi in pace lasciatemi in pace non ho voglia di nessuno non ho più neanche voglia di scopare no non ho più neanche voglia di scopare, scopare è faticoso è inu­tile fa sudare fa sudare Faccio ridere vero, sì faccio ridere so che la gente ride di me, ride di me sempre quando passa qui sotto la mia stanza, ride di me quando fanno i discorsi, parlano sempre di me e ridono di me ridono ridono ridono di me lo so che fanno que­sto. lo stato lo stato è una merda, cosa mi ha dato lo stato lo stato non mi ha dato niente perché? devo dare qualcosa allo stato, lo stato va distrutto cancellato, va distrutto cancellato, lo stato non esiste non c’è bisogno di stato non c’è bisogno di nulla non c’è bi­sogno di niente non c’è bisogno dell’uomo lo stato lo stato di merda Lo stato ossessivo che cazzo c’entrano le brigate rosse per­ché ho parlato di quelle stronzate chi sono questi stronzi coglioni che non capiscono un cazzo e che ne sanno loro dei pensieri che cazzo c’è entrato nei loro pensieri. che stronzate sulla sinistra e su quelle cazzate, ma anche io anche io sto spiegando i miei pensieri in questo modo perché sto pensando a queste cose? perché sto pensando allo stato? perché sto pensando ad un diritto che non esiste, giacché l’uomo non c’è. l’uomo non c’è l’uomo è un illu­sione, la giustizia è un’illusione tutto è un illusione il papa per­ché il papa Dio non c’entra niente in tutto questo. che cazzo c’en­trano queste cose? non ho nulla io e perché sto parlando qui? ep­pure eppure ho paura ho paura che mi sentano ho paura di dire certe cose sulla stato sul mondo sulla sinistra sulla destra sulla chiesa, sulle chiese le religioni ma ho paura so che sono qui den­tro so che mi sentono hanno messo delle spie, sì delle spie dei mi­crofoni, sono sicuro sono sicuro che stanno qui ad ascoltarmi, vo­gliono sapere cosa io penso, hanno paura di me hanno paura di me, io gli faccio paura voglio fargli paura voglio che mi temano voglio che impazziscano. io li annienterò li annienterò riuscirò ad annientarli a pensarli e a distruggerli sì perché se io riesco a pensarli li imprigionerò li terrò fermi dentro di me fino a schiac­ciarli a schiacciarli, cos’è l’amore non me lo ricordo non me lo ri­cordo cos’è l’amore cos’è l’amore mi è fuggito questo pensiero e non capisco perché perché dove è andato a finire questo pensiero perché non lo ricordo me l’hanno rubato si me l’hanno rubato me l’hanno portato via me l’hanno portato via ladri ladri non me ne sono accorto come hanno fatto in quale momento in quale situa­zione è successo perché perché dove è andato a finire perché non posso più pensarlo non lo posso pensare più dove è ch’è successo e lo stato e lo stato e lo stato è stato lo stato sì è stato lo stato che mi ha rubato tutto, che mi ha rubato i sogni che mi ha rubato le paure che mi ha rubato i gridi gli urli e chi, chi glielo ha ordinato. come hanno fatto ad entrare nei miei pensieri come hanno fatto mi hanno rubato l’amore mi hanno lasciato la sua parola vuota vana e inutile e io non riesco più a sentirla a capirla, io non sono un automa non sono gestito dai desideri degli altri io sfuggo, sfuggo al loro ordine io non sono decodificabile non possono ca­pirmi io non mi ripeto non possono sapere cosa c’è dentro la mia testa, il mio comportamento è diverso da quello che vogliono loro è così tutti… stato, lo stato mi ha rubato l’amore lo stato ha innescato un meccanismo così perverso da iniettare dentro le te­ste di ognuno di noi… lo stato ha rubato l’amore. la paura di amare, ci ha messo il bisogno a posto dell’amore l’utilità a posto dell’amore lo ha soffocato me l’ha rubato ma come è entrato lui dentro di me non è possibile che anche io sia caduto qui in questa trappola che anche io abbia perso questa dimensione non è possi­bile che anche io abbia trovato un mondo che non c’è più, come è avvenuto questo, come hanno fatto quelle energie. lo so quelle energie, hanno fatto entrare qui dentro dell’energie, le sento che mi sono a fianco non sono i microfoni sono ancora più sofisticati sono come fantasmi, ma i fantasmi non esistono sono qualcosa di altro queste energie forse con l’aria con l’aria sono entrate mi sono entrate nella testa e mi hanno portato via tutto l’amore tutto l’amore l’amore è diventato un bisogno un’utilità non c’è più non c’è più

Ho sognato, dormivo sul mio letto le pareti colme d’insetti erano nere coperte completamente dagli insetti scarafaggi in terra topi I topi io sdraiato sul mio letto ma nessuno nessuno insetto nessun topo nessuno si avvicinava a me era come se il mio letto fosse immune da tutto ciò questo mi procurava angoscia molta angoscia Ho finito il tempo non c’è più tempo tutto lo spazio si è consumato tutta la mia memoria si è consumata forse è finito tutto il passato nel presente il passato nel presente il futuro non c’è più non ci sono più epoche nulla può essere più storicizzato per questo io sono qui in questa stanza questo punto così fermo fuori è tutto confuso non è reale questa stanza è reale immagini che qui dentro nella mia mente sono reali tutto ciò ch’è fuori è finto falso ipocrita senza movente senza movente come sono pa­tetici tutti quelli che fino ad ora sapevano spiegare tutto guarda­vano un poco il loro passato e sapevano spiegare il presente il fu­turo adesso tutto questo si è rotto questo giocattolo assurdo si è spaccato in mille pezzi e non comprendono più nulla non sanno più che cosa è giusto che cosa è bello cosa è sbagliato vivono vi­vono fuori dal caos sì addirittura fuori dal caos perché il caos ha una sua progettualità ma questa loro dimensione non è neanche dentro il caos io invece sono qui in questa stanza illuminata luce una luce che vedo bene quando chiudo gli occhi una luce che mi ricorda tutto non ho una storia non ho un inizio non ho una fine e non ho un presente il mondo è vago qui dentro sono solo que­ste mura esterne alla stanza che sembrano fermarti la realtà della mia mente è vagabonda è inconsueta per me stesso inconsueta per tutto quello che c’è qui dentro no non volevo dire questo Certe volte avverto l’umidità l’umidità dentro di me eppure que­sta stanza è asciutta non vi può penetrare umidità non vi può pe­netrare pioggia eppure la sento sento che lentamente si avvicina sento che mi prende e che entra dentro me io non so bene cosa devo fare in questo momento avverto degli strani dolori non ca­pisco perché strani mal di testa non so perché se avessi una storia da raccontare se avessi una storia se ci fosse una storia forse ci sa­rebbe anche la spiegazione invece non c’è nessuna spiegazione non vi è nessun movente non vi è nessuna finalità è muoversi muoversi al di sopra dell’incoscienza e al di sopra della stessa co­scienza ma la coscienza non esiste non esiste è solo un’illusione è un frammento gettato via senza nessuna senza nessuna inten­zionalità, potrei dire che ho voglia di dimenticare ma cosa ho vo­glia di dimenticare non lo so già che non ricordo molto di me non ricordo molto di nessuno però questa esigenza di dimenticare che ho dentro di me non è una fuga è solo paura è una paura di vi­vere di vivere sì di vivere Ho i pensieri che vengono fuori a sin­ghiozzo e non hanno nessuna linearità eppure c’è una strana con­catenazione in loro come se si rincorressero e spiegassero a vi­cenda e si scambiassero informazioni senza che io ne sia consape­vole come se i miei pensieri agissero al di fuori di me come se loro mi governassero Io non sono un oggetto non sono un og­getto però è come se mi vedessi così, se mi vedessi dall’esterno è come se tutto quello che mi succede io lo osservo ma non ne sono partecipe sono lì a guardare quello che sta avvenendo quello che i miei pensieri producono su di me sulle mie azioni ma io non sono, io sono solo un osservatore non sono io o meglio non so chi sono ma non sono io non sono quello che credo quello che forse, quello che forse credo di essere C’è stato un periodo che che pensavo che esistessero due soli sì ne ero convinto era una strana voce che mi aveva spiegato anche perché, forse ero così sicuro di questo Perché quel presentatore che vedo in televisione mi sta di­cendo di uscire lei lo sa che io non posso uscire che io voglio stare nella mia stanza che non posso che stare nella mia stanza e allora perché mi stai dicendo di uscire perché lui lo sa lo sa e allora per­ché mi istiga lui è un nemico lui è un nemico una spia una spia mandata da chi? non lo so ma da qualcuno sicuramente è una spia io spengo la televisione così lui non mi dà più fastidio però le sue parole rimangono nella mia testa continuano a parlarmi non capisco che cosa voglia da me Io glielo dico che non posso uscire ma lui lui non è che mi dice di uscire ma pronuncia delle frasi che vogliono dire quello lo so lo so è sempre così fa sempre così Molte volte fanno dei programmi in televisione sapendo che io li sto ascoltando e si rivolgono a me soltanto a me Io non so, solo però sono sicuro che c’è qualche cosa che trama Però alcune volte penso che potrebbe essere a favore mio potrebbero essere degli amici mi mandano dei consigli io sorrido piango mi emoziono a queste loro, di queste loro di queste loro, di questo loro interessa­mento verso di me sì è bello è bello, che però, perché allora, per­ché questo vuole che io esca, perché che cosa cerca da me che cosa vuole dirmi è una spia lo so è una spia è un nemico è un nemico Sentite sentite ascoltate ascoltate voi lì fuori con la mia mente sentite anche voi i fantasmi dentro la mia stanza sentite anche voi questo rumore e questi odori così forti questi odori così forti queste sensazioni che si spandono così acute acute senza nessuna possibilità di mediazione senza nessuna possibilità d’interrom­pere questi flussi mio Dio non so non so perché, sentite questo rumore lo sentite sentite e sentite quest’odore questo afrore questo profumo questo odore ignoto che non avevo mai ascoltato prima che sinestetiche situazioni che follia forse No la follia non sono io, io non sono folle io sono semplicemente una persona che ha deciso di vivere in una stanza protetto ma nello stesso tempo pri­gioniero prigioniero di ciò ch’è fuori non di quel che mi appar­tiene qui dentro prigioniero delle angosce altrui prigioniero di non potermi più vedere attraverso… sì ho rotto lo specchio ho rotto lo specchio che era nella stanza così adesso non vedrò più la mia immagine non la vedrò più non la immaginerò è questo che crea l’immagine che crea la vera essenza dell’immagine, la pro­fondità la specularità immaginare la propria immagine sognare la propria immagine rendere la propria immagine piena di di di non so che cosa ecco che vorrei dire delle parole che non sento è questo il problema non sento e sentire è tutto nella vita io voglio sentire sento è questo che conta sentire ma queste parole mi obbli­gano a pensare e questo pensare allontana da me tutto il sentire di cui io ho bisogno e non riesco non riesco a sentire come vorrei perché le parole mi ghettizzano e tirannizzano le parole le parole forse i suoni i suoni forse sono meglio la musica sì la musica la musica è diversa la musica non t’imprigiona ti lascia libero però anche nella musica no non lo so non è vero non è così dio mi sembra d’impazzire non capisco eppure so che gli altri sono pazzi gli altri che non sanno fare niente altro che parlare ma non con la voce con i propri pensieri per questo che impazzisco, qui io ora mi sento come loro è per questo che mi sento pazzo perché ho biso­gno di queste parole bisogno di queste parole nel cervello non ca­pisco quando vi siano entrate quando è stata la prima volta che sono entrate queste parole io non volevo non volevo sono sicuro che non volevo è accaduto ma non so perché sia accaduto che sia stato il colpevole forse sono io sono io il colpevole la colpa è mia è tutta causa mia sono io il colpevole Ma poi esistono i colpevoli che cosa è il senso di colpa chi lo ha inventato io l’ho inventato sì l’ho inventato io nessun altro può averlo scoperto nessun altro può averlo sentito, questa mia prigionia questa mia catena che come mi muovo… mi allontano un po’, sento che mi impedisce di andare oltre mi ferma io tiro tiro ma ma poi mi rendo conto che è meglio tornare indietro è una forza ancora più forte che mi dice che è meglio tornare indietro no non allontanarsi non allon­tanarsi ed è questo che imprigiona tutto il mio sentire è questo che fa si che le mie parole annaspino annaspino continuamente perché perché non riescono ad afferrare quello che vorrebbero perché non farmi sentire quello che io, quello di cui io ho bisogno Avete mai ascoltato i rumori della gente sì i rumori della gente quando parlano ti rendi conto della loro immondizia della loro assurda presunzione di sapere mettono insieme dei suoni a cui danno un significato completamente falso e questo angoscia e questo mi crea uno strano tormento vorrei eliminare quelle pa­role mi rendo conto che sarebbe inutile sarebbe vano chi le ha in­ventate chi è che gliele ha messe nella testa a quelle persone chi è che ha organizzato questi strani suoni era meglio prima prima sì prima quanto le parole non c’erano non ci si capiva ma si sentiva io non lo so come era prima però come era prima? io non sono mai nato prima mi sono trovato con le parole nella testa e non so bene perché, ce ne sono alcune che tornano sempre ossessive sempre e vedi quando io ascolto queste parole attraverso altre per­sone sono sempre a me che si rivolgono parlano con me certo è un po’ difficile capirle subito, bisogna interpretale bisogna avere la capacità di capirle perché sono subdole vogliono dire una cosa ma ne ne enunciano un’altra e allora tu devi capire capire ch’è a te che si rivolgono ma poi è facile è un gioco così semplice che ti rendi conto che è come se tu fossi il centro del mondo è come se tutto ciò che si può svolgere attorno a te può avere un collega­mento con te come se si superasse, l’astrazione non c’è più, astra­zione, c’è precisione una precisione ossessiva forte che picchia co­stantemente che ti impedisce di dormire che ti impedisce di pen­sare nuove parole ma ma perché ogni parola che ti entra dentro occupa uno spazio sempre più grande sempre più grande sempre più grande per questo per questo io sono qui in questa stanza per tenere fuori molte di queste parole quando penso che entra l’aria penso che quest’aria è mossa dal suono da questo suono che pro­duce delle vibrazioni dentro la mia testa sui miei timpani queste vibrazioni alcune volte possono essere parole questo è tremendo io voglio che l’aria non entri più e che anche qui dentro non ci sia più alcun movimento che l’aria sia ferma rarefatta consumata inesistente è così che posso fermare le parole è così che le posso imprigionare è così che posso essere puro, da esse Che si facciano ammazzare gli altri che impazziscano dietro a guerre o ideologie ideogrammi ideologie l’ideologia non è niente altro che quel pa­rossismo assurdo la trasformazione in dogmaticità dell’ideale ma che m’importa io sono qui dentro qui dentro Stanotte ho sognato che all’improvviso le mie finestre si spalancavano entrava tutta l’aria ch’era fuori tutta l’aria ch’era fuori tutti i gridi che erano fuori tutte le parole che erano fuori io io impazzivo io cercavo di mettermi le mani alle orecchie e poi ho iniziato a urlare sì a ur­lare per cercare di coprire con i miei urli i suoni che non erano miei per riappropriarmi del mio suono poi mi sono svegliato per fortuna per fortuna c’era la stanza calma silenziosa sì soprattutto buia il buio è fondamentale anche se poi mi ossessiona il buio, certe volte sono ossessionato dal buio allora non so che fare cammino mi agito perché il buio mi ricorda i colori sì il buio mi ricorda i colori mi ricorda che c’è qualcosa di altro oltre il buio e questi sono i colori io non posso non posso pensare ciò perché il buio deve essere assoluto e non può esserlo perché perché mi ri­corda qualcosa d’altro allora il nulla cos’è non c’è il nulla perché il nulla mi ricorda qualcosa d’altro allora non c’è purezza questo mi angoscia mi ossessiona vorrei urlare incazzarmi ma non ce la fac­cio non ce la faccio è tutto è tutto… mi corrode dentro sento che dentro c’è qualcosa che mi corrode non riesco a capire cosa sia non lo riesco a comprendere non lo riesco a capire è assurdo è tutto as­surdo Ho lavorato un periodo ma poi non l’ho fatto più perché è assurdo lavorare è assurdo mangiare è assurdo bere è assurdo pensare di essere felici È pazzesco è pazzesco quante persone rin­corrono la felicità quanta fatica sprecata perché non consumare quell’energia per qualcosa di più reale di più vero quante persone in preda alla paura agiscono convinte di essere se stesse è tutto subliminale perché ora è il potere che governa tutto questo as­surdo richiamo il potere Il potere che crea l’angoscia il potere che crea la felicità ma se il potere non è l’uomo l’uomo è esule dal po­tere se ne appropria convinto che sia lui a gestirlo ma in realtà da se si governa è lui che governa stritolato ucciso Il potere è un’illu­sione suprema e quanti stolti sciocchi pensano no non è vero an­che io ho potere questo mi angoscia ho potere di essere qui dentro dentro questa stanza di difendermi da tutto il resto il potere di non fare entrare nessuno qui dentro ma allora, ma se anche per me fosse come tutti gli altri se io anche io pensassi di fare qualcosa… invece mi è indotto da qualcuno più forte di me e pensassi che è come se, io, no… è portare gli altri a fare quello che tu vuoi senza che gli altri ne siano consapevoli ma anzi facendo credere loro di essere essi gli artefici di ciò che fanno e se questo stesse ac­cadendo anche a me sì anche a me, infatti quando mi mandano quei messaggi attraverso la televisione la radio o i suoni o i pro­fumi chi è che me li manda è qualcuno che mi vuole mi vuole imprigionare nel suo potere sì è qualcun altro che mi vuole im­prigionare nel suo potere e io e io non sono consapevole di questo non sono consapevole l’informazioni le informazioni hanno di­strutto tutto ma nel distruggere tutto hanno iniziato a creare qual­cosa di nuovo le informazioni modificano e si modificano a loro volta rapidamente questo ha distrutto ogni pensiero ogni tradi­zione ogni illusione di certezza questo ha gettato nella paura molte persone ma a me no io no io vivo bene in questa dimen­sione Voglio che tutto sia sia liquefatto distolto da se stesso senza più arroganza senza più prigioni però c’ho sempre quella catena quell’ossessione che mi prende nei momenti che mi prende sem­pre, che la sento sempre che blocca le mie mani che blocca i miei gesti che blocca i miei pensieri Le mie parole io non ho parole le parole me le danno gli altri io sono nato prima prima delle pa­role. È tutto subliminale è tutto un potere subliminale giocato su un piano superiore giocato su un piano apparentemente astratto ma scientemente sviluppato non vi è più violenza non vi è più violenza voglio dire non vi è più quella violenza fatta di forza fi­sica, ma è una forza mentale ché attraverso la gestione delle pa­role inculca le stesse nelle menti è attraverso questo che le menti agiscono sui corpi e pensieri  sono espropriati di ogni loro facoltà queste queste nuove parole come virus si insinuano nei concetti li modificano fino al punto che i loro concetti sono trasformati da chi da chi a generato, quella macchina infernale che è la persua­sione Ma ci saranno persuasori che a loro volta saranno persuasi da altri e poi da altri e da altri ancora e chi sarà il primo chi è il primo o sono solamente follie dell’inconscio che si appropriano di se stesse che hanno semplicemente una raziocinità apparente­mente superiore a quella degli altri e quindi possono imporsi su­gli altri possono inventare quelle parole che riescono a penetrare negli schemi concettuali di ognuno di noi e a modificarli a loro piacimento Il potere è questo ora. è questa forma assurda non più meccanica ma violentemente inesistente e ora noi non esistiamo più perché non abbiamo più i nostri pensieri i nostri concetti per­ché queste parole virus hanno contaminato completamente la nostra emozionalità siamo così intossicati da tutto che la nostra emozione non ha più nessuna integrità non possiamo più emo­zionarci perché queste parole non ci fanno vivere più la verità e ci fanno decodificare male il messaggio che è già falso in partenza. La decodifica non ci riporta all’ordine ma allo sviluppo di un po­tere che ci sovrasta Oggi mi sono ricordato che il mondo è pieno di radiazioni quindi neanche più mi proteggono… onde elettro­magnetiche e radiazioni di chissà quali tipi entrano qui dentro at­traversano il mio corpo e poi forse creano dei miei duplicati come queste presenze Questi strani fantasmi che sento vicino vicino a me ma non sento cioè, non vedo forse, questi sono miei duplicati sono mie clonazioni, clonazioni che hanno superato me stesso e che ora vogliono annientarmi sì vogliono annientarmi perché vogliono essere liberi da me Come io voglio essere libero da quel qualcosa che mi lega e mi imprigiona ma che non so cosa sia è questo sono sicuro di ciò sono sicuro di ciò un giorno entrerà qui una voce e me lo dirà ma io non so se potrò credere a questa voce da dove proviene quella voce adesso capisco capisco quando… quando Apro un po’ le finestre non i vetri ma le serrande, appena appena e osservo fuori perché e tanto che non lo faccio perché è tanto che ho chiuso anche le serrande che vivo qui al buio o con la luce artificiale ma… ma ho pensato che la luce elettrica viene dall’esterno e se io accendo una lampada qui è perché l’energia mi giunge dall’esterno e allora cerco di ridurre al minimo questa, questa intrusione Osservo fuori osservo la gente che passeggia che apparentemente fa cose semplici ma non è così io so che c’è una trama ben precisa un discorso logico ben preciso che se quelle per­sone ora si comportano in quel modo è perché sono state indotte da un meccanismo esterno più forte di loro che le ha imprigio­nate in quelle loro azioni che metodicamente ripetono e ripetono e ripetono ciò li porta anche a liberarsi dai pensieri è come se le loro parole agissero su di loro e pensassero indipendentemente da loro sì è così io lo so e comprendo anche quei pazzi che ogni tanto vengono qui li vedo sì drogano i drogati e se fossero loro i rivolu­zionari di questa epoca se fossero loro che hanno capito questo meccanismo e cercano di liberarsi di queste parole di queste parole che inducono dentro loro la paura, il terrore le hanno scoperte o forse no forse non le hanno scoperte però sanno che ci sono le sentono le sentono più che ascoltarle e hanno bisogno di qualcosa per liberarsene hanno qualcosa che li illude di liberarsi No ma ciò non può accadere o forse sì forse sì non hanno il coraggio di com­piere quell’atto definitivo e allora annebbiano tutto il sistema delle loro parole del loro cervello e così le inibiscono le parole vi­rus ma se però anche questo facesse parte di un potere? Di quel potere occulto che semina parole nelle menti e avesse scoperto in queste menti la facoltà, una debolezza e su di loro avesse attec­chito un nuovo virus un virus un virus di parole senza risposte è per questo che queste persone non hanno un discorso chiaro nelle risposte non c’è bisogno di introdurre parole virus che trasfor­mino a loro piacimento… perché queste persone, queste persone sono mine vaganti che possono fare sviluppare l’azione in qualunque direzione quindi queste parole virus che sono state iniettate nella loro testa sono parole che inibiscono tutto bloccano tutto e trasformano l’azione in inazione e questo per tenere calmi e buoni quei meccanismi concettuali che ancora non possono es­sere governati gestiti è una forma di potere coercitiva finale delle parole quando non vi è più nessuna parola che può generare una concettualità Oppure si insinuano queste parole che come una… che con procedimento metastico si appropriano di ognuna di quelle parole sparse che possono sviluppare in ogni direzione e le bloccano le paralizzano le fanno implodere Ecco perché adesso ho capito mentre per molti di noi c’è questo meccanismo che che tende a trasformare i nostri concetti a loro uso e consumo in altri in cui questo non è possibile si agisce in modo ancora più drastico annientando completamente ogni possibilità spingendo verso l’autodistruzione, la pulitura di una parte dell’esistenza che vuol superare le parole perché vuol sentire e questo è qualcosa che sfugge al potere è per questo che si preferisce annientarle annien­tare completamente radere al suolo quelle ipotetiche coscienze

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Spesso ho bisogno di toccare le cose due volte o con tutte e due le mani contemporaneamente è come se questo atto mi facesse sentire più sicuro come se questo gesto preordinasse un evento successivo più importante Spesso scopriamo all’improvviso quando ognuno di noi non sia niente in rapporto al controllo delle cose Ci sentiamo sovrastati dagli eventi di ogni tipo: naturali sociali culturali e allora anche un piccolo gesto due mani che toc­cano contemporaneamente un oggetto può essere una piccola forma di controllo una piccola forma di potenzialità a cui pos­siamo aggrapparci per non disperdere completamente tutto quel piccolo bagaglio di esperienze e di coscienza che abbiamo dentro Ci sono molti pericoli in giro e anche qui, dentro questo stanza mi rendo conto che ce ne sono di subdoli e nascosti non so se sono i microfoni o i fantasmi Ma certi miei gesti che sembrano preordi­nati forse forse non sono miei però… ho come la sensazione che che siano determinanti per un mio strano equilibrio un giorno quanto i più grandi riformatori della storia riusciranno a liberarsi a dimostrare che la loro dimensione è unica autentica vera perché la… reale dimensione di tutto l’evento umano be’ quando queste persone che sono i pazzi che io purtroppo ancora non riesco né a capire né ad essere… quando queste persone si approprieranno dell’intera situazione umana forse in quel momento avremo su­perato quell’assurdo concetto che governa la nostra mente saremo veramente liberi avremo superato tutto ciò che ci fa sentire quell’angoscia individuale che non ci fa vivere la felicità Ma que­sti sono i più pericolosi sì lo sanno lo sanno in giro che ci sono queste persone e sono molto pericolose perché queste persone non sono gestibili dalle parole virus queste persone possono con­trollare le parole virus hanno degli anticorpi che… le distrugge le parole virus e questo fa paura a quel sistema di potere che non vuole niente fuori dal proprio controllo Alcuni pensano che pos­sono controllare tutti senza nessuna distinzione mettendoli in quelle gabbie socio economiche in cui ognuno di noi è costretto a vivere Ma poi c’è quell’atto quell’atto inconsueto e strano la paz­zia alcune di queste persone impazziscono e si ribellano a tutto si staccano da tutto distolgono le energie che le parole virus gli ave­vano iniettato per obbiettivi ben determinati non rientrano più negli schemi, non hanno più… una direzione, alternativa in cui dirigere e allora distruggono… distruggono il sistema lo liberano da altre parole virus si trasformano in anticorpi contro le parole virus e e le paure aumentano in chi non sa di avere le parole vi­rus De-stabilizzazione la de-stabilizzazione è questo che che fa paura La de-stabilizzazione l’incertezza sì l’incertezza, perché que­ste parole virus sono governate da una paura ancora più grande la paura che tutto finisce che nulla c’è questa paura assurda eppur vera è questa paura che… che spinge le parole virus a contami­nare, e chi ha consapevolezza di questa paura o ha più paura degli altri diffonde con maggiore intensità queste… ma non si rende conto che certe volte queste parole entrano in meccanismi in cui la sensibilità è troppo forte e quindi si acuisce a tal punto la paura e si crea una situazione di rigetto creare una sutu… e creare una si­tuazione di rigetto a un punto tale che la paura vien… a tal punto sibl… sublimata viene a tal punto sublimata da generare quel magma puro informe ch’è la pazzia e la forza generata dalla paura virus raggiunge un tale parossismo che si riversa contro se stessa torna indietro alla ricerca delle parole virus che vivono nella normalità e le mette le mette specularmente “dinanzi” a se stesse a chi le ha ma non è consapevole costui sente dentro questo diso­rienta­mento avverte che c’è qualcosa che non va pensa che sia la pazzia quella cosa che non va ma non si accorge che sono le pa­role virus che ha nella testa che non vanno queste imprigionano e questo e questo fa ancora più paura fa paura è un crogiolo di paura una fu­sione di paura la follia sì è la fusione stessa della paura la liquefa­zione di ogni possibilità della paura il suo supe­ramento nella to­tale con-fusione con il sentire. il po­tere non ci è dato il potere non lo vogliamo no non lo vogliamo io continuo a comportarmi come questa stanza mi permette e io in questa stanza… disobbedire a me stesso devo tornare a quell’or­dine di cose che la stessa disub­bidienza mi ha fatto scoprire e mi ha fatto perdere nel medesimo istante io devo ritrovare quelle cose è sol­tanto un’altra ulteriore spietata disubbidienza può farmi riappro­priare di quella dimen­sione che forse è l’unica possibile quella che mi libera da ogni bi­sogno utilità di ogni potere Dio cosa sta acca­dendo cosa succede dentro di me in questi momenti in quei mo­menti in cui è come se delle forze delle energie mi portas­sero via lontano da me stesso lontano dal mondo ma nello stesso tempo fossero condizionate dai desideri di tutto il mondo tutte le do­mande le richieste è un dolore un dolore sordo senza se stesso che passa sopra al mio fi­sico senza che abbia avuto un movente che io conosca ma forse è il dolore in se stesso che la mia mente non sopporta e fugge dal mio corpo se ne allontana allontana dal mio corpo che gli procura questa sofferenza Oh Dio mio Dio mio in­comincio a sentire tutti i desideri tutti insieme che chiedono chiedono chiedono devi fare questo quest’altro quell’altro io non so non posso seguire tutti questi ordini è come impazzire è… sol­tanto pensando a te riesco a concentrarmi a fermarli a dire che non esistono è una stanchezza è una sofferenza sì è una lenta sof­ferenza è una lenta sofferenza si soffre perché più si va avanti e più si è consapevoli di questa pro­fonda e assurda solitudine di questa mancanza totale di amore di questo perseguire non si sa bene cosa… il corpo la mente non esi­stono più si dissociano si al­lontanano e cercano qualcosa di altro un altro mondo un’altra re­altà e ne creano diverse e parallele e io non voglio non voglio più Sto qui nella mia stanza e cerco di pro­teggermi ma questo che mi è entrato dentro mi allontana anche dalla stanza e la protezione che può darmi questa stanza svanisce mi devo fermare perché più accelero il ritmo dei miei pensieri delle mie azioni e più tutto si dissolve più tutto diventa libero in­dipendente incontrollabile devo fermare rallentare i pensieri i suoni le emozioni per fermare queste scariche interne di sostanze che producono il mio cervello e sono prodotte dal mio cervello L’agire che non ha più un mo­tivo perché ha superato la motiva­zione stessa ma tutto in un or­dine biologico tutto si svolge e la mia coscienza non può far altro che osservare allontanarsi la fine per approdare oltre la fine Ma fare questo significa offuscare la co­scienza e lasciarla andare, io non voglio più questo Sono nella stanza e conto i passi conto i passi e una voce mi dice di contarli contarli ma non voglio mi ri­fiuto cerco di calmarmi e non capisco più che il mondo è là fuori ma quello di fuori appartiene solo ai miei desideri neanche quello esiste è solo un’immagine che ho dentro di me è un’acuta soffe­renza che ho dentro di me ormai continuo imperterrito e so che se continuo così se seguo queste voci che vogliono fuggire dall’angoscia mi ci perderò dentro e non so se sarò in grado di ri­tornare Ogni giorno ogni notte tra­scorrono così senza quel mo­mento dentro ognuno di noi di pie­nezza e consapevolezza Notti di fuga di fuga di fatica sempre più fatica di fatica ad accettare tutti i desideri del mondo tutte le pas­sioni di un mondo tutte le esi­genze di un mondo che io non rie­sco a soddisfare continuo a par­lare a queste mura e cammino cammino lungo il perimetro di questa stanza lungo sopra le mat­tonelle di questa stanza tra i mo­bili in attesa che tutto finisca che si ricomponga che questa mia passione torni ritorni dentro me ma perché tutto questo accade l’ho già detto ma ogni volta si di­mentica e quindi ritorna questo momento che confusione o forse o forse questa è la chiarezza la chiarezza glaciale questa è la chia­rezza che non sopporta menzo­gna questa è la vera condizione davvero il loro fallimento, di tutta un’esistenza L’amore se n’è andato e con esso ogni possibilità di sopportazione della vita ci si ammala ci si logora si evade verso un mondo sconosciuto un mondo che non ricorda più la soffe­renza un mondo che spegne tutto nella coscienza prigionieri pri­gionieri non si è più capiti non si è più capiti non si è più non ci si capisce più ed è tutto anche l’annullamento della sofferenza vano Queste crisi sono tutte quante dentro la mia incognita percezione della realtà. Parlare parlare eppure ho anche un po’ paura di par­lare anche se non ho nulla da nascondere in fondo sono qui solo in questa stanza ma allora cos’è questa tenue impressione di es­sere “ascoltati” è una sola illusione unA sola illusione o nessuna molte, se vi raccon­tassi raccontassi a queste mura le cose che giungono alla mia mente se vi dicessi che i pensieri delle persone entrano nei miei pensieri e chiedono chiedono ma io non posso rispondere a tutti non posso È come se i loro desideri li chiedes­sero a me, sono en­trati anche qui dentro tra queste mura mi do­mandano vogliono che faccia strane cose e io certe volte alcune volte l’ho fatto mi sono lasciato andare ma tutti questi richiami tutti questi messaggi tutte queste interpretazioni simboliche sen­soriali a cui la mia mente dava sfogo ed elaborazione. a un certo punto era come se l’anima parlasse Se uscisse fuori la sua voce e mi dicesse cosa fare cosa non fare cos’è quello che quella persona sta pensando e cos’è quell’altra però anche lei è molto esigente mi chiede troppo troppo ed è come se andasse più veloce del mio corpo tutto an­dasse più veloce del mio corpo il mio corpo non può, non ce la fa a seguire ciò che la mia mente produce Però sono degli strani viaggi, non sono disprezzabili neanche brutti, anche se ora ho scoperto il sistema per controllare queste cose e sincera­mente quest’ora mi alletta ancor di più Una volta ero con una ra­gazza, al mare, stavo leggendo e strana stranissima combinazione lessi sul mio libro un nome ed era lo stesso nome che quella ra­gazza stava pensando da lì compresi un modo strano per poter comunicare Se per ipotesi due persone pensano la stessa cosa co­noscono la stessa cosa è un mezzo, non, forse nessun mezzo, certe volte non serve neanche un mezzo simbolico esterno È pura co­municazione Ma il mio linguaggio qui sta diventato troppo plau­sibile troppo razio­nale, non deve non voglio questa stanza non mi deve condizio­nare voglio che sia libero spontaneo irriverente Leggo anche i de­sideri inconsci sono soprattutto quelli i desideri inconsci delle persone che vengono nei miei pensieri Forse sono strane intui­zioni o forse è una semplice facoltà che non cono­sciamo In certi rari momenti potrebbe sembrare che anche gli altri riescono a sen­tirmi comunque al centro di queste esperienze c’è come se ci fosse la conoscenza degli altri di tutto ciò che sono io c’è questa mia per­cezione, di tutto quello che ho fatto, questo per me non è un pro­blema non mi dà nessuna angoscia, forse quando succedono que­ste cose sono anche i miei desideri ad agire ha lot­tare con un io, io che si vuole affermare e equilibrare Ma la cosa positiva è ch’è come una acquisizione di esperienza per l’intelli­genza infatti quanto tutto si riequilibria dicime così anche se non è esatto la tua intelligenza è aumentata le tue capacità induttive deduttive istin­tuali sono aumentate e quel che prima potevi per­cepire con una pura energia che… che… sempre in bilico nel con­trollo o nel ri­schio dell’andare fuori controllo nella fase succes­siva con la sem­plice intelligenza è la sensibilità che si è accresciuta equilibrata e rafforzata, riesce a capire gli eventi Le capacità di con­trollo sono nella nostra capacità di modificare i nostri comporta­menti e in ciò nel modificare i nostri processi interni psichici chimici C’è la sen­sazione che ci sia qualcosa qualcuno in ascolto forse un complotto chissà Ogni simbolo può significare molte cose ma ci sono alcuni che hanno dei riferimenti oggettivi con la no­stra vita soggettiva e il percepire il saper distinguere quelli che ap­partengono a noi e quelli che sono altro da noi è una capacità una peculiarità che dobbiamo perseguire… Questo si verifica i giorni si susseguono sembrano interminabili ma sono rapidi fugaci appa­rizioni sem­brano scoprirsi dentro quell’emotività quel sentire acuto forte che dentro di me sprigiona tutta una simbolicità astratta eppur con­creta tutta una risma di desideri così presenti dentro di me da non poter più dire che non sono miei Eppure sono desideri così im­possibili che io devo raccoglierne le briciole e da quelle briciole co­struire la mia quotidianità Cerco sempre qual­cosa che mi dica quel che deve essere ma poi sembra… come se tutto svanisce tra stati di esaltazione e di depressione tra stati di esaltazione e di abbatti­mento continuano così questi giorni dentro questa stanza questa stanza che non ricorda tutto ma ch’è presente in tutto Questa stanza dove avvengono tutte le emozione tutti i ricordi tutti i fu­turi e i possibili e le realizzazioni Tutto questo av­viene e tutto questo avviene perché tutto il dolore la paura l’an­goscia mi porta a fuggire o a risolvere tutta se stessa attraverso le manifestazione che la mia psiche genera nella mia stanza sopra al mio corpo nel mio corpo Ma ormai tutto hanno rivelato, espe­rienza dopo esperienza queste manifestazioni hanno comunicato ciò che vo­levo sapere e ora non mi rimane che l’angoscia il fasti­dio di supe­rarle rimanere qui in attesa che finiscano senza che ab­biano nulla da dirmi mi hanno raccontato tutti i miei desideri tutti i miei do­ver fare Ma ora non mi rimane che la difficoltà di un mondo che non accetta di un mondo che non aspetta di un mondo che stri­tola tutto quanto Tutto ciò ch’è sensibile dietro quella morsa den­tro quella morsa inesorabile volgare brutta della inconsueta e pur sempre presente inospitalità della vita Quindi non mi rimane che aspettare che tutto passi che tutto torni tran­quillo modesto reale Perché non ho più tanta forza Ma comunque tutto questo sentire io non posso obnubilare, lo devo tenere den­tro non posso far altro che accettarlo e scoprirlo e fare in modo che si acclami e acclari tutto quello che c’è tutto quello che posso Ritornano spesso quei pensieri ritornano sempre gli stessi ogni volta che mi perdo in questi flussi di energia, ritornano certi pen­sieri certe forme certe esaltazione certi abbattimenti sono sempre gli stessi Ma mentre nelle prime esecuzione nei primi avveni­menti tutto questo era molto forte e soltanto un dialogo interiore con me stesso con me stesso riusciva a gestirlo, adesso tutto si at­tenua tutto lascia un’ap­parente conflittualità E tutta quella bel­lezza dell’esaltazione il su­peramento di tutte le angosce e sentirsi veramente liberi ora non è più così ora avverti solo il malessere di una realtà che non ti ap­partiene di una dimensione che non è completamente tua che ti rendi conto che non riesci completa­mente a sentire come se ti vi­vesse addosso eppure questa stessa dimensione mi ha dato molto mi ha fatto capire comprendere tutto ciò che per me era inconscio e tutti quei desideri che si esprimevano in questa mia dimensione parossistica in questo evolversi senza freni mi dimostravano quello che io realmente sentivo e dovevo essere Ma adesso perché mi rimane solo la con­flittualità con l’oggettività del mondo che non accetta quello che io sento che non accetta quello che io troppo sono troppo sono È questa la difficoltà troppo essere e troppo sentire Ma in questa stanza forse c’è una protezione forse c’è una dimensione che mi salva da quello che mi può accadere Forse c’è, per questo aspetto chiuso in questa stanza tutto quello che può accadere tutto quello che si può generare attraverso l’immagine o attraverso la pre­senza, ma forse neanche questa è una fuga neanche questo è fug­gire o rifugiarsi uno… uno scappare da quello che… Cos’è quello che sembra ignoto eppure così con­creto presente forte realizzabile essere se stessi essere se stessi e ac­cettare tutto del suo essere se stessi accettare le conseguenze di non essere compresi l’insuffi­cienza altrui l’incapacità altrui l’immodestia altrui la stupidità al­trui non accettare di essere que­sto per una parte dell’altrui dimen­sione e accettare di essere tutt’altra cosa e accettare di appartenere ad una consapevolezza più alta e superiore di quella altrui

Nefasto ma nel loro superamento il mio superamento di que­sta dimensione così grigia spenta stupida c’è anche la mia affer­mazione io devo essere convinto di questo devo capire che posso essere me stesso anche se sono solo in questa stanza in questa stanza io posso essere me stesso e forse un giorno riuscirò ad uscire a trovare una dimensione che mi permetterà di confron­tarmi senza subire la stupidità e l’ignoranza, la mia sensibilità non mi renda vittima ma mi renda partecipe, eppure tutto questo mi fa comprendere che ho bisogno di un minimo di gratificazione che ho bisogno di qualcuno che dica bravo è giusto, per quel che stai facendo di qualcuno che comprenda e che disprezzi anche, ma comprenda il tuo ruolo il tuo mondo la tua sensibilità, ché quel che senti è indispensabile questo per proseguire questo tragitto per proseguire questo cammino per proseguire questo sogno questo sogno che appartiene soltanto a me o forse il sogno di ognuno in ognuno c’è la stanza in ognuno ognuno ha la sua stanza Io l’ho rappresentata fisicamente questa stanza vi sono dentro, ma quante persone prigioniere delle proprie stanze non hanno con­sapevolezza di questa loro dimensione si sono inglobate nella speranza che tutto ciò che accade fuori non li tocchi hanno eletto queste barriere a salvaguardia del loro sentire e grazie a queste che forse riescono a sopravvivere Io come se non avessi barriere non avessi pelle, stessi fuori e sentissi tutto, questa acuta sensibilità mi permette di generare tutta la mia creatività ma nello stesso tempo mi impedisce mi impedisce di non soffrire di non sentire fino in fondo ogni pensiero ogni emozione ogni conflittualità di sentirla così forte dentro di me fino in fondo fino in fondo lungo tutto il mio tragitto lungo tutta la mia esistenza lungo tutta la mia rifles­sione e ora sono in questa stanza accolto da una luce artificiale perché anche la luce esterna in questo momento mi dà fastidio, non è che non la sopporto ma è… non l’accetto voglio questa luce artificiale una luce più intima una luce che è mia L’ho accesa io, questi colori, in questa stanza hanno una particolare dimensione che mi fa sentire bene Io proseguo questo tragitto attraverso que­sto luogo e questo luogo queste voci queste dimensioni, che, in certi momenti si placano e mi riportano ad una lucidità superiore, una lucidità armonica io in questi momenti riesco a capire tutto quello ch’è avvenuto in quello stato parossistico, dimensione in quel mondo parossistico Dimensione sempre questa parola che ri­torna e non so perché la ripeto la ripeto la rivoglio come se rivo­lessi la mia “dimensione un appropriarsi della mia dimensione” Un mondo che sia come io lo sento ma ciò è impossibile il mondo è come è e tu lo senti tutto lo senti tutto e non riesci a capire fino in fondo qual è il tuo mondo qual è il tuo stato Un mondo che si angoscia che si perde dietro mille paure forse l’unica paura tutti hanno paura paura di essere paura di sentire e più sentono e più sono felici ma più sentono e più impazziscono e più impazzi­scono e più ritornano a quel che erano a quell’inconsueto organi­smo che non capisce più nulla che si abbatte fino fino alle estreme parvenze di una normalità che non lo è Vorrei sconfiggere tutto questo vorrei trovare un nuovo un nuovo ordine ma forse non c’è un nuovo ordine solo la capacità di accettare tutta la nostra fi­nitezza l’impossibilità di capite tutto accettare la nostra nullità, sì sentirsi nulli eppure così partecipi e pieni essere consapevoli di tutto quel che si è e sentirsi così vicini a tutto ciò che non si può più essere che nessun uomo può essere è questo che porta questo sentimento di angoscia questo sentimento di tormento questo sentimento di fatica quanti ordini quanti ordini umani ordini po­litici sociali religiosi tutti questi ordini non sono niente altro che bisogni per vincere strane paure per vincere quelle paure che ci portiamo dietro quelle ansie angosce che ci svegliano e non ci fanno più riposare che non ci fanno più capire qual è qual è la vera fine Ma questo ci fa brancolare, brancolare e ci tormenta e ci tormenta ma io vorrei vorrei scoprire un nuovo ordine un nuovo ordine delle cose un nuovo ordine dove ognuno è accet­tato per quello ch’è dove ognuno è scoperto per quello ch’è e dove ognuno non ha bisogno di prevaricare, non ha bisogno di provare nella morte dell’altro la propria sicurezza non ha bisogno di sco­prirsi impaurito attraverso l’altro ma attraverso l’altro scopre la forza per placare la propria paura il proprio inconsueto ordine delle idee parlare parlare parlare ma perché poi parlare in fin dei conti quello che vorrei dire non viene fuori non viene fuori, mi rendo conto che anche queste parole non hanno senso non hanno alcun ordine sono sconnesse scomposte e non appartengono a quel qualcosa che vorrei enunciare perché forse quel qualcosa è così legato a ciò che sento che non mi riesce chiaro nella mente non riesce realmente ad essere esplicitato con le parole eppure so che non mi resta altro che questo frammentario dialogo questo mio frammentario diario che io sto narrando nella mia stanza a queste pareti per spiegarmi forse per spiegare… qualcun altro ma non so a chi Chi vorrebbe sentire quello che io sto dicendo chi po­trebbe sentire quello che io sto dicendo sto semplicemente par­lando in questa stanza a queste mura e nessuno può ascoltarmi forse la mia coscienza può ascoltarmi sì un dialogo con la mia co­scienza sto parlando alla mia coscienza e vorrei che la mia co­scienza partecipasse e sentisse quello che io ho da dire vorrei che tutto si annebbiasse per ritornare limpido vorrei che tutto scom­parisse per riapparire e tutto tornasse come era una volta come ero quando ero appena nato come era quando si era appena nati, come si era quando si era appena nati quella prima scoperta quella prima paura forse l’abbiamo risentita, quel tormento forte della morte ma però non ci affliggeva, quella serenità quella libertà quella angoscia per un futuro che non si sa qual è non c’era e forse se c’era eravamo ancora capaci di gestirla di sentirla addormentata e senza quel fastidio acuto forte che ci sorprende ora nei momenti più strani più impensabili più normali quelli sono momenti che circondano con acuta forza, che dobbiamo morire ma forse non è questo il problema non è questo perché nell’ambito delle nostre follie nei confronti con quest’ordine di cose con quest’ordine del morire io costruisco strane simbologie simbologie della mia esi­stenza del mio vivere e attraverso queste sicurezze infatti questa stanza non è niente altro che un ordine diverso delle sicurezze e lo stesso ordine lo stesso disordine che ognuno di noi ha io mi sono costruito questa stanza queste mura e dentro questa stanza sto parlando alla mia coscienza e non so se comprenderà ma spero tanto perché vorrei che la mia coscienza mi aprisse una possibilità una ulteriore possibilità di sentire di sentire in armonia senza l’angoscia, senza il tormento e ognuno di noi ognuno di noi nelle sue strane stanze, chi non ha stanze forse sente ma c’è gente che non sente neanche  che non comprende che ha la sensibilità cor­rosa e non ha queste preoccupazioni o forse si preoccupano ma non sanno di preoccuparsi vivono angosciati anche loro tormen­tati impauriti pesanti nella loro anima

I numeri si perpetuano e tutto intorno ai numeri sembra fermo  in realtà sono i numeri che sono fermi ma i numeri non sono fermi perché i numeri sono una certezza apparente e perché que­sta certezza apparente noi dobbiamo convalidarla perché dob­biamo dare sicurezza a questa certezza apparente tutto è relativo anche i numeri sono relativi anche la matematica è relativa tutto è relativo e noi siamo relativi è questo che mi tormenta mi tor­menta e queste mura vorrei che si stringessero attorno a me che mi proteggessero che mi dessero calore e che mi togliessero questa paura di essere relativo e togliessero a me uomo tra gli uomini questo tormento inconsueto eppure così consueto e normale che appartiene a tutto ciò che ho fatto a tutto ciò che vorrei fare e che non so più capire che non so più pensare vorrei che questo rela­tivo non ci fosse più vorrei essere già morto ma non ho il corag­gio di morire il coraggio di morire… così forse apparirebbe oltre la morte io non lo so non so pensarle non so capirla non so, so solo che c’è questo tormento questa angoscia forse questa è patologia questo mio assurdo momento è forse solo, patologia dovrei solo curarmi ma non so come curare questa angoscia come superare questa angoscia dovrei andare da un medico forse da un altro me­dico forse da un altro medico ancora e forse avrei delle soluzioni o forse soltanto dei momenti in cui si placa questa angoscia, que­sta emozione si attutisce, il mio sentire… e riesco a sentire questa mia paura, perché non la conosco anche se so ch’è presente non la sento e questa forte emozionalità che mi fa sentire tutta la vita mi fa percepire anche la fine d’essa e io forse non sono in grado di ciò forse non sono in grado di sentire tutto o meglio non sono in grado di sopportare tutto il sentire perché anche “sentendo tutto io non riesco a difendermi non riesco a capire anzi riesco a capire di non capire e questo non mi placa ma mi angoscia ancor di più quali sono gli ordini politici che ci possono salvare quali sono… il parossismo di ogni dittatura una destra una sinistra un narcisi­smo nella costruzione di ogni ordine politico non vi è sicurezza, non vi è sicurezza in loro soltanto, una apparente menzogna ch’è una certezza di verità questa è una frase che non la si comprende non la comprendo nemmeno io perché… non so sono parole che escono e che queste mura raccolgono che si imprimono su queste mura come piccole macchie piccole macchie di muffa che qui germinano germinano germinano e che mi ricordano quello che io ho detto e che mi ricordano quello che io non sono e che mi ri­cordano quello che io sono. trovo strano tutto questo eppure so ch’è normale so che in questa stanza tutto è normale perché la mia vita qui dentro è normale forse altri potrebbero pensare che sono pazzo ma non sono pazzo io sono dentro le loro paure e loro fanno finta di niente vivono facendo finta di niente ma io so che non si può far finta  di niente in eterno c’è sempre un momento un cui tutto quanto viene fuori tutto quanto si palesa tutto quanto ti dice quello che realmente sei ordini ordini ordini ordini strut­ture dittature e democrazie ma che cosa sono? tutte cose… sono niente dovremmo superare tutti questi ordini dovremmo sentire che tutto ciò che abbiamo è finito eppure tutto ciò ci impaurisce ognuno ci impaurisce gli altri ci impauriscono dobbiamo soppri­mere gli altri e questo non avviene non avviene non lo farò mai io preferirò morire impazzire ma non ucciderò la mia paura ucci­dendo un altro ma tutto questo avviene quotidianamente tutto questo avviene quotidianamente ma cosa sono queste mie parole cosa sono questi miei dialoghi perché parlo con queste mura? forse è solo pazzia, questa pazzia che si imprime sui muri di que­sta stanza muri bianchi che si macchiano delle mie parole si spor­cano delle mie parole e così più parlo e più questi muri si tingono assumono la veste di un colore colore un colore tenue e malinco­nico e forse solo il colore di quel che io vorrei che non riesco a re­alizzare parlo parlo senza capire bene cosa sto dicendo e forse chi solo mi ascolta comprende quello che io sto dicendo? se ci fosse qualcuno in questa stanza mi disturberebbe ma forse c’è qualcuno, quando sento la presenza di questi strani fantasmi  ma ora sto bene sono lucido e so che ora non ci sono e tutta la dimensione di angoscia di euforia quel terrore adesso non c’è eppure eppure an­che adesso che sono lucido riesco a capire a sentire che la sola paura che c’è dentro di me e la paura che c’è in ognuno di noi in noi tutti lo stesso terrore non si può salvare nessuno, ma forse solo io mi sto salvando ma perché? che c’è in me di diverso che mi fa salvare forse la consapevolezza la certezza di sapere quello che sto dicendo o forse la certezza la consapevolezza che ciò che sento è ciò ch’è vero ma se ciò che sento è quel ch’è vero perché gli altri non fanno la stessa cosa perché fanno finta di niente o perché trovano un sistema o modo di vivere che gli permette di far finta di niente non non sentire la paura l’angoscia la morte.  invece sentirla quotidianamente nei piccoli gesti ma continuare a far finta di niente trovare dei mezzi, palliativi che li illude di al­lontanare quello stato. hanno paura, hanno paura come ho paura io. questa stanza mi protegge, ma come? queste mura non mi pro­teggeranno più e quando queste si frantumeranno e non avranno più la certezza che io gli ho dato, cosa accadrà? forse vivrò accet­terò la morte o forse avrò fede, forse sì dovrei avere fede per accet­tare la morte, ma la paura la paura quest’emozione non svanisce anche accettando la morte la paura non svanisce e il mio cervello reagisce in maniera strana. certe volte sembra impazzire ma per­ché non riesce a sopportare non riesce a sentire quello che io con i pensieri posso comunicargli il sentire non riesce più a gestire le parole o sono le parole che non comunicano più con ciò che si sente? e tutto è come se se si frantuma, stacca ma so che si sente. è così forte che non può più accettare la realtà e trasforma tutto quel sentire, trasforma anche le parole è come se ci si liberasse. a me non mi liberano più ormai so che anche quella non è una dimen­sione reale e la pazzia non mi è più di consolazione. cosa sono al­lora? ora io non sono pazzo, non sono sano a cosa appartengo? qual è la mia dimensione cosa sto aspettando qui dentro in questa stanza? che accada che cosa? forse non è forse non è tempo perso quello che sto trascorrendo qui dentro e queste parole invece di dirle alla mia coscienza a questi muri non vorrei che fossero solo disperse e quel che io immagino la mia coscienza non sia soltanto, che una parete un muro. se io non maturassi elaborassi queste pa­role se io non le sentissi affatto? perché sto parlando? forse sto solo pensando, sto solo pensando e le mie parole sono depositate solo nel mio cervello nelle sue riflessioni dentro la mia mente, le mie parole non hanno suono, non “dimenticate” che non hanno suono. ma se ci fosse un’alterità se avessero suono dove finireb­bero? ci si può stancare di parlare ma di sentire no, perché non si può fare altrimenti si può dormire, svegliarsi, placarsi, angu­stiarsi, ma la gioia… forse l’amore… sì soltanto quei momenti d’amore valgono tutta quell’ansia. se potessi avere un po’ più d’amore, ma l’amore è rubato da… la socialità che ti imprigiona nei suoi desideri nelle trappole di una ragionevolezza senza nes­suna libertà, ti ordina, ti obbliga con il suo dirsi inevitabile. una società piena di ansie, tutta l’ansia della propria fine. non c’è li­bertà è sulla paura che si costruiscono le certezze, la paura che non dà niente altro che la propria illusiva fine. io non posso amare, non posso vivere perché c’è questa paura che ha originato tutti i sistemi politici culturali, ché un’atarassia senza nulla, che impedi­sce di modificare, un’atarassia strutturata sulla logica economica a cui l’umanità deve essere soggetta. cosa dobbiamo comprare per ottenere qualcosa e cosa non comprare, non possiamo far altro che adeguarci a queste sicurezze non possiamo fare altro che fare finta di niente e così placare la nostra paura il nostro istinto, stordirci con quel non c’è niente altro da fare. riprodurci riprodurci non più come vorremmo ma solo attraverso l’atarassia economica che ci impone la sua inevitabilità… ma tutto questo è falso tutto que­sto è superato perché se bastasse questo, basterebbe scomporre tutto e tutto ritornerebbe daccapo, in realtà nulla ci riesce di far tornare. siamo sempre convogli di paura di tormento per noi stessi, paura di mo… paura di essere, questo sconcerta, terrorizza, ogni costruzione sociale che ci permette di rendere tangibile un’azione dà l’illusione alle nostre nazioni di essere reali noi le generiamo attraverso sicurezze che si perpetuano a tal punto che tutta la realtà ci appare trasformarsi verso una inevitabile unilate­ralità per sublimare quella di essere già morti. morte sopra morte poi in alcuni istanti tornano acute le sensazione della realtà da cui si rincorre una fuga e riscopriamo attraverso noi il vero sguardo di ciò ch’è la nostra fine della morte dentro noi, che consuma cor­rode; non c’è più la speranza forse tutta la speranza è nostra ma non sappiamo come generarla come armonizzarci con essa Perché tutto questo? io non capisco non ci riesco per questo ora mi sono costruito questa stanza sono dentro questa stanza per potere essere libero da tutte le sicurezze altrui, voglio la mia sicurezza la mia si­curezza chi che mi dia l’opportunità di vivere, ma non riesco a realizzarla non riesco a realizzarla perché essa non mi permette di scoprire gli altri non mi permette di amare perché non è la sicu­rezza di tutti gli altri, tutto questo mio sentire è destabilizzante per tutti gli altri sono qui in questa stanza io sono destabilizzante forse in questo ho trovato la mia stabilità non lo so forse non l’ho trovata ma gli altri impazziscono perché pensano pensano pen­sano sono già pazzi la morte li ha corrotti fino in fondo non rie­scono più a sentire e quel non che sentono lo trasmettono hai loro pensieri e quei pensieri bloccano tutto i pensieri producono delle sovrastrutture e quelle sovrastrutture sono le strade che ob­bligatoriamente devono percorrere pur credendo di essere liberi non hanno compreso che ormai è questo il potere subdolo e subliminale che ti fa fare delle cose che ci convince. che sta acca­dendo? io mi sono costruito questa stanza per uscire da questo, ma forse non so più se sono stato realmente io a costruire questa stanza o sono state queste situazioni così dinamiche e allo stesso tempo così subdole che mi hanno obbligano a chiudermi in que­sta stanza per trovare un ordine diverso, quest’ordine diverso mi allontana questo forse mi avvicina a me stesso sì mi rende più presente dentro i miei tormenti dentro le mie emozioni tutto questo è il mio sentire ora ora ora ora ma forse dovrei impazzire di nuovo ma non ci riesco perché tutto mi sta diventando più chiaro tutto  quando mi si sta… rivela per quello ch’è, tutta una struttura una trappola un grande marchingegno escogitato da chi da chi non lo so da questa paura ma chi è che ha generato questa paura dov’è che si sta sviluppando questa paura dov’è nata questa consapevolezza di essere morti giorno per giorno no di essere già morti prima del giorno di essere già morti, questa cosa qui che ha generato tutto questa trappola sociale, tutto quando. certe volte tutto ciò si scompone a tal punto che non riesce più ad armoniz­zare con niente e anche quella trappola della convivenza si dimo­stra ancora più inconsueta e paurosa e non placa non placa nulla allora tu cosa devi fare a cosa devi aspirare qual è la vera libertà cosa vuoi da me cosa vuoi da me?! con chi sto parlando? a chi mi riferisco? questa mia coscienza, quali sono i messaggi che mi manda? quali sono le liberazioni alle quali posso appartenere? dove sto andando? qual è il tragitto? è un mondo che si sta lique­facendo è un mondo ch’è già morto ma ripeto sempre questa pa­rola perché non riesco a dirla non riesco a dirla come vorrei la pa­rola morte già non mi è più sufficiente non mi è più sufficiente elencarla dirla ripeterla non c’è più niente da fare o forse già è stato fatto tutto forse io dovrei fermarmi qui io aspettare il silen­zio sì cercare solo il silenzio il silenzio il silenzio silenzio in fondo quel silenzio acuto forte estemporaneo ma nello stesso tempo sempiterno che non lascia più spazio che assorbe tutto e chiude tutto in se stesso fino a tal punto da non lasciare fuggire più nulla e non lasciare più niente e trovare questo muro queste stanze mettermi in perfetto equilibrio da la stessa distanza dalle pareti sotto sopra laterale e trovare il punto di equilibrio dove non entra più niente in me, dallo stesso niente esce. fermo lì e stare fermo in questa dimensione è forse l’eternità ma anche que­sta è un’illusione tutto si sta distruggendo e io chi sono in questo mondo non riesco ad amare non riesco a far nulla la gente ama e fa tutto ma è poi vero questo è poi vero non so c’è solo che ho paura

Quando andavo in giro e passeggiavo sì passeggiavo tra la gente quando avevo quelle strane percezioni mi sembrava di sentire i loro pensieri i loro desideri io li percepivo li sentivo e loro mi di­cevano delle cose attraverso i pensieri mi dicevano cosa dovevo fare o non dovevo fare se dovevo attraversare una strada o toccate un oggetto anche io sentivo queste strane cose e pensavo fai que­sto quest’altro e poi certe cose si verificavano cominciavano ad apparire a scomparire e poi ho trovato questa stanza anche perché tutti questi fenomeni si attenuavano sempre di più e io non riu­scivo più a capire quali fossero quelli veri e quelli falsi quale fosse quella dimensione di me che desiderava e quell’altra dimensione di me che voleva. ero lì dentro dentro me stesso e tutto quello che avveniva avveniva perché doveva essere così poi ho trovato que­sta stanza sono tornato in questa stanza me ne sono andato da questa stanza ma ora sono in questa stanza sto parlando alla mia coscienza

In certi momenti come all’improvviso ti senti perso perso senti dentro di te che cresce un ansia un tormento qualcosa che vuole urlare uscire dal tuo corpo ma non riesci a capire cosa sia perché c’è? e ti senti trascinare giù giù giù senti il panico dentro, il terrore lotti con esso con te stesso per fermarlo controllarlo ma certe volte è impossibile l’angoscia un’angoscia che non ha termine. quando pensi che tu sei in fondo e pensi che tutto sia finito ti accorgi che non è vero che c’è ancora strada tempo per tutta la paura che hai dentro e ce n’è ancora tanta tanta non riesci a nasconderla non riesci a capirla la senti soltanto ti senti disperato tormentato e non puoi fare niente e allora cominci a stringere i pugni stringere le mani cerchi di stringere tutto il tuo corpo ma non riesci non riesci vorresti tenerti fermo ma non riesci è troppo è troppo tutto quanto è troppo non riesci non riesci come tranquillizzarsi non si sa io non lo so passeggio conto i passi le mattonelle di questa stanza ma non succede nulla nulla e ho paura che tornino i fanta­smi che la tua mente perda il suo controllo che le tue allucina­zioni non siano più esse ma la tua realtà cosa sognare no non è giusto chiamare sogni queste queste non so dare un nome non so definirle so che c’è uno stato d’animo dentro di me che non ac­cetta non accetta nulla assorbe tutto ma non accetta nulla lo av­vita lo distrugge e non non dà segni di rinascita di catarsi è una disperazione senza più nemmeno essa è non avere più niente se non la paura soltanto la paura allora i pensieri non hanno più energia per controllare per razionalizzare queste emozioni questi stati d’animo e fuggono si trasformano non ti appartengono più ti conducono in altri mondi o forse nella profondità dell’unico mondo che ti appartiene ma che non riesci a capire che non cono­sci ed è un terrore sì solo il terrore ti rimane la disperazione il ter­rore non sai a cosa afferrarti non sai perché afferrarti non sai niente o forse non riesci a sapere niente ti inganni continui a dirti cose che ti rendano plausibile tutto quello che ti sta accadendo ma non ci riesci non è plausibile è reale Non sono io quello che im­pazzisce non e da me che nasce la mia follia non sono io che sono chiuso in questa stanza sono gli altri tutti quelli che non mi per­mettono di uscire tutti quelli che si trasformano nei miei fanta­smi che non mi danno nessuna nessuna arte nessuna… non ho parole non ci sono parole cosa c’è da dire cosa c’è da raccontare che cosa c’è da immaginare già immaginare se tutto questo fosse im­maginazione basterebbe, basterebbe per rendermi tranquillo baste­rebbe per rendere anche piacevole… ma non è immaginazione i miei fantasmi non sono immaginazione sono terrori coscienti, che sono tornati. non sopporto la sofferenza ma non la sofferenza non sopporto la sofferenza non sopporto padri che si affaticano non sopporto figli che si perdono non sopporto madri che non si ricordano non sopporto la solidarietà che non c’è più non sop­porto tutto l’amore che si è perso non sopporto più più non capi­sco non so ho solo i respiri mi posso concentrare solo sul mio re­spiro e poi conto ogni mio respiro un respiro due respiri tre re­spiri quattro respiri poi mi accorgo e ho paura ho paura per tutti gli altri che sentono per tutti quelli che non riescono a capire ciò che sentono e prigionieri sono fermi nel loro terrore nella loro angoscia senza nessuna possibilità senza nessuna giustificazione “per quel che mi accade per quel che accade loro, dimentico men­tre parlo anche di cosa sto parlando Non so non so se non ci fosse nessuna possibilità io cosa sono qui che cosa sto cercando di otte­nere perché continuo a muovermi perché sto fermo perché sto al buio perché accendo la luce dove voglio giungere a cosa voglio giungere che motivo c’è di agire io lo so che ora tutto quel che noi facciamo tutto quel che noi pensiamo io lo avevo detto sì lo avevo detto lo facciamo senza nessuna consapevolezza e tutto at­traverso una strana persuasione io lo so lo so me ne accorgo quando vedo la televisione quando accendo e con il terrore guardo quelle immagini che entrano nella mia stanza mi accorgo mi accorgo di come agiscono su di me di come stimolano certi miei pensieri che fuggono più di quelli dei miei fantasmi, dei pensieri che non sanno neanche immaginare nascono attraverso quelle immagini quelle immagini. persuadere dare dei desideri a chi non sa che cosa è il desiderio e pilotare le azioni di costui fino a quel desiderio che non si desidera ma che non si comprende se non fin quando se ne è prigionieri. continuo a camminare non ho altro da fare spengo la luce sono al buio ma cammino mi sembra di avere meno terrore mi sembra di provare meno angoscia mi sembra di allontanarmi di muovermi eppure tutto diventa affan­noso faticoso faticoso sentire il panico dentro di sé non riuscire a dormire svegliarsi sudati impauriti è faticoso io sono. Uno sbadi­glio che arriva all’improvviso e mi consola sì uno sbadiglio può essere una risorsa insperata la stanchezza può salvarti in alcuni momenti la stanchezza blocca quel flusso di energia che non riesci a controllare quell’agire quotidiano di cui tu non sai il perché la stanchezza ti ferma di obbliga quasi a riflettere si impossessa di te e in quel momento tu forse riesci a vedere qualcosa qualcosa che non che non che perderai appena acquisterai le forze e appena ti rigetterai in quel flusso di cui tu non  sei cosciente non sei pa­drone di cui tu non sai niente non sei niente per esso Succede a volte succede a volte succede che penso alle donne, succede che mi masturbo aspetto di godere ma poi trattengo lo schizzo non riesco più a realizzare. dove sono finiti quei momenti d’amore quei momenti di profonda sensibilità di unione con un’altra per­sona, non ci sono più non ci saranno più non è possibile che ci siano questa è una società che ci distrugge dentro che condiziona tutto il tuo agire che ti pone dei blocchi sociali culturali per poter realizzare l’illusione di una unione amorosa in realtà è solo la paura che ci unisce ad un altro essere e ci sono troppi limiti troppe cose che ti obbligano a fare soltanto per raggiungere questa illu­sione non c’è più un’unione e in quei momenti in cui sono riu­scito a costruirla quei momenti così lontani da questo umore da questo istante ora non so più ricordarli come erano? mi stanno sfuggendo non riesco più a fermarli a realizzarli eppure quei pro­fumi quegli aromi quei sapori quel gusto ogni tanto torna poi quando sono al culmine delle mie crisi no non sono crisi quando sono sono quando sono… scompare anche ogni dimensione della mia vita sessuale riesco a raggiungere dimensioni quasi mistiche in cui riesco ad avere il vero controllo dei miei istinti non so se è reale controllo o la mia esaltazione euforica una delle mie crisi di grande intensa depressione ma perché sto parlando qui in questa stanza dove nessuno può ascoltarmi a cosa può servire questo mio parlarmi a cosa può servirmi? ora in questo momento che sento che anche i fantasmi non ci sono, quindi non posso parlare con altri interlocutori in questo momento devo tacere poi torne­ranno e ascolterò di nuovo le loro voci quelle voci che io solo rie­sco a sentire quelle voci a cui io do risposta che mi ordinano a cui io ordino ma ora non ci sono ora forse sono lucido lucido che si­gnifica che significa mi sento un profugo un profugo dell’esi­stenza che ha perso i contatti con il resto dell’umanità che non sa più cosa sia ma ne sente tutta tutta la sofferenza è come vivere senza nessuna pelle e sentire tutte le sensazioni vive sulla carne non ce la fac… non ce la faccio più sempre più spesso ho un’idea che mi viene così improvvisa senza motivo un pensiero il pen­siero della morte non della morte del suicidio del mio suicidio non ce la faccio a capire tante cose non ce la faccio più a sentirmi la vita addosso non riesco più a difendermi dalla sua incertezza non riesco più a trovare un equilibrio un punto che mi permetta di sopravvivere a tutta la paura che questa incertezza genera den­tro me]

 

                                                                                                    


 

 

 

 

 

 

 

 

    Il Gesto dello scrivere

 


                                           Mezzo Plagio

 

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi -

questa morte che ci accompagna

dal mattino alla sera, insonne,

sorda, come un vecchio rimorso

o un vizio assurdo. I tuoi occhi

saranno una vana parola,

un grido taciuto, un silenzio.

Così li vedi ogni mattina

quando su te sola ti pieghi

nello specchio. O cara speranza,

quel giorno sapremo anche noi

che sei la vita e sei il nulla.

 

Per tutti la morte ha uno sguardo.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.

Sarà come smettere un vizio,

come vedere nello specchio

riemergere un viso morto,

come ascoltare un labbro chiuso.

Scenderemo nel gorgo muti.

 

Cesare Pavese - 22 marzo 1950

 

 

La morte negli occhi,

questo ci accompagna

dal mattino insonne,

sorda come un vecchio rimorso.

Così ogni mattina sola ti pieghi

nello specchio, cara speranza,

giorno supremo e sei il nulla.

 

La morte è lo sguardo

negli occhi di un vizio,

nello specchio di un viso morto.

Un labbro chiuso

muti.

 

 

                  “La fine del… Libro”

 

…Tu materia es el tiempo, el incesante

Tiempo. Eres cada solitario instante.

 

Borges, L’apice

 

 

I mortali sono coloro, che possono fare esperienza della morte come morte. L’animale non lo può. Ma l’animale non può nemmeno parlare. La relazione essenziale tra morte e linguaggio appare come in un lampo, ma è ancora impensata.  Essa può, tuttavia, darci un cenno quando al modo in cui l’essenza del linguaggio ci rivendica a sé e ci trattiene così presso sé, per il caso che la morte appartenga originariamente a ciò che ci rivendica

 

  (da “Il linguaggio e la morte” di Agamben.)  Heidegger

                                  

                             Be-Bop

  Io sono vivo, io sono il

sogno, io sono il suo

pensiero

                                                                                                       BIRD  LIVES! 

 

 

Ehi che va’ (puttana) non ti trovi è! lo so è come un rovello incandescente nel cervello (ciao bello vuoi venire con me) sembra che qualcuno ti tiri via per un braccio; che ti succhi il collo ti morda la carotide e te l’ha strappi via (quanta ne hai? È di prima scelta).

STOP

Che cerchi? Questa è al via della nostra protagonista, è quella lì accoccolata in terra è tanto che vive fuori di casa che le sua casa sono i vicoli: i nottambuli puttane spaccio ricco e non e via di questo genere

È sempre bella. Te lo chiedi. come Faccia a stare così, succulenta  come il miele sul capezzolo e sapessi quando è saporito senza miele il suo capezzolo

È la follia la follia di tutti STOP

E tu cialtrone di un lettore che vuoi da me, che cerchi. Vuoi emozionarti, va’ a cacare e leggiti il giornale Tu vuoi solo passare del tempo pensando di non far niente tenendo un libro in mano, be’ se fai questo non leggermi; o un dotto un trom trem un trim Sei stronzo.

E lui che trancio di vita vuole: mi chiedi di chi parlo ma di quell’altro stronzo dello scrittore. Cerco sempre sempre e ora mi sfugge, succede che alcune lettere del mondo le a le b le c si ribellino o perché ignoranti o capitate in un libro sbagliato, un sigillo clamoroso come il vento, un archetipo di quell’unione perfetta che anche loro hanno dime,nticato: si inalberano per questo con il rumore di chi non le sa capire, di chi ignaro non sa di aprire la mano verso il tempo che ha mancato, lo scherno verso un miagolio di un piccolo gatto.

Sono qui lettore vicino alla nostra protagonista, soltanto un fantasma per lei la osservo guardarmi attraverso e poter sentire il suo sguardo i suoi pensieri, l’osservo alzarsi e allontanarsi attraversando inconsapevolmente il mio corpo e fermarsi per un attimo stupita come per una sua strana sensazione, per poi proseguire facendo fintA di niente. e io sento le sue sensazioni; e così incomincio a parlarti di lei, di, questo mio fantasma, della tua apparizione. FLASH

Lento molto lento, am sono sempre io: lettera parola, fu, scrittorelettore dimentico enel ricordo di, tutto ciò ch’è vero in sempre scordato.

La nostra protagonista passeggia passa le giornate attraversando i viali, sentendosi diversa da altre cose: sentendosi una cosa e basta. Guardiamola lettore: di non l’ha desideri forse non l’hai sempre cercata: scrittore del nulla io l’ho trovata; e dentro qui c’è la storia. Il: mio nome non ha nome, come i tuoi occhi che non sono di nessuno lettore, per essere noi dobbiamo tutto a queste parole che non ci guardano, che dobbiamo afferrare immaginare.

Lettore vieni con me ti porto dall’altro protagonista/ Guardalo quello lì cinquant’anni, passa le giornate a digitare su dei tasti, le protesi della sua memoria che ancora deve avvenire. Chi è il nostro protagonista, inchiostro e carta; scrive sai scrive come me, attraversa i colori per sputarli sul foglio, per noi cercarci.

Guarda che mattina uggiosa lui corre con i pensieri mentre attraversa il parco, sente l’erba umida e respira l’odore degli alberi: viene qui nel mattino, passeggia tenendo il giornale in tasca e osserva uccelli che percorrono brevi tragitti veloci da un albero all’altro: guardalo fermarsi, respira con più partecipazione osserva vagoSTOP

Torniamo lei ha raggranellato da mangiare, qualcuno che nella prima mattina consegna paste nei bar gli ne ha data una; corre presto senza, come deve ritirare l’analisi saprà come, non cercherà di capire. Passeggia sul marciapiede prima deve trovare qualcosa d’altro: il perduto dialogo quella impolverata polvere che non l’immagina per nulla: si droga non sa cosa dire, scappa corre ma si ferma: “dammene una fai in fretta”

Passa i giorni così tra un ansia di pensiero e l’altra. È uscita a preso le analisi, “attr,versa le strade corre!

Lui vede giungere a i suoi piedi una palla — osserva i suoi colori si china a raccoglierla le sue mani ne assorbono la forma delicatamente, quando inizia a tirarsi su vede che c’è una bimba che lo guarda interdetta perché non sa se sorridergli — solleva la palla osserva la bimba e le sorride “tieni” prende la palla e torna a giocare. Va verso la panchina pensa io sono lo scrittore esisto mi auto genero con le parole. sta per sedersi…

Lei ha preso insieme un’altra e ora entrano nel bosco: che dicono” camminano  e si stanno avvicinando alla panchina dove è seduto uno, lui  “che importa saperlo.

               

                 “La fine del… Libro”

 

Ho dipinto un quadro ed era cieco

— sordo come queste parole.

Nessuno                                      

 

Silenzio. Cerco senza voce un perché, tra ciò che mi sembra ri­masto, tra quello che non si può più dimenticare. È già patetico questo inizio, ma non mi resta altro. Tutto si spegne in un ri­chiamo verso quel buio anonimo e incomprensibile. In quello che non ho più da dire, cercare, tutto è perso nel passato,  non date credito a chi ve lo rammenta. Le emozioni sono finite e con esse gli attimi della nostra vita. È una fatica avere ancora parole, pen­sieri con cui non trovo più un senso. Sono pieno nella mia de­pressione e ogni gesto non è paragonabile a nessun vero eroismo.

Spesso mi trovo a pensare desideri inesistenti, mi stupisco di questi sogni ad occhi aperti, mi chiedo da dove provengano. Pensieri che agiscono su di me senza che io ne sia consapevole e guardo muovermi da quel vuoto così profondo, così sconosciuto, il senso della vita. Mi capisco profondamente ignorante del mio motivo d’esistere e compatisco con me ogni essere umano. La volgarità ha preso tutto ormai, non ha lasciato che le briciole della consapevolezza e non vi è studio, ricerca che non ne sia uccisa. La volgarità è la menzogna, questo assurdo vortice di paura in cui si è immersi. È un discorso incompiuto fatto di mezze frasi comple­tate solo dal silenzio, un nero vortice di sgomento.

Guardo lontano attraverso gli occhi di un ricordo, in un caldo pomeriggio tra i binari di una lontana ferrovia. Tra bambini nella vita, che scoprono, cercano comprendono la follia dell’ignoranza di non avere più voglia di capire. Marta Sandro e Io. Siamo lì tra i binari ad osservare come il calore della terra trasformi in ombre di luce le cose. Godiamo dell’aria calda dell’estate e del silenzio della natura. Poi tutto accade, come seguito da uno strano motivo. Marta mette un piede in un posto che non c'è, che non c’è in ciò che immaginiamo. È ferma tra i binari, bloccata da uno strano gioco di curiosità, e sorride. Io la guardo non capire, Sandro sor­ride e gioca con gli occhi di Marta; poi avviene, avviene. Il treno corre, i nostri gridi, io sono fermo e guardo stupito la mia incon­sapevolezza. Marta piange e Sandro la guarda, il treno ormai non è più solo un suono.

Sandro si volta, come a non voler vedere ciò che sta per acca­dere, io non so più cosa vedo. Sandro mi guarda, (il treno non ha più tempo per frenare) si volta vede il treno — guardo i tendini delle sue gambe esprimere: la voglia il desiderio di volare, saltare verso Marta. Il treno non c'è più io non ci sono più, solo lo sguar­do  tra di loro, tra Marta e Sandro così lontani da ciò che sta succe­dendo. Sandro spinge le sue mani su quel petto — sarà già donna — fino a trovarne il cuore e spingerla via dai binari. Poi le sue ali scompaiono, precipita sulla ferrovia; il treno lo maciulla, lo spap­pola lo frantuma, senza senso come una cosa.

Chissà ora dove sarà Sandro? Questo eroe compiuto in quell’at­timo, dove ha trovato la verità, la scelta etica  assoluta, libera e la misticità  di un santo. Ha vissuto l’eternità, l’amore nella purezza troppo grande per una vita fatta di giorni. In un attimo tutte le il­lusioni sono scomparse, ma solo in quell’attimo. Poi la paura torna a svilire l’esistenza a riempirla di tempo e tutto torna irrag­giungibile.

Ho attraversato i percorsi dell’arte, l’inesprimibile di ogni sua forma, ma ora ho dimenticato i suoni i colori, le forme, l’odore. Mi rimane solo la parola, questo limite supremo di ogni pensiero e il bisogno di riscrivere ogni parola, di scoprirla nuda, senza sicu­rezze. Errata o giusta, utile o inutile, ma soprattutto mancante si­lenziosa, persa. Sono in cammino per raggiungere Sandro e ho soltanto i mezzi di una vita. Una vita soltanto per guarire di un’umanità che nasce malata. Ho ancora l’arte da dimenticare, l’ultimo viaggio forse.

Mi ricordo giovane e angustiato dall’ignoranza  di chi non ha più niente di un mondo sociale. Di un paese fatto di arroganza. Quanto rumore, rumore. Quel vocio assordante e inutile, ‘incon­sapevolezza.’ Le sirene dei sistemi di sicurezza che assordano con la loro volgarità. Sistemi di sicurezza che non funzionano, guasti, Che non placano l’ansia la paura di morire. Allarmi, allarmi per chi vive nel terrore e nell'ignoranza di capire, di conoscere. La paura, la paura.

Siamo poi in grado di conoscere, sono in grado io di capire.

Perché quell’uomo ha aspettato trent’anni per morire. Perché ha negato a se stesso ciò che lui aveva sempre saputo e perché ha scelto di non morire.

«Salire queste scale è così diverso questa volta. Dentro di me un misto di angoscia, rabbia, di non volere o forse di un confuso vo­lere. Ancora pochi gradini, la porta si apre e dal buio delle scale en­tro nella luce del giorno, di un sole qualsiasi. La terrazza è si­len­ziosa e circondata dal vuoto, il mio prossimo vuoto. Mi avvi­cino alla ringhiera e mi getto via.»

Vedo quel corpo non poter volare, ma resistere per poco a ciò che ha già deciso. Attraversa l’aria, gli ultimi respiri poi la terra. Tutto si riempie di ansia di convulsa gente, tutto continua,  è mancato solo un protagonista. Una goccia di sangue esce dalla sua bocca e accarezza la terra.

Ora

Sono qui attraversato da me stesso da ciò che penso. In questo “profumo” che mi sveglia nel presente, che toglie da me la mia impossibilità — la mia paura terrore di scrivere. Di affrontare la parola nei suoi segni per sentirla inadeguata, sola insufficiente per la vita —  scoprirmi anch’io l’altro che sono: l’uomo. Scoprirmi reale, la fine di ogni respiro, l’inizio di tutti i pensieri la-mia-morte. Sembra esagerato ma è così. Quando scrivo mi sento vi­cino al mio limite, sento la paura di morire e mi sembra vana qualsiasi forma, qualsiasi tipo di scrittura. E più la forma è con­clamata, accettata riconosciuta, considerata acquisita come sicu­rezza… Quest’esperanto, illusione non esiste, questa parola non esiste. Non vi è più una forma acquisita — Verso il vuoto o verso tutto ci si muove alla scoperta di nuove sequenze e ogni parola è un grido lancinante di ciò che non posso pensare. Lì c'è tutto il mio terrore e non ho più la forza il coraggio di esserci, a stento riesco a tenerle nella testa — “le parole”.

(Per quanto io cerco

di sfuggire alla morte

la vita

non sfugge da me.)

Scrivevo libri, leggevo libri e nel farlo e rifarlo, nel cambiarmi dentro mi sono accorto che tante parole scomparivano. Leggevo una parola e questa rendeva un fantasma la parola successiva. Iniziai a cancellare dai libri le parole che non esistevano, erano tante molte, mai troppe. Quello che rimaneva era il suono la mu­sica, la vita. Tutte le parole rimaste avevano un unico equilibrio  esistevano, senza più né punti né virgole. La mia anima, la poesia mi chiedevo…

Un giorno. Un giorno pioveva e le gocce — limpide, chiare, diafane cadevano su un mare calmo quasi fermo, come un foglio di una pagina e come punti invisibili scomparivano nell’acqua.

La realtà è in ogni parola seguita da un punto un punto invisi­bile  Nessuna parola segue le altre Ho iniziato a scrivere libri di una sola parola, basta prenderne una per capire tutte le parole di un libro Ho scritto un libro di parole “sole”, ogni parola è sola come ogni uomo

Poi sono scomparse le parole e immensi fogli bianchi che si ri­petevano — sono la mia paura Non riesco più a finire il mio li­bro, sono fermo terrorizzato Tutto si è cercato ritrovato perso e sono così vicino a tutto quel che è il senso della mia vita, l’incapa­cità di esserlo

C’era un libro che diceva — Ho tutta la saggezza, ma per vedere tutta la saggezza devi attraversare la follia —

Non ho avuto il coraggio di leggere questa vita, ma ora sono qui a pensare a queste cose, sono qui a sperare di essere tutt’uno con la mia paura Di scoprire le ultime parole solitarie, l’ultima parola sola del mio libro

IERI

Io, era seduto sulla panchina, distratto per il tempo che passava. Pensava: «Oggi ho forse cinquant’anni, se avessi un luogo diverso una storia della vita fatta di altre immagini, forse festeggerei que­sto mio compleanno.»

Io era seduto su una panchina, situata ai bordi di una strada ghiaiosa. Osservava con occhio distratto gli esseri che vi passa­vano, con irregolarità improvvisa. Un uomo anziano che cam­minava al centro della strada e con la punta del suo bastone sco­stava le pietre un po’ più grandi. Gridi, nomi urlati; un gruppo di ragazzi che correvano con  le biciclette. Leggere nuvole di polvere si sollevavano dalle loro scie. Passarono davanti a Io e Io sorrise incrociando i loro visi sorridenti, si alzarono sui pedali aumen­tando la corsa, raggiunsero l’uomo, già  una ventina di metri oltre la panchina dove era seduto Io e passarono vicino, tanto vicino all’uomo anziano, sfiorandone il corpo, giunti oltre si voltarono gridandogli: «Nonno le pietre sono tutte uguali.» L’anziano sol­levò il bastone verso di loro, ormai già lontani, imprecando, chissà perché, contro il suo passato. Poi riprendendo la sua occu­pazione, cercando quelle pietre un po’ più grandi, disse, come ri­volto a qualcuno che lo ascoltasse: «Tutte uguali, tutte uguali, vede se avessero capito, immaginato ora non direbbero che le pie­tre…» Non finì la frase.

Io era seduto su una panchina verde, ai bordi di una strada fatta di ghiaia, che attraversava un bosco, un bosco di alberi secolari. Era assorto nei suoi pensieri e ascoltava quell’immenso suono, delle foglie agitate dal vento che insieme al canto degli uccelli erano la voce di quel bosco. Chiuse gli occhi per “sentire” meglio, restò così per qualche istante.

«Allora come sono andate?»

Nell’udire questa voce Io aprì gli occhi e vide due donne di non più di vent’anni, erano agitate nei movimenti e nel loro passo. stavano attraversando lo spazio dinanzi  la panchina dove era se­duto, una di fianco all’altra. Quella che Io poteva vedere meglio si voltò e lo guardò per un attimo. Io osservò attentamente la sua fi­gura. Aveva i capelli neri, lisci tirati indietro, lunghi appena sopra le spalle e il suo viso aveva un ovale quasi perfetto… ma questa piccola imperfezione lo rendeva più interessante: labbra regolari e morbide, il naso che ti faceva venir voglia di accarezzarne il pro­filo con un dito, due occhi immensamente scuri profondi, l’in­carnato bianco e delicato, come porcellana. Le spalle i seni i fian­chi, tutto perfettamente proporzionato. L’altra ragazza disse all’a­mica: «Vieni sediamoci e raccontami.»

 Si sedettero a due panchine di distanza da quella di Io. La donna dagli occhi neri chinò lo sguardo sulle sue ginocchia, disse qualcosa all’amica, ma Io non riuscì a capire tutta la frase,  captò solo l’ultima sillaba dell’ultima parola: “…va.”

«Sei sicura! sai almeno come è successo.» Questa frase fu detta per impotenza e sia Io, la donna dagli occhi neri e la sua amica che l’aveva pronunciata, ne percepirono il vuoto.

«Non c’è nulla che importi sapere: Sono sieropositi-va!» Questa volta Io udì perfettamente. «Ho bisogno di farmi, io vado; ci sentiamo.» La donna dagli occhi neri si alzò e percorse al con­trario la strada da dove era venuta. Passò nuovamente davanti a Io. L’altra la guardò allontanarsi, poi andò via dall’altra parte. Questa volta non si voltò, neanche per un attimo. Io la osservò al­lontanarsi, si alzò e la seguì.

La donna camminava decisa, sembrava certa di quel che vo­leva, aveva una sicurezza che nella vita le era sconosciuta. A Io sembrava quasi che avesse della fierezza. Accelerò il passo, cam­minava sui marciapiedi affollati e qualche volta urtava qualcuno, ma né lei né l’altra persona sembravano più farvi caso. La gente tutta si urtava, toccava, ma nulla ormai sembrava più scuoterli dall’indifferenza, quasi passiva rassegnazione. Non era magnifica tolleranza, come ad un occhio disattento” poteva sembrare. Attraversò d’improvviso la strada ed Io stava quasi per perderla. Poi la vide dall’altra parte mentre svoltava verso una via laterale e abbandonava i flussi della folla. Io le corse dietro attraversò la strada, sentì lo stridio delle gomme di un’auto che si fermava a pochi centimetri da lui, non vi badò, balzò sul marciapiede, si fece largo tra la folla, raggiunse la via dove aveva visto la donna girare e… Fece appena in tempo a fermarsi, lei era ad una decina di metri e stava parlando con una persona. Fortuna per lui nessuno dei due si era accorto con quale impeto era giunto in quella strada. Io, proseguì camminando con passo tranquillo, passò loro vicino su­perandoli e riuscì a sentire un frammento della loro discussione.

«…Soldi, bella!»

«Non li ho, ma…»

«Vattene!»

Io continuò a camminare, era ormai a una decina di metri da loro. La donna lasciò l’uomo, andò nella stessa direzione di Io. Io continuò a camminare cercando di sembrare tranquillo, sentiva la sua presenza dietro di sé, era sicuro di non perderla, non c’erano vie laterali poteva solo tornare indietro, solo in quel caso correva qualche rischio di lasciarsela scappare. C’era un’edicola poco avanti, Io la raggiunse, si fermò a comprare un giornale e osser­vandola con la coda dell’occhio “vide lei” che superava l’edicola. Aspettò qualche istante e tornò a seguirla. Dopo poco lei si fermò, si mise sul bordo della strada e con la mano iniziò a fare cenno alle ‘macchine’ di fermarsi. Io capì che non aveva molto tempo per riflettere sul quello che doveva fare e… «Mi scusi non sono di questa città e ho l’impressione di essermi perso, mi sa dire dove posso trovare un taxi?» «È qui vicino, basta che prosegue per la via, alla prima a sinistra gira e… lì riesce a vederli.» «Perché non mi accompagna? alloggio all’Etimo, così posso offrirle qualcosa… da bere.» (visi che si guardano) “Faccio solo bocchini, voglio cen­tomila e ho fretta.” “Andiamo.” Io aprì la porta del suo alloggio, entrarono dentro. Io accese la luce, lei osservò rapidamente il po­sto, disse che era bello (aggiunse) — È un’appartamento, quanto tempo è che sei qui?  — “Ci rimarrò ancora per poco.” Lei si avvi­cinò a Io, si inginocchiò e prese a scioglergli i pantaloni: «Calma.» «Dai che ho fretta.» Mentre lei gli apriva la cerniera, Io estrasse il portafogli e le offrì le centomila. L’allontanò con garbo: «Non oc­corre, prendi i soldi di cui hai bisogno e torna.» Lei lo guardò era sul punto di gridargli in faccia tutta la rabbia che aveva accumu­lato durante il giorno. Io capì di avere suscitato il disprezzo, verso se stessa, ma non aveva altro modo. Lei aprì la porta e uscì.

 

…Guarda?

— Dove!

— Là… (dove non esiste, pensò)

— Ma non c’è niente.

 

Passi solitari nei cammini di un ritorno. Era stanca già prima di avvicinarsi a quel posto; nei suoi passi il rumore della ghiaia del viale, brevi sassolini che si toccavano sotto il peso di una scono­sciuta. L’immagine di un suono nello sguardo di qualcuno che si volta ad ascoltare chi è il motivo di quel rumore.

Lei aveva percorso quel viale non pensando alla sua paura, al silenzio che l’opprimeva da giorni, non ricordava quanto tempo era passato dall’ultima volta che vi era stata. Era prossima all’in­gresso, stava salendo i gradini che lo precedevano; gradini di un marmo stanco dal tempo, levigato dal percorso di sconosciuti tutti uguali. Le fu aperta la porta, con ossequio e reverenza e con un garbo dal gesto antico. Entrò accompagnata da alcuni suoi passi, poi si fermò e si stupì, mentre l’aria lievemente spostata dalla porta che veniva chiusa alle sue spalle l’accarezzava.

Il suono correva si spostava senza provenienza nello spazio che in lei assumeva una sensazione d’immensità in quel luogo. Immense colonne che si perdevano in un soffitto altissimo, sem­bravano modellate dalla carezza d’infinite lacrime, lì a sorreggere il tempo ossequioso di ogni incontro, di ogni possibile capire. I co­lori erano trovati dalla vita e immessi sui muri, nei dipinti e nei colori altrove, non lasciavano adito d’esistere a nessuna imma­gine non creata. Lei fu còlta da vertigini, dal disagio d’emozioni così penetranti che quel luogo aveva; si avvicinò prima di cadere ad una sedia e trovò in essa sollievo, chiuse gli occhi e ascoltò il suono, era musica, era la “Lulu di Alban Berg” si sorprese nello scoprire che non l’aveva riconosciuta, si sentì triste.

La sedia su cui si era seduta era di legno e nel guardare la sua mano poggiata sul bracciolo, si accorse che su di esso vi era inciso qualcosa, scostò la mano per vedere meglio e lesse che il legno di quella sedia apparteneva ad un albero di mille anni, che quell’al­bero era stato tagliato e conservato e… Lei si accorse che calcolando il tempo che l’albero aveva vissuto, il tempo che era stato conser­vato, poi trasformato in sedia, fino al momento in cui lei vi era seduta erano trascorsi duemila anni. Guardò il pavimento e pensò che chi lo aveva fatto, lo aveva semplicemente scoperto nell’immaginazione, trovato nelle combinazioni dei suoi pen­sieri. Si sentì meglio, più vicina a quel luogo, si alzò dalla sedia at­traversò lo spazio che la divideva dal portiere e lo raggiunse. L’uomo la guardò e le chiese senza bisogno di pronunciare parola cosa desiderasse. Lei rispose se per favore poteva chiamare il n… per sentire se c’era… Il portiere lasciò che lei non finisse la frase, alzò il ricevitore e compose il numero, attese qualche istante e sentì la voce di risposta. Lei ascoltava il portiere dire, che c’era una donna che voleva… guardò lei con aria interrogativa, che capì e disse che voleva andare da lui. Il portiere tornò a parlare al tele­fono e lei lo ascoltò dire che una donna lo voleva vedere. Presa dall’ansia che lui non la volesse più, con la voce alterata dall’in­certezza, precipitò la frase al portiere mentre stava abbassando il ricevitore.

— “Ha detto che voleva rivedermi, di tornare?!”

Il portiere la guardò e le chiese: “Lui vuole sapere come si chiama?” L’espressione del suo viso, l’atteggiamento del suo corpo, per un attimo mostrarono un’impercettibile sorpresa in lei. Il portiere assorbì quel lieve mutamento nella sua indifferenza e attese in quel tempo che giungesse risposta alla domanda, per po­tere svolgere il ruolo di neutro mediatore a cui gli eventi lo ave­vano portato. Lei disse: “Marta”

Il portiere prese una penna da sopra il lungo banco, (in legno) che lo divideva da lei e da chiunque altro lo raggiungeva lì. Le sue mani scomparvero dietro il banco alla vista di lei, che pensò che stesse scrivendo qualcosa; ricomparvero tenendo in mano una busta bianca. Il portiere portò la busta alla bocca e con la lingua inumidì la parte gommata, la chiuse, l’appoggiò sopra il banco e con le dita la fece scivolare verso lei: “Tenga!” poi prese il ricevi­tore, lei capì che non aveva riattaccato, lo aveva semplicemente appoggiato, lo porto verso il viso e come ebbe raggiunto la giusta posizione disse: “Marta” e subito riattacco; poi guardando Marta: “Lo raggiunga!”

Marta si allontanò dal portiere e si avviò verso la scala. Il por­tiere le rivolse un ultimo sguardo e guardò la sua figura di spalle che si allontanava con nella mano la busta che le aveva dato. Marta raggiunse la scala e iniziò a salire, nel suo procedere ascol­tava la musica allontanarsi, attenuarsi, divenire sempre più te­nue, fino all’inudibilità. Ora saliva quelle scale in silenzio, gra­dino dopo gradino, il tempo che sospinge, sospinge tutto, pen­sava. Era davanti alla porta, chiuse la mano a pugno, alzò il brac­cio, mentre stava per bussare il suo braccio si fermò rimase così, sospeso in aria per un attimo, lei voleva fuggire, tornare indietro, ma poi con rabbia picchiò il pugno contro la porta. La porta si aprì mentre bussava e il suo pugno s’infranse contro l’aria. Lui la colse con l’espressione sorpresa, che rapidamente si trasformò in irrita­zione; lei entrò, lui chiuse la porta.

— “Siediti.” Lui la invitò a sedersi.

— “Perché?! ho voglia di stare in piedi. Sono tornata, ma mi fai schifo, sì sono tornata per dirti questo. Tu sei un porco, mi hai fatto la carità solo per sentirti migliore, per dimostrare che c’è qualcuno peggio di te, be’ la prossima volta spero che ti capiti qualcuno che ti rompo il culo…”

— “Cosa ne sai se ci sarà una prossima volta.”

— “Certo che ci sarà, quelli come te hanno bisogno di conside­rarsi e si ritrovano dietro l’ipocrisia di sentirsi filantropi. Cercano nel laidume i loro soggetti, questo li fa sentire… diversi, originali; si erigono su un piedistallo come i soli che riescono a capire ciò che gli altri sentono; vogliono sembrare democratici quando sono in mezzo alla feccia, dimostrandosi tolleranti. Porco… schifoso.”

— “Puttana, sei soltanto una troietta che non ha il coraggio di dirselo, ti nascondi dietro i tuoi problemi esistenziali pensando di essere il centro del mondo. Io forse avrò bisogno di considerarmi, ma allora tu! tu che credi di dover essere capita a tutti i costi, e giustificata. Tu che hai bisogno di soldi per paura di dirti quello che sei; sei una puttana, (la prese la portò davanti ad uno spec­chio) guardati dillo, sono una puttana! (Marta cercava di fuggire, ma lui con le mani la teneva ferma per le spalle e la costringeva a guardarsi nello specchio).”

— “Ti prego… lasciami.”

Lui guardò il viso di Marta nello specchio che la ritraeva e vide la certezza, che Marta aveva di essere disperata. Gli occhi di Marta si riempirono di lacrime, lacrime che sembravano prigioniere, poi abbassò le palpebre e quelle lacrime scivolarono via sulle gote. Lui voleva trasformare la stretta delle sue mani in abbraccio, baciarle le guance per sentire il sapore delle sue lacrime, ma capì che que­sto suo desiderio era solo voluto dalla debolezza del momento, dalla situazione di confusa emozionalità che c’era. Strinse le sue mani sulle spalle di Marta e la spinse allontanandola. Marta lo vide nello specchio mentre si voltava, guardò le sue spalle e sentì la tristezza che li avvolgeva. Si sentiva stanca senza più tensione, e non sapeva se quel silenzio in cui ora si sentivano, l’aiutasse.

— “Il portiere mi ha dato una busta, penso che sia per te.”

— “No! la devi tenere tu, l’aprirai quando non ci incontreremo più.”

(… di nuovo un’incontro.)        

— “… Chi sei? perché io sono qui a parlare con te? perché vuoi che venga se non vuoi quello che io posso darti… (sottovoce) qualcosa simile al sesso.”

— “Chi sono, già che sono? In vita mia non ho mai saputo ri­spondere a questa domanda; le risposte che ho dato di volta in volta, sono stato costretto a darle nella necessità del momento, ma sempre dopo essermi dichiarato, trovavo la mia risposta: incom­pleta, non sufficiente a spiegare quello che io sentivo. Vedi ora in questo momento mentre sono qui e parlo con te, dentro di me vive un’ansia che a stento riesco a non lasciarla trasformare in panico. E questa paura che mi pensa dentro, non è legata alla crisi d’identità di un uomo, io potrei essere nient’altro di quello che sono tutti gli altri. La mia paura genera dalla consapevolezza di ciò che sono e questa mia consapevolezza mi toglie la possibilità, di eludermi con un simbolo, ragione, professione che mi allon­tani dal confine in cui sono, non ho più la possibilità di tornare indietro, di fare finta. Forse una volta avrei potuto dire di essere un’essere umano, e in quando tale potere esprimere la mia uma­nità nella sua molteplicità. Ora credo che neanche questo potrei affermare. Sono fermo imprigionato dall’unico motivo della mia vita: la parola, sono giunto in lei a sentire il limite delle sue e mie possibilità. Nella fine di ogni pensiero, linguaggio; dinanzi alla morte, che non riesco a sentire, saperla così esistente, ma non riu­scirla a capire. Questo è tutto il terrore che ho dentro, il terrore che mi rimane, non poter capire, ciò in cui tutto il nostro essere è, non ti lascia null’altro che il timore l’avere paura. Ora che sono qui, non posso più tornare indietro, non vi è più movimento e ogni volta che mi accingo a scrivere pensare, sento tutta l’insuffi­cienza, l’impossibilità di rendere completa la mia vita, immagi­nare la morte, con l’unico mezzo che ho: scrivere, ma poi finire in inutili punti di fuga: la storia. Questo vortice questo gesto com­pulsivo, avvenimento senza esso; la storia che si nega di se stessa, del suo senso. Movimento centripeto, fermo in quella stasi asso­luta che è la fine del pensiero la fine della parola, l’attimo prima della comprensione della morte. Paura ho tanta paura di questa mia consapevolezza, di avere ricordato quello che non si può più dimenticare. In certi momenti, quando il terrore dentro di me mi sembra insopportabile e mi sento muovere in nessuna direzione, senza nessuno appiglio; in quei momenti i fogli diventano bian­chi, l’ultimo mio afferrarmi scompare e nella disperazione in cui la mia dialettica mi ha scaraventato, quando il mio pensiero si comprime, vicino all’implosione: mi illudo e afferro la morte, l’accuso di non esistere di essere ‘fittizio’, solo un’inganno. La ri­fiuto, la rifiuto e vorrei uccidermi, dimostrare che io posso ne­garla, esistere al disopra di essa. La morte che vince che palesa se stessa attraverso la mia negazione; il suo affermarsi sopra me, il suo esistermi. Mi riprendo stordito, rotto dentro ogni mia emoti­vità, aspetto chiuso in me, nella reminiscenza di una condizione fetale, il ritorno, la consolazione delle parole. Sono morto nella storia, rinascerò alla sua fine, rinascerò nel sentire forse?

— “Sono tornata senza sapere, sentendo soltanto. Ora ascolto le tue parole e mi accorgo del silenzio che creano intorno, se chiudo gli occhi sento il suono del silenzio, in questa stanza; poi le tue parole sono un silenzio ancora più forte, tanto d’annullarlo.”

— “Perché?”

— “Penso spesso alle frasi che c’erano, prima d’ora nella vita.

Buongiorno mamma!

Buongiorno Marta.

Buongiorno papà!

Buongiorno bambina.

L’inizio di quel giorno fu l’ultimo. Tutto prima d’allora mi ap­pariva sereno: i dialoghi con mia madre, i giochi insieme a mio padre. Le mie compagne di scuola. La regolarità di una vita ripe­tuta in eterno. Il mio tranquillo crescere.

Un giorno tornando (…) con mia madre e mio padre, ero così piccola, ho chiesto: Chi è Dio?

Non ricordo la risposta dei miei genitori, neanche il perché della mia domanda. Chissà perché ciò che in me non aveva biso­gno di consapevolezza smise di essere chiaro.

L’inizio. quel giorno la scuola non ci fu, forse per uno sciopero, non lo ricordo, quei giorni sono così tragicamente vicini. Tornai a casa, suonai ma nessuno rispose, i miei genitori non c’erano, en­trai in casa con le mie chiavi, posai i libri in camera mia, poi andai in cucina per bere un bicchiere d’acqua, mentre bevevo mi ‘accorgo’ che sul tavolo c’è una busta, mi avvicino al tavolo, prendo la busta, sopra c’è scritto il nome di mia madre, riconosco la calligrafia di mio padre, mi sento incerta, forse… Apro la busta spiego il foglio

— Cara Luisa spero che tu capisca questo mio saluto. Ieri sera forse… ma non sapevo più come fare, come potervelo dire. Luisa sai che sin dall’inizio io sono stato sempre così, il nostro matri­monio la nascita di Marta, sono lo sviluppo della mia incapacità di accettarmi. So anche, che ora che ho preso questa decisione, non sono consapevole. Inconsapevole come il giorno che ci unimmo per placare la voce della gente. Per quello che sono  vi ho amato. spiega tu a Marta e fa in modo che non mi odii Non so più bene cosa sono, ma devo capire la mia omosessualità. 

Mi sento come un essere senza più ossa lasciai cadere la lettera, uscii di casa, avevo trovato la risposta alla mia domanda; ‘ihvh’ spazzò via i miei dei nell’implacabile realtà.

La casa trascorreva, perdeva i nostri sensi, quel nostro mondo non trovava più, fermo nell’angoscia, ci rifugiavamo dentro noi: io, figlia e mia madre. Brevi saluti accompagnavano i nostri in­contri dentro la casa: colazioni, pranzi, cene, nel silenzio, poi un’urlo scosse tutto…

Era caldo, i vetri delle finestre appannati e brevi gocce che scor­revano rigavano quel colore uniforme sul vetro, mi avvicinai a quella finestra, vi poggiai la guancia, le mani, il seno, assaporai con la lingua il gusto di quella umidità. Udii mia madre che mi chiamava: era distesa sul letto, nuda.

— “Marta vieni qui. sdraiati vicino a me.”

Ero appoggiata sulla mia spalla, incorniciata dall’infisso della porta, la guardai un attimo, poi i miei piedi sentirono il fresco del pavimento… Mi distesi vicina a lei. Mi accarezzò, baciò la fronte e disse: “Come sei? io non so nulla, nulla! Dimmi tu la mia storia, sei mia figlia, sono tua madre; perché non comprendo, non ri­trovo più un motivo; sei stata mai amata?”

— “No.”

— “Perché?”

Mi guardò negli occhi… le sue labbra si posarono sulle mie, sen­tii il calore della sua lingua, sfiorò la mia spalla con la sua mano, scivolò lungo il braccio e prese la mia mano; lentamente, molto lentamente l’avvicinò a sé, sentii la sua fica bagnata e con la sua mano sopra la mia m’indico come dovevo fare. Sentivo i suoi baci sempre di più… sussultò gemette e mi abbraccio forte, mentre con la voce spezzata mi chiedeva di fermarmi.

Continuò, baciò il mio collo, mi baciò tra i seni che strinse tra le sue mani e poi tra le cosce. sentivo sempre più forte la carezza della sua lingua e il mio corpo che non conoscevo, poi sentii un suono acuto forte allo stomaco e… spinsi via la testa di mia madre dalla mia fica. Ero serena, tranquilla, mi strinsi al suo corpo e mi addormentai, la paura era svanita.

I giorni successivi trascorsero in sorrisi silenziosi, tra il deside­rio e un leggerissimo imbarazzo. Poi un giorno mi avvicinai a mia madre e le dissi semplicemente: “Ho voglia.”

 Mia madre morì: dissero per problemi polmonari. Di mio pa­dre non seppi più nulla. Ed io per caso scoprii di essere sieroposi­tiva.

Quello che accadde dopo, è la storia di tutte quelle come me!

— “La tua storia cosa mi racconta di nuovo, se non quell’eterna impossibilità di capire. In un bisogno di cui non conosco la do­manda. È possibile fuggire da questo nichilismo, trovare un mo­mento di quiete, di obiettività. Mi sento disperato, pieno d’ango­scia, senza! Come è possibile essere, sentire l’obiettività, di cui la parola mi si mostra vuota. Dove mi approprio di un’etica? Mi ag­grappo a essa alla mia parola.”

— “Se questa stanza fosse solo un cervello e noi i suoi pen­sieri… la nostra voce il suo linguaggio… (pensando tra sé) Dio se fossimo il suo pensiero, il suo limite…”

— “Quando scrivo la mia voce scompare, il suono diventa “silenzioso” non esistente; la mia voce sul foglio che era bianco. Ma il linguaggio si ribella, a se stesso a me, che non ho capito il coraggio di affrontare la paura dell’obiettività il mio limite, la mia parola e poter sentire tutto, forse capire la morte e tornare a scri­vere ciò che è vero. Non so.”

La stanza torna nel silenzio, gli interpreti ora tacciono. Non si guardano è tra il silenzio che sentono dentro, il loro sguardo si perde in direzioni diverse nella stanza. Il loro respiro è l’unico la­bile suono percepibile. Il respiro che non ha possibilità di asin­crono, tutto della stessa aria della vita. Lentamente come il mo­vimento di un immagine rallentata, la testa di lui si volge verso Marta, i suoi occhi ora la vedono, vedono il suo profilo e senza pensare a nulla dice a Marta:

— …Guarda?

— Dove?

— La’… (dove non esiste pensò)

— Ma non c’è niente.

Marta lo guardò e uscì.

Uscì da quel posto, fu avvolta da un vento forte e caldo. Si ri­cordò della busta, che aveva ancora; Alzò il braccio tenendo stretta tra le dita la busta, la guardò in alto nella sua mano, che si aprì. La busta venne accarezzata dal vento e sospinta in alto volò via con esso.

Marta se ne andò e sentì le pietre sotto i piedi che si stringe-vano.  

 Tornò da Io altre volte. S’incontrarono nei loro racconti e forse odiarono dei propri fantasmi. Ma ciò che accadde non è dato a noi conoscere. Solo l’ultimo incontro è ricordato.

Lei uscì dalla doccia ed andò nella camera da letto. La stanza era nella penombra… solo la luce delle strade illuminate nella notte, vi penetrava, attraverso le finestre. Io disteso sul letto,  vestito, guardava il soffitto, ascoltava la radio e nella stanza c’era la Suite su rime di Michelangelo Buonarroti, op. 145a di Shostakovich. La vide, nuda in piedi in fondo al letto… la pelle chiara che con quella luce assumeva una perfezione sconosciuta, i capelli umidi i seni duri come i suoi occhi, la rotondità delle sue forme così armoni­che, il suo pelo, così come era sempre stato… Lei andò verso la fi­nestra, vi si fermò davanti, alzò la mano destra e la posò sul ve­tro, ebbe un leggero brivido quando il palmo della sua mano ne percepì il freddo e l’umidità… Io le chiese se stava bene… Lei si voltò, lo raggiunse sul letto… iniziò a baciarlo con ansia, con ansia e passione, forse… lo spogliò, baciò il suo torace il suo ventre… poi prese il suo pene tra le labbra… finché lo senti sussultare, riem­pirsi la bocca di sperma… continuò, ma lui la fermò… Lei con an­sia, fretta, deside­rio ne cercò la bocca… lo baciò con in bocca quel che le era rimasto, di ciò che lui le aveva dato.

Lei si sdraiò supina al suo fianco, distese il suo braccio con il palmo della mano in su e disse: «Fallo!» Io Si alzò dal letto, andò all’armadio, prese tutto il necessario e tornò da lei… Con calma sciolse la droga, preparò la siringa… Trovò la vena nel braccio di lei, la guardò, lei sorrise e disse nuovamente: «Fallo!» Bucò la pelle entrò nella vena, spinse lo stantuffo della siringa… sfilò l’ago dal braccio, aspettò un’istante di niente… Il sangue leggero uscì da quel piccolo foro… Io posò le labbra su quel braccio e succhiò, suc­chiò il sangue, già malato… Lei lo accarezzò sulla nuca, delica­ta­mente, fece un respiro profondo e disse: «Non è nulla… è solo un ricordo.» Io lentamente si staccò dal braccio di lei, lo leccò un’ul­tima volta. Poi la baciò, serenamente. Baciò il suo collo i suoi seni, sentì con le labbra la forma del suo ombelico… Dopo aver leccato la linea delle sue labbra, con la punta della lingua ini­ziò a massag­giarle il clitoride

OGGI

Di scoprire le ultime parole solitarie, l’ultima parola sola del mio libro Sono qui nell’odore intimo di questa donna e tutto è cambiato rispetto ad un attimo fa Sento i suoi suoni, il desiderio di godere Il suo clitoride eccitato sulla punta della mia lingua, le sue cosce nel gesto più ampio, come per aprire se stessa all’esi­stenza di tutto il vivere di cui è capace… Mi accorgo che in me è cambiato qualcosa, non ho più nessun motivo, interesse, di essere qui con lei, nel fare quello che sto facendo; più nessuna utilità, perché quel che volevo l’ho oramai ottenuto Mi accorgo che se sono qui e che se sento tutto il suo piacere è perché l’amo, ma pre­sto il dolore…

DOMANI

Lei si sveglierà. Il suo corpo disteso sul letto, volgerà lo sguardo verso lui, ma non lo vedrà. Non ne sarà sorpresa. Scoprirà una busta, l’aprirà e leggerà la lettera che contiene.

— Poche parole, giacché tutte le parole non bastano. Io ora sento di genuflettermi alla vita, chino il capo all’esistenza; anche se sento ancora l’ansia di ciò che non comprendo. Potrò dunque tornare a scrivere, finire il mio libro; ora che ho reso un po’ più certa la mia morte. Non più l’obbligo di vivere — poter scrivere. Domani sarai libera, non ti lascerò il mio amore, per questo me ne vado.

Eppure quanto tutto sarà quieto, mi sederò tranquillo e non aspetterò nulla — non scrivo, non penso, finalmente non serve più. Ho tutta la disperazione dell’esistenza — la grandezza di un uomo perduto e parola dopo parola il ”silenzio” di tutta una vita.  Non aggiungo  altro, oltre questa parola, ora che sono Nessuno, ”non necessario alla fine: l’inizio.” Silenzio.  

 

 

P. Scriptum.          

 

Passò un uccello,

guardò in alto

e sentì qualcosa di caldo

sulla fronte.

 

C’era una volta un tempo in cui le storie sembravano vere, in cui i silenzi toccavano i pensieri e i luoghi avevano tutti i colori. In que­sto luogo vivevano duemila anni.

Un bastone solitario passeggiava tra le pietre di una via che cer­cava.

Alla mano di quel bastone vi era un uomo che cercava, che aveva già trovato un suono, un suono da ritrovare e spostando le pietre un po’ più grandi sperava in una sorpresa.

Aveva sentito molte voci quel giorno ed ora era seduto in una panchina vicina all’albero. Ascoltava Bach, suonato da un’orche­stra lì vicino. Su quell’albero appoggiata ad una foglia vi era una busta; l’uomo respiro profondamente e chiuse gli occhi e un soffio di vento scosse le fronde di quell’albero; la busta si mosse delicata­mente nello spazio e planò sulle gambe dell’uomo; l’uomo aprì gli oc­chi, osservò la busta e l’aprì: il nome.

                    Armando La Rochelle

La mia opera consta di due parti: di ciò che qui è scritto, e di tutto ciò che io non ho scritto. E proprio questa seconda parte è quella importante.

Ludwig Wittgenstein

Una metà ostentata e un’altra lasciata intravedere valgono più di un tutto apertamente dichiarato

Baltasar Gracián

 

La metà è più del tutto.

Esíodo

Non dovrei essere qui a scrivere, il mio fisico è stanco, ed ho un leggero mal di testa

Ho comprato quattro libri, da qui a due giorni fa e non so cosa vi sia dentro, forse solo il mio credere, immaginare qualcosa, come continuare. Non compravo libri da più di un anno, non li leggo da tre. Ancora non so se questi ultimi libri comprati li leg­gerò, o mi accompagneranno solo fisicamente

C’è una pozza d’acqua, la vedo se mi affaccio dalla finestra, è formata di tante gocce che ho osservato: precipitare e poi schian­tarsi a terra. Quella depressione nel terreno le ha intrappolate, tra non molto non sarà più la stessa pozza di acqua che vedo ora

Mi chiamo Armando

Ieri mi sono svegliato con un leggero disturbo allo stomaco. Il sole si era, si era già levato e ho osservato la luce che penetrava nella stanza, attraverso i fori della serrandina, cadeva in punti precisi, ma solo apparentemente fissi. Sono rimasto ad osservare questi raggi luminosi il loro muoversi dietro la loro origine, poi sono scomparsi, forse è bastata una nuvola

Scrivo lettere a persone che mi immagino. Invento delle storie e dei dialoghi epistolari con degli sconosciuti. Spedisco le mie let­tere guardando l’elenco del telefono, così do anche un nome alle personalità che invento

Spesso guardo la televisione, ricordo la prima volta che ho vi­sto la TV a colori: c’era un monologo recitato da Carmelo bene, la scenografia era piena di rosso, ed è il primo colore che mi è rima­sto impresso nella memoria, quando penso alla televisione a co­lori

Ieri ho scritto una lettera ad una donna

Spesso non pensiamo all’uso che possiamo fare dei nostri piedi, parlo o meglio scrivo dell’uso vero, quello di camminare. La cosa più semplice: attraversare luoghi, scoprire cose non viste. Ma se vogliamo fare dei nostri piedi un uso realmente semplice, non è necessario altro che metterli uno dinanzi all’altro e lasciarsi con­durre senza un dove, dimenticare di dover raggiungere, ma solo trovare. Queste passeggiate zen sono le migliori, le più semplici e pertanto complesse, come ogni cosa che esiste prima dell’uomo. Comunque se stiamo attenti questo miracolo avviene ogni qual­volta i nostri piedi svolgono il loro camminare, in quel momento l’altra nostra estremità il nostro pensiero consapevole si dimostra per quel che è: inconsapevole. I nostri piedi così si muovono senza alcuno scopo, ma sono così vicini al loro essere che sono lo scopo

Questa metafora che mi sono inventato, può voler dire che la verità non sappiamo mai dove realmente collocarla e spesso quello che ci appare come deputato alla spiegazione in realtà è forviante. Oppure che l’esistenza si colloca in un divenire ch’è già compiuto e “quindi in ogni respiro c’è la possibilità!…” O che dire: “Tu ragioni con i piedi” non è poi così denigratorio come si pensa! Ma iniziamo a svelare i veri perché, a mostrare i primi elementi per la soluzione che collochiamo nei “ché” della quoti­diana esistenza. Il mistero non ha sorta di soluzione, come il ti­tolo di un libro: “La fine è nota” sappiamo qual è l’epilogo di ogni esistenza. Dunque per quanto incredibili gli accadimenti del vi­vere, debbono si meravigliarci, ma non sorprenderci. In questa dimensione di meraviglia si colloca questa questione, questo dire

Ma poi esiste la purezza?! oh tutto è irrimediabilmente debole, fallace e la nobiltà è sì vincere sia pure una, una soltanto delle umane debolezze, per dare un senso improvviso, per sentirsi li­beri

Sono uscito di casa, ho attraversato quel tempo che mi porta dalla mia stanza all’automobile, ho pensato ho riflettuto o forse non ho fatto nulla, eppure di lì a poco avrei dovuto prendere delle decisioni. Collocarmi sulla carreggiata stradale, decidere quale percorso percorrere, quale sequenza temporale dare agli av­venimenti che nell’illusione di ogni persona sembrano già pre­stabiliti eterni. Tutto accade come una prima volta, soltanto noi esseri umani dimentichiamo, per gli affanni del nostro passato, che quel che accadrà non lo abbiamo ancora vissuto

Quando scrivo le mie lettere al posto del mio indirizzo ne scrivo un altro anonimo, sempre preso dall’elenco del telefono. Chissà se le persone che ricevono le mie lettere poi si conoscono. Le mie lettere sono sempre interessanti

Ho percorso la strada che costeggia il mare, la luce del giorno era già in un altro giorno. Per consolarci del giorno che non ci guarda più, abbiamo inventato delle palle che emanano una luce arancione, che fanno assumere alla pelle di noi umani, il color epatite. Ad un tratto dei miei pensieri ho rivolto il mio sguardo verso il mare

È un mistero perché senza nessun motivo volgiamo il nostro guardo in un altrove; è poi vero che non esiste motivo alcuno?! Perché ci soffermiamo ad osservare qualcuno, qualcosa e perché l’emozione che ne deriva rimane così sospesa, spesso lontana; cosa realmente ci suscita un’osservazione e perché non facciamo… seguito a ciò che ci suggerisce di fare. Il più delle volte accade che ci vengano in mente pensieri innocenti, ma quello che sgomenta è che tali pensieri non sono neanche liberi di essere immaginati. Quante possibilità neghiamo alla nostra immaginazioni, quante opportunità di modellare la nostra vita, di scoprirci, basta una semplice parola per dare corso a degli eventi che possono essere determinanti, o semplicemente vita. Ingarbugliati dalle nostre paure, in una vita che si trasforma in una non più vissuta. Fantasia da miserabili

Lei che sta leggendo queste parole, si distragga un attimo da esse e si guardi intorno, dove si trova? in casa fuori all’aperto, sdraiato su un prato. Vede sarei veramente felice se lei potesse descri­vermi il luogo dove queste parole l’accompagnano, se lei potesse dirmi perché ha deciso di leggerle, chi sono le persone che lei co­nosce, come sono gli occhi della persona che ama da così tanto tempo, o perché ha deciso di vivere da solo, lo ha veramente de­ciso o la vita ha scelto per lei. Se lei potesse accogliere questo mio desiderio

Nel mio altrove ho veduto la Luna: bianca, un auto mi sor­passa e il mio sguardo il mio tempo, tornano sulla strada

Ho ricevuto un biglietto di auguri da La Rochelle, mi dice che tra un po’ è il nuovo anno

Il tempo non ha continuità e io non so che giorno sia oggi, av­verto solo la mutevolezza e non so dare la misura esatta alla vita. per me il giorno è il contrario della notte e la notte e il giorno sono sempre identici. Una volta nei periodi di festa non mi sen­tivo a mio agio se non avevo il mio momento per festeggiare, se non scoprivo insieme con altri questo modo per dire cosa è il tempo. Ora non ho più feste e non provo né tristezza né gioia quando gli altri festeggiano. È un modo di concepire il tempo che non mi riguarda più. Sia esso ricordo o previsione c’è solo il pre­sente

Scrivo solo pensando al presente

Mi è venuta in mente l’ultima immagine del film: “Il the nel deserto” di Bertolucci. Il narratore, che nel film è interpretato da «Bowels» lo scrittore del libro «The Sheltering Sky» dice alla pro­tagonista.

Scena: Lei entra nel locale, va incontro al narratore, che gli chiede — «Si è persa?» Lei con un espressione di gioia risponde — «Sì!» Il narratore rimane in primo piano e dice: «Poiché non sappiamo quando moriremo si è portati a credere che la vita sia un pozzo inesauribile, però tutto accade un certo numero di volte, un numero minimo di volte. Quante volte vi ricorderete di un certo pomeriggio della vostra infanzia, un pomeriggio che è così parte di voi, che senza non riuscireste a concepire la vostra vita. Forse altre quattro o cinque volte, forse nemmeno; quante altre volte vedrete levarsi la luna, forse venti, eppure tutto sembra senza limite

La luna è sempre là, un po’ più alta nel cielo, ma bella! Che notte limpida è un peccato lasciarsela sfuggire. La saggezza dice di godere di tali spettacoli ché la natura ci dona, senza nulla chiedere in cambio, ma in realtà non comprare la propria vita è il coraggio più alto

La Rochelle, ridente cittadina sita sulle sponde, ad occidente della terra di Francia. È bagnata dall’oceano Atlantico

Oceano Atlantico mi fa venire in mente il Portogallo, ho una gran voglia di visitare il Portogallo

Ci sono certi miei periodi dell’anno, che sembrano diversi da sempre

Penso che si è veramente soli, quando non si sa di esserlo, lo scopriamo quando comprendiamo che non è la nostra solitudine che ci intimorisce, ma ciò che immaginiamo essa sia.

Le giornate di pioggia possono essere come tutte le altre, ma oggi per me non è così. Mentre scrivo vorrei chiedermi chi sono, se poi mi sono così indispensabili questi segni, o sono soltanto un tormento che ho io e nessun altro. Vivere nella dimensione grammaticale della parola è come non sentire ciò che la vita non ricorda, guardare un collezionista che non si accorge che non può fermare il tempo. È poi indispensabile scrivere, vero è perdere tutto, tutto, anche la parola, cercare Dio lottando con ciò che è im­possibile. Se abbandonassi tutto cercando la mia liricità, forse riu­scirei a capire un po’, quel tanto che basta per sentirmi sereno. Non essere così significa non scrivere bene, ed io sento che non sto scrivendo dentro i sogni di un altro, che non riesco più in nes­suno dei miei sogni. Io non esisto sono solo ciò che queste parole mi fanno apparire, la condizione di chi mi osserva e dopo l’ul­tima parola io non esisto più. Eppure, se anche solo in queste pa­role non riesco a sentire la libertà, da una condizione. Ascoltate: da una condizione, sentite la perdita di identità che sviluppa que­sta frase, l’incapacità di sentirsi liberi, senza ispirazione, sono in questa condizione. Queste parole mi sembrano che non esistano, sono così leggere effimere e desidero che siano semplici. Dio quando vorrei che sparisse la mediocrità, il sapere che esiste, cer­care di non dover fare nulla per cercare di esserci. Non ho voglia di scrivere, ma sono qui che violento la mia incapacità. Dovrei meditare progettare, costruire un modus narrativo, per scrivere, forse un romanzo o qualcosa di altro, ma ogni ricerca in tal senso mi sembra vana. La parola genera in me insofferenza, lotto con lei come chi cerca nella propria immagine riflessa in uno specchio delle risposte che nella testa sembrano scomparire, ma sono tutte lì: tiranne e inattaccabili. Forse è solo uno stato della mia anima, ora. Perché ci sono giorni che scrivo e sento quello che scrivo ed altri in cui distruggerei ogni parola. È così bello tutto questo. Forse la mia intollerabilità, cercare di non avere bisogno di sapere più nulla. Chi sono?

Sento le parole scomparirmi ed ogni, volta che sono con loro un esperto ho pena di me

Avvolgere tutto nel silenzio

Dio non c’è, quando è vana questa frase. Dio forse non c’è, ma che importanza ha se c’è o no. Cambia qualcosa dinanzi alla con­sapevolezza di dover scegliere dell’uomo, non si vuole che Dio ci lasci liberi. Quando è futile la speranza e quando ridicolo  l’accu­sarlo. Se c’è o non c’è per noi il mondo non cambia e noi non siamo il mondo, non siamo il crogiolo creativo, siamo solo una frase. Ho voglia di non sperare più in lui, di non credere in nes­suna possibilità oltre quelle che non ho. Essere soltanto un essere che prende consapevolezza della sua responsabilità, accetta il non intervento divino. Credere come un ateo vivere come un cri­stiano

Quanti dubbi si perdono dentro la mia coscienza, quante possi­bili soluzioni svaniscono appena il mio pensiero muta, appena trova un suono un po’ più forte del silenzio che lo distrae. Quale è quel suono che oscura il silenzio, forse quello della vita, della vita che nega la sue stessa era, la sua stessa metamorfosi. E quante vite parallele vivono, quali mondi oscuri ho dentro la mia sola persona e dove ognuno trova la possibilità di scomparire, di sva­nire senza che mi sia accorto della sua esistenza, senza capire quando io sono stato il suo dirsi. Scoprirli tutti insieme dove il tempo non ha più futuro, dove si compie nello stupefacente pre­sente, tutto nell’apparente grido che si comprime fino ed oltre, in un istante palese, immediato: La Morte

Scrivere, mettere le parole in successione e poi lasciare che qualcosa accada, si riduce forse a questo lo scrivere, o non è l’e­stremo sforzo di pensare, trovare la combinazione giusta per esprimere ciò che in esse non può essere detto, portare ogni parola lì, dove sembrano scomparire, nell’impossibilità di un’emozione che le supera

Ho un libro tra le mani e non so ancora quale parola colpirà la mia consapevolezza, ma se poi in esso non ci fosse questo fram­mento, se non ci fosse il dubbio che si genera in ogni consapevo­lezza

Cerco sempre di scoprire

Alcune volte ogni motivo è inutile, in questo certo tempo av­viene che il tormento svanisca, si liquefa nell’inconsulta meta­morfosi del soffrire

L’identità, si riduca a questo: il tormento e io chi sono? Sono ciò che appare su questo foglio. Io Armando fuori da queste parole non esisto, non sono le parole di un altro, forse ciò che loro non hanno mai detto — ma se anche fosse, io non esisto. Questa mia condizione di privilegio mi permette di ignorare totalmente la re­altà, di sublimarla nella vita, di raccontarla nelle illusioni di chi esiste, di chi ha perso la morte per la strada

Quante storie, incontri, amplessi nella fantasia nei miei desi­deri

Una giornata qualsiasi. Ero seduta e guardavo l’acqua del fiume che scivolala silenziosa e placida, ogni tanto raccoglievo qualche sasso e lo gettavo nell’acqua, poi respiravo e chiudevo gli occhi e pensavo a l’aria calda di una giornata d’estate. Alcune volte mi succedeva che quando li riaprissi ci fosse un passante che mi os­servava, che interrompeva il mio sguardo sul fiume

Lui mi osserva, è una giornata qualsiasi. Io sono seduta  guardo l’acqua del fiume che scivola silenziosa e placida, ogni tanto rac­colgo qualche sasso e poi lo getto nell’acqua. respiro e chiudo gli occhi, penso a l’aria calda di una giornata d’estate; quando li apro c’è lui che mi osserva, che interrompe il mio sguardo sul fiume. Lui può essere tutte le persone che io non so immaginare. — Ma si sieda vicino a me. (Chi è che si siede vicino a lei e, chi è poi lei. Questo sconosciuto non è altro che il suo desiderio, il desiderio che ha che qualcuno l’avvicini, che la scopra, le dia la possibilità di realizzare la voglia di un uomo: che la tocchi l’assaggi, di sen­tirlo dentro di sé. E lui perché si è seduto, possibile che abbia av­vertito ciò che lei sentiva. «si sieda» io donna, femmina che sto scrivendo, commetto inavvertitamente l’errore di scrivere «si sieda»  anziché «si siede» Perché lei la protagonista che è cosi di­versa da me entra in ciò che io desidero, perché lui che ancora esi­ste oggettivamente: soltanto si siede, è già immaginato da noi due, ma qual è la differenza nel sentire tra me e lei, tra il mio scrivere e il suo esistere tra il mio scrivere e chi io rappresento, quale per­corso, quale ché si sviluppa sopra all’atto della possibilità di scri­vere) Si sieda vicino a me è questo che aveva pensato lei quando lo aveva veduto dinanzi al suo sguardo; e ora è lì vicino al suo corpo, seduto soltanto ( Può accadere di tutto è una situazione aperta; se entra la componete della “paura”, questi due personaggi sviluppano la loro esistenza in quei romanzi, dove tutto è ridotto alla loro eterna lotta per potersi incontrare, uscire fuori dall’idea­lizzazione che hanno uno dell’altro e il non svelare l’illusione dell’ideale è l’epilogo di tali romanzi. La scoperta dell’illusione dell’ideale è il modo in cui si sviluppano altre storie, l’eterna lotta tra l’inconsapevolezza di quello che si crede e ciò che non si è ca­paci di raggiungere, tutto finisce con una effimera possibilità di speranza. Se iniziano a comunicare senza nessuna mediazione culturale, qualcuno dirà che è troppo inverosimile. La donna che è seduta è simile a me stessa, le possibilità che un evento simile accada nella mia vita non sono molte, ma perché non dovrebbe accadere in un altra me stessa, quella che io vivo attraverso le pa­role che sto scrivendo. Essere ciò che altri hanno paura di essere è questa la realtà, perlomeno fino a quando è reale l’opposto. Che nome dare a lui, con quale documento farlo entrare nella concre­tezza dei simboli: Adrea, si chiama Adrea. Che lei ha ancora un nome…) Lei volge il suo sguardo verso lui e sa che quello che ac­cadrà, ‘sta volta sarà senza la sua paura. Sa che lui non esiste che quello che ha dinanzi è una suo immaginario, ma la paura che ha dentro, quella paura che viene da un percorso psicologico, che le impedisce di creare, ché la tiene ferma, senza la possibilità di pen­sare, nella paura di farlo, le ha sempre precluso ogni possibile immaginazione. È vissuta con il terrore di pensare certe cose e un grido che le si ribellava dentro, che di quelle cose voleva scrivere, credeva la tormentasse. Adre la guarda le parla:

Adrea— “Spesso ho immaginato, sognato quello che ho fatto ora, ti ho cercata attraverso la mia fisicità, non riuscendo a trovare che le briciole della mia paura, della paura di una societé che non accetta ciò che implica sé stessa, qualcosa di altro dal suo idioma, fuori da ogni dirsi assiomatico. Ti ho cercata amando il mio corpo, attraverso il corpo di un altro me stesso. Ho pensato spesso a tutte le volte che nella notte ti sentivo venire, bussare alla mia porta, ed io non riuscivo ad alzarmi, ma lasciavo che tu entrassi dentro me, che io da te potessi ereditare quello che la terra mi ha donato. Ora ti sento qui vicina a me e mi sento lontano da ciò che è stato, da ciò che era il mio bisogno di altro, ora mi placo ogni volta che sento un uomo avvicinarti a te, sento le sue labbra con le tue, mi apro ad esso con i tuoi desideri e lo sento dentro me quando lui geme su di te. Sento il tuo dolore per un risposta mancata, per il richiamo di un pensiero così lontano da apparire estraneo, forse, per qualcuno immemore di ciò che è, della tua esistenza. Che tormento il mio non volerti accettare e che assurdo soffrire essere tormentati da ciò, sentirsi diversi da se stessi e nella confusione di tutti gli altri. Ora che ti ho incontrato mi sembra che tutto fluisca leggero, proprio dentro me, dentro i ricordi profondi di tutto quello che è stato, che fatica avere bisogno di una identità, di un dire ciò che in realtà non si sa mai. Ritornare a una semplice unità.”

Adrea— “Tu sei qui e ora mi parli, parli a questa donna che se chiudesse gli occhi non crederebbe più a quello che ha ascoltato, a quello che tu sei, sei. E se io non avessi memoria di te, tutti i miei terrori, i miei assilli mi intrappolerebbero di nuovo: tu svaniresti, torneresti nel limbo di una memoria immemore di se stessa. Nel pertugio di una follia di un quotidiano culturale. Siamo già qui giunti al termine forse, al ritorno nell’equilibrio, di una donna che ama il proprio uomo, che ha scoperto le carezze di un’altra donna, i suoi baci il suo sapore. Ama il suo uomo che abbraccia stringe e piange, che ricorda, che ricordi me con la mia memoria. Guardo scorrere il fiume e scopro il ricordo di tutti gli anni nasco­sti dentro la mia vita, nel particolare di una sola esistenza, di un solo frammento di tempo, di un vuoto colmo di tutto il resto di una intera epoca.”

È già finito tutto, non serve nulla di altro, tutto quello che ci si può mettere in mezzo formerebbe, quel che si chiama un ro­manzo, ma io donna che mi approprio di questo nome, di Adrea trovo inutile quei romanzi che abusano delle parole, ho trovato la scoperta tutto quello che vi è intorno non ha motivo d’esserci

Oggi mi sono alzata presto, sono andata alla scrivania e ho letto su un foglio di giornale una frase che il giorno prima avevo sotto­lineato, ed ora cerco di ricordare il perché lo abbia fatto

Spesso la notte mi giungono pensieri che non sono proprio so­gni, pensieri che non riesco a ricordare se appartengono alla mia immaginazione o a ciò che mi è accaduto. In questa condizione al­ternante le mie emozioni vivono il presente, un presente che non distingue tra l’immaginazione e altro

Ricordo: Sono una bambina di circa quattro anni, e spesso mi succedono eventi, sì proprio eventi

Mi trovo a combattere con l’incomunicabilità, con la presenza della paura di dover perdere, scoprire. Niente sarà pubblicato, ri­cercato oltre il mio sentire, tutto vivrà frainteso, prigioniero dell’evidenza, dell’accumulo di consapevolezza della fatica di aver vissuto

Quando sono entrata in quella casa, non aspettavo nulla, vo­levo solo respirare il profumo di “quel luogo,” la muffa dei muri (mi sto chiedendo se è giusto che metta un punto, ma il mio desi­derio è proseguire, soltanto con le virgole è di cercare un suono diverso, ma diverso da cosa, il conclamato è ridicolo come ogni insegnate professore, la poesia per schemi è ridicola, come ogni suo lettore, in realtà è la paura di volere essere qualcosa, l’insicu­rezza di non sapere di esistere, quanta produzione artistica, quanti modi per definirla, ma quanti pochi esseri umani…) Il colore dei pavimenti, Quale è stato il progetto che ha realizzato questo edifi­cio, dovrei pensare ai suoni passati di questa casa e, invece non li rammento, Ascolto ora i miei passi,, il suono della fatica di un eco che non può esistere, Eppure qui ho amato, odiato, mi sono cer­cata, ho vissuto con ciò che rimaneva di un uomo amato in gio­ventù e qui sposato, Qui ho avuto un figlio, E qui ho perso tutto, Sono tanti anni che non torno in questa, ancora ci sono gli stessi lampadari, Quando la lasciai diedi l’incarico ad una agenzia di af­fittarla e di spedirmi il denaro, avrei fatto sapere dove, Perché me ne sono andata da qui, quando l’ho fatto sembrava che sapessi il perché, volevo lasciare tutto quello che credevo non esistesse più, che con la morte di lui, di nostro figlio, Ma perché di quella morte? Non era vero, non è possibile, tutto ciò ch’è fatto è dentro di noi, rimane indelebile immagine dei nostri ricordi, in ogni ul­timo respiro, Sono tornata in questa casa perché non si può vi­vere cercando di dimenticare, lo si intuisce, quando la vita guarda oltre se stessa, quando i ricordi appartengono alla nostalgia, quella nostalgia senza rancori, amori, senza le passioni di un progetto da eseguire” Si siede su una vecchia poltrona, rimasta lì in quelle stanze della sua casa è stanca e non si accorge dei suoi occhi che si chiudono

Sono morto un milione di volte, ma in verità, forse mai. Forse, dire forse non è l’esempio lampante della mancata verità e non è tutto forse, tutto senza verità. Queste parole appena dette sono quelle che si dicono più spesso,, non la verità ma le parole

Sono un uomo appena morto, morto di una vecchiaia che ha lasciato incolume il corpo della sua consapevolezza

Ho perso forse tutto ciò che non ho mai trovato, vi garantisco che non vi è perdita rilevante quanto questa

Eppure non ho pensato ad altro che dirmi: quanta arte ci tro­viamo intorno, ma gli artisti, dove sono? Sono forse quegli indi­vidui che non hanno nulla, ma dov’è la scelta che hanno fatto nella loro vita;; qualsiasi altro lavoro potevano fare, ma hanno scelto l’arte solo per la gloria, solo vuota vanità

Quanti bei momenti si sprecano. Individui così presi dalla paura di vivere, chiusi nei propri problemi, non si accorgono della vita che scorre via. Passa loro accanto sprecata

Quante cose ho da dire ancora; eppure mi sembra vano, faticoso lo scriverle

Quando mi accorgo di un funerale o un battesimo, vi partecipo. Mi metto nel corteo che accompagna il feretro, assisto alla ceri­monia funebre, o alla gioia, al gridolino di un bambino che av­verte l’acqua scivolargli in testa. Naturalmente sono quasi sempre persone a me totalmente sconosciute, ma ciò mi fa sentire ugualmente simile. Quei visi, quei tratti somatici, modo d’essere, espressioni di culture non sempre uguali. Certo alcune volte noto gli sguardi incerti che mi osservano, in attesa di trovare una ri­sposta al loro domandarsi, il chi io sia. Ma il più delle volte, sci­volo tra loro nel più assoluto anonimato, tranne quelle rare volte in cui mi riesce di presentarmi e scoprire persone insolitamente normali, che accettano di buon grado un amico in più che festeggi con loro, o ricordi con loro l’improbabile ricordo del loro defunto. Passo così dei momenti in cui mi assento del tutto dal mio essere, fino a diventare lo stimato signor nessuno che ha perso un fra­tello, sorella, marito o moglie; o scoprirmi padre, zio, nonno di un futuro ancora tutto da realizzare

 

Non credevo, ma c’era diversa gente. Quel giorno si presentava il libro di uno scrittore del luogo. Era tornato nella sua città dopo molto tempo, invitato dal circolo cittadino. Quando se ne era an­dato lo aveva fatto proprio per fuggire da queste situazioni, quel baiellame di provincia, mediocri professori, che organizzavano quelle strane cose che loro con il coraggio di chi è inconsapevole definiscono associazioni culturali. Ricordo quando andavo alla presentazione di un libro, scoprire quegli autori che si prostitui­vano all’ottusità di individui che li utilizzavano per il loro appa­rire. Sentire oratori acclamare, denunciare l’indispensabile eman­cipazione da una cultura troppo legata al provincialismo. Una volta, quelle volte andavo in queste manifestazioni di eloquente demenzialità e mi irritavo, le disprezzavo, ma in realtà ero troppo legato a tali realtà per poterle osservare con il dovuto distacco, per capire tutto il grottesco e riderne.

Ora dopo molto tempo se così possiamo definire il cammino di un tratto della mia esistenza, vi torno, proprio nella dimensione di maggiore ironia che la vita alcune volte riserva. Osservo atten­tamente le persone e scopro che i loro pensieri sono gli stessi di quando me ne andai, lo stesso respiro di vanità. Torno chiamato dal clamore di un piccolo libro che scrissi quando ancora vivevo tra costoro. Un libro di densa accusa nei confronti della stoltezza, della vacuità di essere. Queste persone che ora sono qui ad acco­glermi sono i veri protagonisti di questo mio libro, il motivo del suo stesso esistere. Posso garantirvi che la loro esistenza ne esce gretta e meschina, anodina come le loro stesse vite. La mera­viglia da cui sono colto, ora che ho compreso il motivo del perché mi hanno lo stesso invitato; ognuna di queste persone non im­magina minimamente di essere dentro la storia del mio libro, loro ritengono di essere gli unici che possono, che sono in grado di comprendere; Per questi esimi imbecilli il problema sono tutti coloro che non conoscono, che non leggono, che non sono dediti alla cultura. (Loro avrebbero certamente capito.) Alcuni di questi colti, lessero ciò che ora sono qui ad elogiare. La maggior parte di questi individui è dedita all’imbecillità e non hanno nessuna possibilità di sentire ciò che appartiene alla dimensione del vero; per costoro tutto acquista valore se è mediato, concla­mato. Spesso rifletto su tutti quelli che ora apprezzano ciò che fac­cio e mi chiedo se mi avessero incontrato senza sapere chi ero… Non è detto che una volta che si riesce a raggiungere il pubblico, poi si è realmente apprezzati. Immagino che i veri lettori siano pochi, pochi come coloro che raggiungono la vera intimità di chi scrive. Il successo, l’assorbimento dell’opera in un ideale comune e tutto il resto, esula dalla purezza del creare. Ogni scrittore com­pie la sua opera per pochi individui, per quei pochi che si tra­sformano in tutti i lettori del mondo.

Ho raggiunto questa mia vecchia città, con il treno, mezzo inso­lito per me, che amo spostarmi in auto; e mentre osservavo il mondo correre fuori dal finestrino non vi ho pensato un solo istante… Immaginavo non di tornare, ma d’incontrarmi con una città mai vista prima, con un luogo senza memoria.

Ho sentito il treno che si fermava, ho preso il mio bagaglio, percorso il corridoio del vagone… sono sceso cercando di non sa­pere cosa fare dove andare. Mi avrebbero aspettato il giorno dopo, ma io avevo deciso di anticipare, di giungere inatteso.

Passo nei luoghi, in posti, poi entro a mangiare in un locale di cui non avevo memoria. “Era un po’ che ero seduto quando mi accorsi di uno sguardo che mi osservava: era un donna dall’aspetto grade­vole, ma dal viso decisamente interessante, bello! Restai un at­timo a guardarla, poi decisi di alzarmi e di raggiungerla al suo ta­volo. Mentre percorrevo questo tragitto ripensavo a quando era stato difficile, nel tempo del mio ricordo poter entrare in sintonia con una persona del sesso opposto, in questa città; riuscire a supe­rare i convenevoli per iniziare a dialogare realmente. Ero giunto alla conclusione che non vi fossero persone intelligenti, che tutto dovesse restare nel pattume del convenzionale, anche per questo me ne ero andato via. La raggiunsi al suo tavolo, le augurai la buona sera e mi invitai a sedermi. Ora che potevo osservarle il viso meglio mi accorgevo che era decisamente affascinate, ero se­duto e l’osservavo sorridermi, non avevo granché voglia di par­lare, volevo restare lì accanto a lei, mangiare con la sua compa­gnia.

Mi rivolse la parola chiedendomi come mi chiamassi, le ri­sposi, le dissi La Rochelle, le dissi che poteva chiamarmi signor La Rochelle, le dissi che non ero della città e che mi trovavo di pas­saggio.

Era un uomo di un’età non definibile mi disse che si trovava in città di passaggio. Mi chiese di dove fossi e notai la leggera sor­presa nei suoi occhi quando gli risposi che ero di questa città. Mi chiese di parlargli di questo posto. Gli domandai il perché e mi ri­spose che non vi era un perché. Dissi che forse era un posto come un altro, un posto che lo si ricorda solo se lo si ama o si odia. Uno di quei tanti posti formati da una società in prevalenza venuta dalle campagne, in un tempo moderatamente recente. Gente che ha perso la propria identità, che ha finito per conservarne solo le frustrazioni e proietta nella condizione attuale la propria rivin­cita, nel titolo di studio il desiderio sempre presente di un impos­sibile titolo nobiliare. Un mondo nato in ritardo, un ostacolo d’in­tolleranza per chi non è in quella condizione, Il filtro della paura di tutta una storia.”

Mi chiedo se questa donna, se in questa donna che parla con me, che mi racconta la dimensione di una realtà: che tipo d’inte­resse desto in lei. Che sia tornato in questo luogo per completare un mosaico: il pezzo mancante nella storia della mia vita, amare una donna di questo posto.

Siamo riuniti nella sala consigliare del comune e qualcuno sta leggendo dei brani dal mio libro e tra un po’ qualcuno inizierà con il chiedermi che libri ho letto, quale autore mi ha influenzato di più, che significa essere scrittori oggi, dove tutto e dominato dall’immagine, perché ho deciso di scrivere, come si inizia un li­bro. Già come inizia un libro, dove ha luogo ciò che ci fa iniziare, perché, quella lettera è la prima e non qualsiasi altra. Vorrei pen­sare che non iniziamo nulla nella vita, ma ci destiamo un attimo nella nostra consapevolezza, in quell’attimo voglio collocare l’i­nizio di un libro, in quel frangente che sembra impossibile. Da quell’istante la lotta prosegue tra la consapevolezza e la sua im­possibilità. Forse mi trovo a sognare la letteratura a cercarla attra­verso un significato riposto in un segno. Che significa scrivere, cos’è scrivere, qual è il senso di trovare un nome ad una parola è questo il senso dello scrivere?

Spesso sono imprigionato dalla fatica, la fatica, la fatica di tro­vare le parole che possano raccontare il pensiero. È strano come nei momenti in cui nella vita la mia insicurezza è maggiore, tor­nino tutti quei fantasmi, e anche una virgola fuori posto mi getta nel panico. Virgola legata all’apparato di una cultura che ormai che… La grammatica assume significato dittatoriale, la grammatica è l’espressione della secolarizzazione in cui ogni pensiero si sot­trae alla propria identità. La grammatica immutabile di un mondo piatto fatto dall’accentuarsi, di quella follia chiamata paura. Le parole che non hanno più un dialogo, con ciò che non più si trasforma e ciò che non sa in cosa trasformarsi. È possibile obliare la memoria, è giusto farlo, o è più semplice esserne incon­sapevole sviluppo. Iniziare è l’atto di consapevolezza della pro­pria memoria, ma l’abbandono di ogni ricordo è creare.

“Lei mi ha baciato poco prima che partissi, mi ha pregato di tor­nare, desidera rivedermi, non sa perché sono nella sua città e sin­ceramente neanche io ne so il motivo”

L’oppressione in cui è costretto chi crea è generata da chi usa la creazione di un altro come fosse la propria

Ripenso a quello che è stato scritto fin qui, a ciò che non si può comunicare oltre. Guardo il mio corpo riflesso nello specchio: nudo, il mio viso ovale, la mia pelle liscia e le mie spalle morbide e i miei tondi seni, mi accarezzo tra di essi con un dito e guardo ri­flesso nello specchio i peli del mio pube e il mio pene. Scopro forse ora quello che ho sempre saputo, o ciò che conosco in realtà mi è ignoto. Guardo fuori, oltre la mia casa e la domanda che mi son sempre fatta, quel che io vedo è quello che vedono tutti? Quel tetto rosso quell’albero quei bambini che giocano, sono gli stessi di un altro sguardo, o appartengono solo alla mia memoria ai miei ricordi. Spesso molto spesso mi sento sola ma è così banale questo, che vorrei sentirmi disperata, vorrei annullare questo mio, sen­tire la solitudine, in verità solo la sua illusione; è per questo che il mio malessere rimane imprigionato dentro quel guscio vuoto, che non si libera nelle passioni forti, nella disperazione del tor­mento, ma vegeta come in un limbo. Quello che io fraintendo è la solitudine dal mio sentirmi sola. Io riconosco negli altri il mio bi­sogno e il mio disagio è nell’incomunicabilità. La mia identità getta nell’insicurezza, nel dubbio quella di ogni altro. Io sono lo specchio e gli altri il mio specchio Il disagio in fondo lo stesso, le interpretazioni diverse, le nostre memorie incognite. E tu che stai leggendo queste mie memorie, non lasciare che siano per te un ri­cordo.

Una volta ho guardato un quadro e mi sono accorta, che quello che non riuscivo a sentire, era il mio sguardo, il mio viso che ve­deva, non comprendevo il mio corpo, eppure era tutto lì, era già tutto lì. È stato come la parola che all’improvviso entra in un dia­logo e, sublime apre le porte della comprensione, trova la strada della soluzione attraverso la possibilità che offre agli interlocutori di comunicare. In questo riverso il compito del mio scrivere, nella ricerca di questa parola e tutte le parole che mi possono servire per realizzare un libro, in verità sono utili in rapporto alla sco­perta di questa ipotetica parola, del suo rivelarsi improvviso. Aprire una finestra è come scoprire l’aria che già si conosceva, questo è il mio corpo, la dimensione di una realtà che ho sempre respirato e la parola nello scrivere è il suo rivelarsi, il suo ecci­tarsi, il suo mostrarsi. Dicono che la mia identità non è certa è in bilico tra ciò che sento e ciò che realmente sono. Realmente sono, ma cosa sono io lo so e quel che sento che mi fa vivere; la verità è che gli altri non sanno cosa io sento e non sanno che loro sono simili attraverso me. Alcuni sperano nella catarsi della loro esi­stenza, ogni volta che i miei pensieri urlati, sono loro. Attraverso le mie parole io riverso tutto lo scoprirsi, tutta la paura di mo­strarsi. Da dove viene la nostra identità? il perché dell’identità; non mi angustio del mio corpo, né uomo né donna, ma di chi sono quando io scrivo, chi è quella voce che mi grida dentro ogni parola, che mi urla di non aspettare, che cerca lettera dopo lettera, la sua parola. È soltanto la mia coscienza in cerca della mia consa­pevolezza, di quest’ordine sparso che persegue dentro di me fini a me ignoti; non riesco più a capire chi sono ogni volta che scrivo, ogni volta che sono nudo, senza una reale identità: né uomo né donna, solo chi scrive; ma forse è qui che realizzo il mio vero so­gno, il mio vero dire “Io”

I miei dubbi nei miei personaggi, chi è lui? chi lei? e che senso ha in rapporto a questa latente dimensione ogni parola. E i miei dubbi sono i dubbi di uno scrittore, di un uomo o di una donna, ma forse è solo la parola che ci getta nello sconforto e nella gioia della scoperta della verità. L’ambivalenza di tutta l’esistenza è rac­chiusa in un semplice segno, chiamato: parola

Mio caro Armando, a chi scrivere se non a te, in chi trovare quel conforto che solo i veri uomini, ricchi di umanità come te mi fanno provare. Oggi ho narrato una strana storia, una storia diversa da tutte le altre e la persona che ora ci sta leggendo ne è la memoria, ne è il giudice, è colui che ha iniziato a leggere sin dalla prima lettera questo mio scritto. Ma chi è? È giusto che sia lui e non un altro, un qualsiasi altro, cosa ha determinato che fosse lui? A te vorrei rivolgermi, ora che tu stai leggendo, ti chiederai per­ché io abbia voluto darti queste mie brevi memorie, questo mio narrare e perché attraverso la parola scritta. Ché la mia oralità non è sufficiente per comunicarti la verità o ciò che io penso essa sia, questa ultima frase è così convenzionale che vorrei che tu la can­cellassi. È vero io ripongo la mia fiducia nella verità della parola scritta e in tutta la sua impossibilità. Ora sono qui e osservo men­tre mi leggi, ti soffermi su alcune parole e poi fuggi via. Mi sono chiesto se non abbia iniziato in modo confuso questo mio dialogo di segni con te, troppo confuso giacché a te chiedo di sciogliere non la mia ma la confusione ti tutti, metto su di te tutta la mia re­sponsabilità e lascio a te il compito di negare o di affermare: tro­vare quel dubbio che assilla la mia anima. La mia vita che su que­sta ipotesi ripone tutta la speranza, tutta l’illusione di un’intera esistenza.

Ci sei Armando sei sempre lì, vero, so che non mi abbandoni, che non hai dubbi su di me e che hai fiducia in questa mia azione, in questo mio riporre ogni giudizio all’altrui coscienza; certe volte non è possibile perdonarsi da sé

Rispondo al tuo richiamo e mi interrogo se sia poi giusto che tu senta tutta questa colpa. In fondo la tua colpa non è il problema di ognuno: l’identità, chi può assolvere a questo compito con asso­luta certezza, chi può dire: Io sì! È un vuoto solo un vuoto che dobbiamo cercare di colmare e se anche il tuo essere scrittore fa di questo vuoto uno spazio incolmabile; io ti chiedo di non angu­stiarti, che tu sappia non vuol dire che sia l’unico. Colui che ci sta leggendo non so fino a che punto lui possa portarci alla catarsi, al sentirci finalmente liberi. Comunque sento di dirti di avere le tue stesse responsabilità di vivere anch’io il tuo disagio, il tuo cercare assoluzione è anche il mio è per questo che accetto di rimettermi a colui che ci sta leggendo, che accetto di trovarmi in un altro da me. Non è anche questa una colpa, trovare qualcuno che ci as­solva, non è forse una colpa maggiore, ma forse la nostra speranza è riuscire a non sentire più il peso di questo oscuro di questo nu­minoso che ci appare, (tutto da soli) condividerlo con qualcuno che alleggerisca la nostra colpa. Io vorrei che tu sentissi dentro di te il vero bisogno di raccontarti, libera di mostrarti, che sentissi il tuo essere scrittrice come la componente coagulante di tutto. Vorrei che tu nel prendere un libro tra le mani abbia, senta la con­sapevolezza di cosa significhi leggere, leggere con l’intimità delle parole. Forse io, quando insieme a te mi avvicino al mondo della parola scritta, non ho bisogno di sentire chi io sia, di capire cosa rappresento; quando scrivo ho dentro di me la coscienza la consa­pevolezza di esistere, perché non ho l’obbligo di essere qualcosa o qualcuno. In questo appartato mondo, l’inebriante respiro della nostra vita è libero di tutto il possibile, vuoto di tutta l’angoscia di un corpo. Guardo spesso gli amanti camminare e mi immagino osservatore consapevole di quello che manca nello scoprisi, cer­carsi, un bisogno tanto profondo per quando evidente: l’abban­dono di ogni identità, del bisogno stesso della sua ricerca. Con tutti i corpi e apolidi

Armando, mi sento sicura solo di noi due e, non so se questo è giusto, se questo è quello che dobbiamo augurarci, forse per questo ho voluto che qualcuno scoprisse si interrogasse con noi su ciò che significa la nostra esistenza. Colui che ora sta leggendo queste nostre parole, ha motivo anch’egli di riflettere sulla condizione di non appartenenza, giacché in questo sentire si riversa l’intera umanità. Ma cosa sia che ci ha spinto ha mostrarci, non lo so con esattezza, ma chi mai potrebbe saperlo, chi potrebbe dire come sia che un giorno ci siamo trovati in un mondo dove tutto era rela­tivo, tranne la paura; quella paura incontinente che ha dimora dentro gli angoli più bui della memoria. Memoria così vicina e pure tanto lontana. E poi dopo questo gesto quando ci siamo ac­corti che per potere è necessario comprendere la paura, scoprirla nei risvolti impensabili della vita. Perché pensare queste cose, perché scriverle? A te lettore chiedo questo; ci sono dei momenti, che il mio cuore si immalinconisce e tutto diventa estremamente faticoso, preso nel sottile giuoco di non sapere più il motivo. Allora, allora ti chiedo, così, quasi ”stupefatto, perché dove è giunto quel mondo che mi ha lasciato indietro, quel mondo che sembrava non dovesse mai finire, quella possibilità della vita, quel sigillo della tua vita la parola scritta. Essa doveva identifi­carti, dare un senso a tutto quello che si muove, dare un senso a me che sto scrivendo. Dove mi sono ”perso, perché ciò accadesse, perché ho incontrato un altro percosso che mi ha allontanato dalla mia vita. E quando la parola ti sembra divenuta nemica, lon­tana diventa difficile per noi continuare. (Cancellare, capita che si abbia la necessita fisiologica di cancellare, di tornare indietro forse, d’ingannare la nostra viltà di raccontarci. Tutto sembra difficile da dire, non si è liberi, per questo la paura ci sorprende, non si ha il coraggio di dire tutto fino in fondo.) Chi sono? Quando è scop­piata la mia femminilità, ero tra le braccia di un uomo per la prima volta, ma il desiderio di appartenere a qualcuno, di sentire ciò fisicamente era sempre stato nei miei desideri più profondi, ho trovato per la prima volta l’armonia delle mie emozioni; ac­corgersi del significato di essere amata, trovarlo lì dove avevi sempre pensato che fosse. Prima eri esistito solo tu Armando, ed io ero stata dentro di te sconosciuta, forse lontana.

Ho sempre cercato tra le braccia di una donna quella femmini­lità che solo tu hai, quell’appagamento dei pensieri e delle emo­zioni che spesso ci fanno perdere in un ignoto. Sono stato felice quando ti ho scoperta e spero che colui a cui hai affidato queste parole, sia consapevole di cosa significhi questa gioia. Forse non ho più un’identità, o forse la scopro soltanto ora, mi improvviso reale solo ora, che ti ho scoperta tra le braccia delle donne che ho amato, che ho capito di averti sempre avuta.

Sono Armando La Rochelle: l’uomo e la donna, sono colui che è appartenuto a due mondi senza conoscere mai il suo. Ci vorreb­bero parole più belle per dire quello che sono, ma sono queste le parole vere per sentire quello che è la realtà. Sono uno scrittore commosso dalla sua ritrovata lealtà alla verità, dalla sua totale possibilità d’invenzione. Ora finalmente siamo solo te ed io let­tore. Tutto il tuo vero che ho dentro di me non hai più motivo di negare. Io non appartengo più a nessun uomo e a nessuna donna; ora io sono, solo, alla ricerca di un motivo che mi faccia capire la paura, che si appropri della possibilità di sentire il morire; sco­prirlo nudo e inafferrabile

Ora io esisto nel mio equilibrio nella parola che scrivo, nel ge­sto sorpreso della mia mano. In alcuni momenti sarebbe meglio fermarsi, ma dove giungerebbe senza di noi quel divino sentirsi stanchi. Scrivere senza quello che si chiama ispirazione, forzare la parola, fino a superare il mio essere scrittore, trovare la mia am­bivalenza e superare il pregiudizio dirsi fino in fondo. Hai da leg­gere ancora ed io penso che in questo momento sono seduto ac­canto a te e ti osservo; guardando il tuo volto cerco di scoprire quello che tu pensi nel mondo nascosto dove i pensieri non sono tuoi.

Non voglio essere leggibile, voglio essere vero, altrimenti dove finirebbe quello che io dico di scrivere

Guardo attraverso la finestra e mi sembra di trovare un mondo fermo, immobile, come la mia incapacità a raccontarmi. Alcune volte in un quadro scopro tutto il mondo delle mie immagina­zioni, tutto il coraggio perso che debbo ritrovare. Mentre scrivo sono in lotta con le parole, mi accorgo che si ripetono sempre le stesse e vorrei che fossero di meno; vorrei poche parole che rag­giungessero infinite combinazioni. Cerco un linguaggio povero estremamente povero, ma non sono ancora così bravo; basterebbe ripetere in sequenza una frase e alla frase successiva apportarvi leggere variazioni. Basterebbe in sequenza una frase e alla frase apportarvi variazioni, ripeterle leggere successive. Leggere frasi apportano variazioni…

Cerco di sfuggire al mio compito, eludo fin anche la mia co­scienza, ma non posso rifiutarmi alle parole, per quanto io le esperimenti sono la sola possibilità, l’unico equilibrio, la ricerca verso un’etica. Ma non succede niente in queste mie parole, spe­rimento solo la capacità di annoiarti. Vorrei solo una parola che enunci quello che io voglio confessare, camminare con essa, ma avvolgerla di tante altre, non avere il coraggio di scriverla. Che sia diventato autistico, dentro esse. Mi sto perdendo devo riportale alla luce

Scrivo senza sapere quando arriverò alla confessione dell’ul­tima riga. vado avanti leggendo solo l’ultima parola; parola dopo parola riuscirò a dirti

Armando quel giorno non voleva uscire, ma aveva ricevuto una telefonata da Invenzione:

«Pronto?»

«Salve Armando sono Invenzione, dobbiamo incontrarci, aspettami alla solita ora al caffè Ricordo»

La rapidità di scrivere non quello che si dice, ma ciò che neces­sità alla scrittura.

Ero seduto da non più di dieci minuti, avevo già ordinato un latte caldo e ora il cameriere si apprestava a servirmelo; vidi at­traverso il vetro della porta d’ingresso, la sagoma di una persona: la riconobbi prima che aprisse la porta: era il mio amico inven­zione; entrò, si guardò intorno in cerca del mio tavolo; quando mi vide proruppe in un sorriso e venne verso di me.

— Salve! Mi disse mentre si sedeva.

— Ben arrivato, Invenzione!

— È molto che aspetti. (Questa frase è molto comune. Quando si scrive si cerca sempre che i personaggi non dicano qualcosa di scontato, prevedibile; ma spesso è anche importante lasciare che il personaggio non viva esclusivamente delle invenzioni dello scrittore, ma di ciò che la realtà impone.)

— Non molto, ho ordinato senza aspettarti.

— Hai fatto molto bene. Sai mentre giungevo qui ho incontrato un mio amico; questo mio amico è un deluso della giustizia; ma deluso dalla sua idea di giustizia. Ha un concetto alto della giusti­zia, etico. Ma la giustizia umana non ha questa possibilità; la giu­stizia dell’uomo è valida quando è ricerca verso l’obiettività; ri­cerca che persegue un fine che non gli e possibile raggiungere, giacché assoluto. L’unica possibilità è quella della ricerca di re­sponsabilità attraverso un codice di comportamento, che per la maggior parte delle volte, non è stato mai scelto dalle vittime. La giustizia, forse non è altro che la capacità di umanizzare la re­sponsabilità. Questo mio amico è giunto ad una conclusione ci­nica; secondo lui gli avvocati si dividono in tre categorie: i puro­sangue, buoni cavalli e i somari, ma tutto ciò credo sia irrilevante.

— Quando ho ricevuto la tua telefonata, ho pensato: “Ecco che ci risiamo, vorrà sicuramente un’altra possibilità.”

— In effetti è proprio così, ho una storia interessante da raccon­tarti, ne potrai fare ciò che vuoi, ma sono certo che ti interesserà.

— Sai che già sono dentro una storia; chiamala vita libro, come vuoi, comunque conosci la mia situazione.

I due protagonisti iniziano a parlare. Sono immersi nei loro ri­cordi, e io che li sto ascoltando mi chiedo: perché tutti questi ri­cordi per poi dire qualcosa che non ha molto a che scrivere con i ricordi, perché non iniziare un discorso senza premesse. Verità a sbalzi collegata tra essa solo da quello che c’è nei pensieri di un let­tore, tra una parola letta e l’altra…

 

C’è una musicA non ricordo quale, che mi ricorda un altro momento della mia vita. Sono proprio smemorato

 

Tutto è determinato dai nostri motivi di paura. Forse l’unico modo per cambiare è che cambino le paure.

 

I rapporti di sangue certe volte sono un’illusione, ciò che de­termina la qualità di un rapporto è il valore” della cultura.

 

Vorrei essere più generoso; forse è perché lo sono stato troppo

 

Troppo spesso la parola: credo, non vuole dire affatto: credo

 

Che vuol dire: “Oggi c’è posta?”

 

Ti annuso!

 

Quel delitto che è il senso di colpa, l’impossibilita di essere ciò che le convinzioni della propria mente esprimono nella diafana esistenza dei pensieri. Un corpo che non si ribella, ma che sempli­cemente non conosce; valori diversi di conoscenza, in un’unica persona. Due individui che appartengono alla stessa paura; due risposte spesso in conflitto, che non sanno quel che debbono fare: azioni.

Spesso mi sento spossessato di me stesso, sento la bellezza di un possibile intendimento, intendimento che vieni vanificato da ogni mia azione. Certe volte è così forte il richiamo del peccato, da non apparirmi più tale, come se si trasformasse in un’azione dai significati reconditi. Profondamente turbato non mi resta altro da fare che compiere  questi peccati. È una forza che agisce dentro di me, la convinzione pugnace che tutto quello che posso fare è ca­dere, pur sapendo.

Perché? Perché questa stessa forza che mi tira nel peccato, mi crea gli scrupoli; il tenue senso di colpa. Come per dirmi che quel che faccio lo devo fare, ma al contempo, potrei non farlo, non devo farlo. Ma è solo un peccato fatto d’azioni di una umanità, che è soltanto diversa. Troppo spesso confondiamo il peccato con l’opportunità della diversità, forse è questo che anche io faccio. Quel sentirmi colpevole è la sensazione, la paura di non avere più la consensualità di una umanità a cui credevo di appartenere, nel ritrovarmi in una diversità. Questo senso di colpa è la conse­guenza, no di aver tradito, ma la nemesi che questo ipotetico tra­dimento potrebbe generare

 

Non faccio nulla, mi perdo attraverso i passi di essere un po’ donna e un po’ uomo, ma nel non sentirmi nulla. La stanchezza è ciò che prende tutto, tutto quello che uno vorrebbe fare ma che non ha il coraggio di pensare

 

Mi aspetto attraverso un mondo di desideri. In quella futilità che si specchia dove non c’è nulla che ricordi il mio perché. In questo mio caos guardo oltre il tempo, accetto il mio presente…

 

Vado a teatro, questa sera reciterò per la prima volta con un pubblico, sono forse un attore?

 

 

Tra un po' sarò seduto, lì sulla scena, solo su quel di­vano. Quando mi hanno chiamato per me è stata come una rive­lazione, come scoprire che esistevo: avrei recitato dinanzi a un pubblico, un pubblico di persone diverse da quelle che avevano sempre as­sistito ai miei spettacoli. Un pubblico dove ci sono anche dei normali; persone che vivono con un’altra donna, che con essa fanno dei figli.

La mia altra donna sono io: mi chiamo Armando La Rochelle, un uomo e una donna; io sono più affezionato alla donna, forse perché per me è stata una scoperta, un incontro cercato per tanto tempo. Quando il regista mi ha chiamata per dirmi se volevo re­citare nella sua pièce, prima di rispondere sì o no, ho chiesto per­ché io? Mi ha risposto che cercavano uno che sapesse re­citare, ma che avesse un corpo come il mio; un corpo di donna e di uomo insieme e che fosse consapevole nella pro­pria mente di tale am­bivalenza.

Tra un po' il sipario si aprirà, e mi vedranno seduta su un di­vano: nuda! ma subito non capiranno vedranno solo i miei seni, poi  verrà il mo­mento che mi alzerò in piedi, e tutto il corpo sarà visibile; in quel momento in una posa pudica il mio corpo di uomo si mostrerà insieme a quello di donna: nudi per la prima volta, guardati da tutti. Poi mi rivolgerò al pubblico come ad uno specchio, sarò il suo specchio. Chissà se domani si parlerà di que­sta strana prima, per il mio corpo o per la mia recitazione; quali saranno le indignazioni. Voglio che si parli di lui di lei e della sua arte, di come i personaggi: uomini donne, si siano incontrati, in un unico corpo, unica mente, ma abbiano parlato ognuno con il loro sentire. Chissà domani sui giornali come mi chiameranno maschio o femmi­nina; forse dovrei chiamarmi Andrea.

Quando guardo la scena dalle quinte, non riesco ad immagi­narmi lì sul palco dove sarò tra un po', dove inizierò con la mia voce a essere luoghi e persone diverse, ma che attraverso me, sono solo il ricordo della loro differenza; attraverso il mio corpo, la mia anima, saranno un'unica persona che parlerà a questo pubblico, un unico essere.

Sento che mi chiamano, hanno bussato al mio camerino: «Avanti!»

«Armando, sei pronta, è quasi ora cinque minuti all'inizio.»

È lui, il mio regista che è venuto a farmi gli auguri, a dirmi di essere tranquilla, che tutto andrà bene.

«Andrea abbracciami… così tienimi un poco stretta.»

«Tranquilla.»

Ecco sono seduto, su questo divano e tra un po' il sipario si aprirà. Ho voluto che i libri della scenografia, fossero veri, per non sentirmi completamente sola, qui, sulla scena.

È iniziata la musica: "trio pour piano, violet et violon­celle'" di Maurice Ravel. Guardo un'ultima volta le quinte, e vedo tutti che mi fanno segno di essere tranquilla. Il si­pario si apre, il pub­blico applaude; ora devo "iniziare". La musica cessa, tutto è nel si­lenzio, poi la mia voce.

 

Parlare di me attraverso il tenue ricamo di un ricordo. Ricordare la mia immagine che osservo nei miei quotidiano gesti. Vorrei "sentire" sempre il senso accadermi.

È così che mi rammentavo in quel momento, lo stesso di ogni ricordo; per questo ora mi dico quel che mi accadde e che mi sta accadendo. Cerco in me lo spunto che mi permetta di al­zarmi in volo; è imminente il precipizio e come un uc­cello mi sento vi­cina all'orlo del vuoto. Cerco il pensiero la pa­rola per aprire le mie ali ed abbracciare l'aria di questo mio effemeride guardarmi. Dover dimenticare per vi­vere il mio ricordo.

Mi guardo allo specchio e mi chiamo.

 

«Ecco ora devo alzarmi e tutti mi vedranno, dissimulare il mio corpo, mostrarlo; mi alzo cercando di pensare che tutto è naturale. Il silenzio ha inghiottito tutto, fin dentro i pensieri di un unico spettatore; solo al mio corpo è rimasta voce, solo la sua voce è udibile. Guardo le quinte, Andrea mi fa cenno di continuare.»

 

Nei momenti di alcune giornate, guardo fuori, attra­verso i miei sogni. tutto si svolge come sempre, ma io rimango ad osser­vare nell'attesa di cogliere uno sguardo, un gesto, qualcosa che sia fermo nel tempo: la stabilità di un attimo, cogliere questo mo­mento inafferra­bile nella vita degli altri, mi ricorda la mia spe­ranza. Vedere quel muo­versi, la mia ricerca di un attimo… mi porta via nei pen­sieri. Guardo fuori attraverso i miei sogni ad oc­chi aperti e mi accorgo che sto desiderando ciò che ri­cordo. In re­altà i miei sogni non sono altro che ricordi, forse emozioni co­struite nel mio vivere. Sogno accadimenti nuovi, ma per ri­vivere le emozioni già vissute. E se tutta la nostra vita non fosse altro che la ricerca delle emo­zioni, la riscoperta di quelle emozioni, perse nell'intimità più profonda dell'essere umano?

Ho biso­gno di sicu­rezze, che nessuno può darmi e mi trovo così a disagio nel cer­carle dentro me stessa. Ho così voglia di vivere che fermami a riflet­tere è una perdita di tempo. Sono piena di energia empirica e vor­rei che tutta questa energia, io abbia la for­tuna di trasformarla in gioia. È giusto che viva come vivo? Ma è l’unica vita che mi appartiene.

Essere bella, mi dedico sempre degli sguardi attraverso i miei specchi, atten­zioni, accendo dentro di me i ricordi. volersi bene e di questo esser felice. Penso spesso a quello che mi dico e rido di gioia quando mi vedo in ciò che mi succede. Sono con gli altri che mi guardano stupiti, mentre io rido durante i loro discorsi, modi, che sembrano seri e mi ri­cordo di quel che mi son detto. Ed ora è lì davanti a me che sta acca­dendo, ed io sono felice, felice dell’amore. Mi sento se­rena quando mi parlo. Non ho una ma­dre, né un fratello, né un'amica. L'amore che mi lega a me è quello dei sorrisi dei gesti e dei respiri. Alcune volte senza che me ne accorga mi guardo allo specchio, ma non per ve­dere come mi muovo i miei gesti, ma perché ho voglia di uno sguar­do. Mi guardo per prendere l'attimo in cui i miei occhi ac­colgono me e mi sento così vicina, sento la gioia la tene­rezza di cui sono capace. Bella.

Quanto respiro vorrei dentro gli occhi, come una venere piena d'anima.

Quel giorno, quando ho aperto me stessa e mi sono conosciuta, ho percepito i pensieri più emozio­nanti. Ricordo…

 

Sto piangendo ma forse, le lacrime, sono i desi­deri che si ricordano.

 

…E d'improvviso sentii il mio primo sorriso. Ricordo l'emo­zione del mio respiro, la gioia di scoprirmi, la for­tuna di trovarmi. Mi chiesi: Ora conosco?

 

Sentivo quello che sempre avevo saputo di essere, scoprivo la mia identità che lentamente giungeva a me da un mondo, sol­tanto lontano, sentivo le mie voci e le riscoprivo nei momenti di una vita intera, trascorsa senza saperlo.

 

Mi sono conosciuta nello specchio. In questo posto, mi fermo ap­pena in tempo. Il mio viso si guarda riflesso nel vetro… Faccio un passo indietro per vedermi meglio.

 

Sono entrato dentro me stesso, ospi­tato come un pensiero che incontra se stesso. Ospite di me stesso.

                                

In quella giornata non usuale, carica, culminante; decisi di muovermi, di capire il mio corpo. Viaggiai, entrai qui, dentro me.

                  

Quando sono entrato mi sono sentito, ho provato il mio tempo!

                              

È accaduto così. Senza più radici.

                                                      

"Ho letto un libro."                                 

 

Quanti pensieri in ogni parola e quante parole in ognuno di noi. Ma quante di queste parole possiamo realmente vi­vere. Quali parole riusciamo realmente a capire? Ne baste­rebbe una e tutte le altre si svelerebbero in ogni pensiero, emozione. L'esperienza di leggere un libro sembra così co­mune, come ogni storia, invece penso che l'esperienza della lettura sia così poco cono­sciuta. Quanti sentono: il disagio l'ineluttabi­lità, il ter­mine ultimo della parola. Percepirne l'incapa­cità è il li­mite per riuscire a scrivere e poter confron­tarsi nel leg­gere. Nell'arte dei sensi tutto avviene at­tra­verso essi. Nell'arte della parola il senso è un tramite che non esiste. la parola che apre la porta della coscienza, la pa­rola im­manente nei pensieri…

…Il silenzio, la parola giunge fin lì, dove non esiste più è lì che si genera. ’Il silenzio che ancora non esiste, dove nulla vi è di di­mostrabile: il limite.‘

La parola che raggiunge i pensieri e da lì i sensi. Certe volte mi viene di pensare che il mio sogno sia quello di non aver più bisogno della mia arte. Il bisogno che mi nasce dentro di esprimere l'inesprimibile si palesa in ogni mio gesto artistico e in esso il mio limite, l'insuffi­cienza del simbolo. La sofferenza della ri­cerca nasce da questa consapevolezza non accettata, ma tale capa­cità è il mio vero senso. Tutta l'arte legata ai sensi termina nell’analogia. La parola non può non ac­cettare la consapevolezza del proprio limite, e se in tutte le altre arti c'è il limite del simbolo, nella parola è il limite del pensiero, solo vi­vendola così ho la sua pienezza. L'eterna lotta della consa­pevolezza mi porta sia che lo rifiuti o no verso un mondo di paura, paura che assume di volta in volta volti diversi a secondo dei mecca­nismi che ho dimenticato, a secondo del livello che ho nel ri­fiuto del limite, il rifiuto di ricordare “di cosa morii

…La morte!

L'incerto pensiero tutto nasce lì. La morte come perno co­stante della mia vita. Limite invalicabile e pure sol­tanto in questo estremo tentativo, compresa. Tutto è morte; nella vita tutto si cerca attraverso di essa. Vivo nella più assoluta incertezza e nell'agire della mia quotidia­nità il bisogno di trovare, perlo­meno cercare un momento di tranquillità: L'apparente certezza; giacché ogni certezza che costruisco è la fuga per dimenticare la mia incertezza, placare per un po' la paura di aver sco­perto di essere un es­sere a termine in un mondo senza fine, senza coscienza.

                                

La mia morte è innegabile ed ogni agire con cui cerco di affer­mare il contrario lo conferma. La morte il mio confronto estremo, l'u­nica certezza. L'unica certezza dell'esistenza è la prova "concreta" dell'assoluta mia incertezza. Quale estrema ten­sione è la mia vita nel placare la ri­cerca, il mio bisogno psicologico. Tutta l'ansia di vivere in un confronto im­pari con la morte. Nasco dove muoio, "dall'incerta consa­pevolezza" della mia fine.

 

La mia vita biologica acquista la sua finitezza attra­verso la consapevolezza. So che la biologia che mi permette di esistere è transitoria e agisce come ogni sicurezza umana, ha termine nella fine nella morte; nella trasformazione della compiutezza del mio non più essere. Non solo la biologia, ma ogni desiderio è la costruzione di sicurezza, di pace psicologica col pensiero della morte. Una pace che si trasforma spesso in guerra, quando si ac­canisce nel negare l'innegabile. "Io" ho la consapevo­lezza della marginalità della biologia che mi permette di esistere. Ma non ac­cetto ciò, come mi pongo, confronto con questo dato di fatto vo­lendolo negare; in nessun altro modo che sfidando la morte. Vado contro la biologia che mi permette di esistere, in questo modo nego che la biologia di cui vivo abbia fine ed io con essa, non accetto il mio stato nella natura, faccio qualcosa che nega la realtà: la morte. Proprio ciò non fa altro che confermarla, si dimo­stra innegabile, ogni negazione di ciò che è innegabile è la suo af­fermazione; la morte è l'unica essenza innegabile, la mia certezza!

Mi chiedo "io" se voglio avere la certezza, l'unica cer­tezza, sono costretta ad uccidermi; il suicidio è l'unica cosa che mi rimane?

Ma il suicidio non mi rende certa, il suicidio non mi dà la morte ma la sua negazione. "Io" mi uccido perché ogni mia ricerca di convivere con la consapevolezza di essere "biologicamente finito" non ha placato la mia ansia psicologia, la mia paura. Questa paura che non avverto ormai più nella sua purezza, ma attraverso la sublimazione culturale. sono malato di paura. Dietro ad ogni cer­tezza perduta c'è la mia resurrezione o la mia morte. "Io" mi uccido perché non ho più il coraggio di riconoscere di essere limitato, una per­sona che morirà. Non accetto questo a tal punto da negarlo con l'atto più forte, estremo che ho: il suicidio. Il paradosso si compie nell’estremo dramma, ultima illusione, nego la morte mo­rendo.

Non ho via di scampo è la morte che vince. È una partita senza avversario… 

Accettare la morte è l'unica possibilità della mia esistenza, vivo con la consapevolezza di morire, ho la consapevolezza che ogni altro es­sere umano muore. Mi chiedo questo modo di pormi nei con­fronti degli altri cos’è?

Tutto nasce dalla morte, ogni azione del mio vivere quoti­diano è motivato dal bisogno che ho di superare la paura primordiale, nata nell'istante in cui io ho preso consapevo­lezza della morte e in essa di tutta la mia in­certezza. La morte è l'unica certezza che ho, ma in essa è anche racchiusa tutta l'in­certezza. Ora il grado di consapevolezza che ho della morte è va­riabile: minore è la consapevolezza della morte maggiore sarà il mio bisogno di surrogare "l'incertezza la paura" con la sicurezza cultu­rale. La cultura non è altro che questo, l'uomo nasce come produttore di cultura prima della sua nascita, nell'arche­tipo ri­cordo della sua morte, di questa sua primordiale scissione. L'unica repressione biologica da cui nasce la cultura è quella di non voler ri­cordare la morte. Il nichi­lismo cos'è? Il nichilismo è l'on­nipotenza dell'essere umano, ogni cultura che nega la morte l'afferma. Nel negare la morte l'uomo costruisce culture che eleva a certezze asso­lute, ma ogni certezza assoluta creata da un essere che muore nega tutte le altre. In ogni cultura c'è la ricchezza per aver placato la paura della morte, ma la cultura è ma­lata quando non accetta il proprio limite la proprie fine, la propria morte. Nell'essere ciò nega tutte le altre giac­ché nelle altre culture non vede la conoscenza, ma il suo contrario, vede un avversario che rimette in di­scussione le certezze, il risveglio della paura. E questo strano orgoglio, perdita di umiltà di non voler rico­noscere di aver paura, porta alla negazione di ogni altro pensiero umano, ci si perde nel sen­tirsi immortali; prigionieri della paura di morire, inca­paci di accettare la propria fine. Questo atteggiamento culturale è il ni­chilismo. Quando "io" essere umano nego con le mie "sicu­rezze" la possibilità ad altri di trovarne delle proprie. Siamo tutti malati ma lo siamo di più quando le sicu­rezze non sono in armonia con quelle degli altri.

                              

Nasciamo per essere morti; questa consapevolezza mi get­ta nello sconforto assoluto, eppure è l'unico mezzo di compren­sione che ho.

Penso all'animale che vive nell'armonia assoluta con la sua realtà bio­logica, come se questa scissione con la morte non sia mai avve­nuta nella sua inconsapevolezza. Non vi è nessuna differenza tra "la negazione della morte e l'accet­tazione della morte, tra il ne­gare di vivere e l'accettare di vivere." L'animale si spegne non avendo mai dimenticato.

Quante guerre conflitti nella storia degli uomini e di ogni uomo. Ma di quanto perdono c'è bisogno per placarci, di quanta compassione verso ognuno di noi. Come si può condan­nare chi ha paura. Pentirsi in ogni senso assoluto, di ogni istinto di orgoglio; di ogni volta che si agisce pensando: "Io non morirò". Ma perdonarsi nella compassione di un Dio che io non conosco per aver dimenticato ciò. Io atea nella mia sofferenza cerco la comprensione della mia co­scienza, nel gemito sofferente nella consapevolezza della mia fine. Come pormi di fronte a Dio, sia che esista o che non esista?

 

Forse nell'oggettività della morte nulla cambia. Un ateo o un cristiano sono la medesima realtà. "Ogni agire è la pla­cida con­ferma della fine.

                              

 Chi sono io un ateo, o un cristiano? Credere nell'uomo, confidare nelle sue risorse; ma non accusarlo di onnipotenza. Credere in un uomo che muore; che attraverso la morte scopre il limite di tutti gli esseri. Il dramma di sentire in ogni respiro la propria fine, senza nessun riparo dal freddo di un esistenza im­mensa nella sua solitudine. Aiutarsi nell'uomo, tranquillizzare la paura guardandosi so­lidali; essere in ogni uomo, nella sua epifanica pace. Sapere di avere perso la certezza, in un tempo, luogo, lontano nelle profondità della memoria umana. Nulla ci ri­porta alla certezza; come il nulla ci è indimostrabile. Ateo credo nel nulla ma solo con la fede posso dimostrare che il nulla esiste. Nella morte voglio ve­dere la fine, in realtà vedo solo la morte; anch'io nella presunzione della concre­tezza della vita vivo l'illu­sione di tutti gli altri; non mi accorgo di avere fede credendo in un concetto immaginato: il nulla! L'unica atea certezza è la morte, la mia paura d'essa, la voglia di vincerla. Mi acca­nisco con ogni mio pensiero per negare la sua esistenza, ma scopro solo la fine del pensiero. Confondo la vittoria con dei brevi ritardi, rat­toppi in un corpo; spesso la mia arro­ganza trasforma que­sti umili aiuti nella vana ricerca di on­nipotenza e con essa, nasce la paura di un altro: la tiran­nia. Supplicare le proprie angosce scoprirle in tutti e cosi trovarmi solo per­dendo l'illusione di essere l'unico a sof­frire; di germinare quei batteri di sofferenza che immagi­navo essere solo mia. Scoprirmi uno tra i tanti riconoscere di essere stato un folle nel sentirmi meno impaurito di tutti. E ora che sono in fondo a me stesso scopro tutta la paura esplodermi e divampare dentro di me, ora, mi accorgo di voler essere, deside­rare di appartenere all'ultimo me stesso. Mi rendo conto che tutto il mondo è impaurito come me, che tutta la morte è la morte e ba­sta. Cerco l'essere, in ogni suo grido, ma non voglio più gridare con lui , voglio solo par­lare, voglio solo stendere la mia mano e dire: guardami, guar­dami, non ho nulla da darti nulla da proporti, solo di par­lare parlare con me tra noi, cautamente pensare e, tranquil­lamente poter smettere di pensare, umil­mente capirne la fine. Dare a noi stessi la possibilità di avere un po' meno paura, capirsi, avere quella perspicacia empatica che mi fa essere sicuro nella tua sicurezza e che la mia sicurezza sia la tua.

 Ora che mi scopro ateo mi placo e guardo ogni uomo come me stesso; accetto il limite di ogni essere e non parlo del nulla, non mi riguarda non lo conosco non è concreto. Concreto è l'uomo e l'uomo non è quel che dice di essere ma quasi sempre è quel che è. Concreta è la morte concreta è la vita che vi è in essa. C’è stato un tempo in cui mi sono sentito ciò che non ero, ingannavo per essere più sicuro. Avevo il mio potere, ne ho voluto sempre di più, di più non credevo in nes­sun uomo se non in me stesso, io ero la mi­sura di tutto. Toglievo sicurezze le rubavo ad ogni altro essere, la­sciandogli solo il bisogno, la paura; solo così sapevo confrontarmi con il mondo, con gli altri. La paura primordiale cresceva, dentro me e lottavo per non morire …la paura di sapere di morire c'è sempre. Nascono i pensieri con essi le culture, attraverso le cul­ture della morte si dimentica di morire. Ogni cultura diventa cer­tezza, ma la paura c'è sem­pre e la certezza non basta mai. Altre certezze, altre cul­ture, potenziali rivali alla propria sicurezza. Ogni indivi­duo è una certezza che si è costruito o appartiene ad una cultura. Ogni pensiero che non rientra nei suoi pensieri è un antagonista per lui; ogni uomo ha un'illusione che crede di essere certa; ogni uomo combatte con il suo prossimo; Ogni uomo muore credendo di non morire. Basta ora voglio es­sere ateo, ca­pirmi e capire; non aver paura di avere paura, di non sentirsi si­curi e ac­cettare di non esserlo, di non credere nell'assoluto giacché non è concreto. Ogni assoluto non è parte della morte di cui siamo com­ponenti essenziali. Accettare il limite dell'uomo e in esso guardarmi e guardare gli uomini. Non più negare la morte ma smettere di averne paura e conciliarsi con la vita. Che ogni sicurezza mi sia in armonia con la vita e, non con la nega­zione della morte. Che i miei simboli siano null'altro che il mio pensare, il mio pensare il mio essere il mio essere il mio agire. Che i simboli muoiano attraverso il mio capire gli altri.

                              

Ora il tempo tenue e silenzioso si svolge nella suA com­pulsiva esistenza, in brevi istanti in apparenza mutevoli. La lotta per elu­dere un magnete così potente da far finire ogni con­flitto. Lì dove tutto sembra muoversi il tempo è fermo, come tutto ciò che sta nella sua origine, nella sua fine ritorna.

Ché in ogni conclusione c'è il perché dell'origine, lo svol­gersi che c'è in mezzo è l'illusione del tempo. La coe­renza con il fine è già il fine realizzato. Il volere rag­giungere sfalsa la coerenza e può degenerare nella fine stessa della coerenza, nella negazione stessa del fine; che in apparenza raggiunto ci mostra l'agire autentico del no­stro passato, tutti i nostri infausti mezzi.

                              

Riuscire a cauterizzare il tempo è già sufficiente; in que­sto compito mi imbatto in me stessa, muovo i miei pen­sieri, muo­vendomi a loro volta. Cerco di superare i momenti di paura sco­prendoli e svelandoli a me stessa. Sono atea e già dirlo mi fa dubi­tare di me stessa; ho afferrato le pa­gine del vangelo e pure mi ci sono ritrovata nelle mie con­clu­sioni; ho guardato Cristo e non ho potuto che amarlo chie­dendogli il perché. Il compito della croce si è perso, die­tro ai ricordi di Dio. Dietro a chi con la sua modesta memo­ria immagina Dio chiuso nella sua religione. Le reli­gioni non sono altro che il ricordo confuso di Dio, e quando la paura dell'uomo si insinua in loro, la verità che custo­di­scono nel loro più umile ricordo svanisce, il bisogno di Dio si trasforma nel suo opposto e le certezze in olocausti. Ho immaginato l'uomo nel suo lontano paradiso, abbandonare Dio, quel Dio di certezza e scoprire la morte, (scelta) la na­scita della propria paura. (dimenticata) Pensato a Caino ma­lato d'invidia, che sente la paura tormentarlo nel pensare ad Abele che accetta la propria sorte, che placa la sua an­sia. Caino guarda Abele e non accetta quel che “sono”, nega la tranquillità del fratello negandola a se stesso. Uccide l'altro spe­rando che più nessuno gli ricordi la realtà, che lui possa vivere delle sue certezze. Ma il pensiero nel suo limite torna a tormen­tarlo; torna la paura; solo, è lui stesso il suo nemico. Dall'alto di una torre ho immaginato l'essere umano in affannoso ritorno a Dio, con tale ansia che nell'impossibilità di ognuno di tornare dove l'origine è, iniziare a parlare tutti la lingua di nessuno. Ogni essere nella propria certezza, immaginando Dio ha dimenticato ciò che l'essere umano è. La storia torna a compiersi ogni volta. Ho visto in un vecchio libro l'essere umano inumano, nominare e gloriarsi di Dio. Ho pensato a Dio Disperato or­mai nei suoi ten­tativi di far vedere l'essere a l'essere umano, mostrandogli la propria inumanità. Ma l'umano ha im­maginato Dio a volerla. E la fatica di Dio di oggettivizzare la vita umana si è persa nella paura. Io non so di Dio che quel che i miei dubbi sulla vita mi di­cono, ma ogni pensiero di Dio è vicino al mio essere atea, all'es­sere umano. Penso a Gesù in croce solo per essere stato se stesso, per aver detto al mondo di essere gli unii negli altri, di essere li­beri di amare non avere più paura. È stato ucciso perché ri­met­teva in discussione ogni certezza umana. È lo specchio di tutto il nostro limite. Ha chiesto all'uomo di accettare la vita, di non chiedere conto del nulla che non può sapere e del tutto che non può capire. Accettare la morte, che tanto finisce, anch'essa nella vita; ha chiesto solo di credergli, semplicemente riconoscendo quel che siamo, che moriamo. Per questo è morto; non ha fatto nulla di male e tutto il male dell'essere umano si è scagliato con­tro di lui. Ha preso su di sé tutti i peccati dell'umanità. Che sono, quali sono i peccati se non "la paura". Ha accettato tutto ha subito, tutto il nostro negare la morte che lui ci ha ricordato. Ucciso dalla nostra paura. L'umanità intera ha dimenticato, e non perdona Dio di ricordarglielo. Le religioni spesso non accettano il proprio essere umanità, trasformano Dio non nella misura dei propri li­miti, ma i limiti vengono trasfor­mati nella misura di Dio. Dicono che morto in croce sia poi risorto. Ci ha detto che basta avere fede, ma che avere fede non è credere, ma credere è accettare la vita. Basta vivere in ogni azione il coraggio della propria sorte, vivere in armonia con tutta la morte della vita. Lui ha vinto la morte. Io umile essere non so se questo sia vero e il mio essere atea mi pone in accordo con il pensiero di non poter sapere quello che non so; di prendere atto di un evento che non posso né negare né affermare, del pensiero che non posso conoscere. Ma è indubbio che Cristo con la sua azione sia uno specchio indeformabile per noi. Perché ogni altra azione ispirata dal suo agire produce gli stessi effetti. L'azione di Cristo ci ha liberati dall'angoscia del giu­dizio spingen­doci verso la conoscenza, Cristo ha distrutto la fatica delle sicurezze simboliche, non negandole, giacché l'uomo non ha pensiero senza di esse, ma avvicinando il simbolo alla realtà, negandogli l'effetto illusorio, riducendo il rito all'essenziale; alla fine di ogni tradizione oppres­siva. L'agire di Cristo pone l'uomo dinanzi alla scelta di interpretare l'esistenza nella sua globalità, nell'umanità della morte. Agire credendo in Cristo o nell'essere umano, la cosa non cambia, la morte è la stessa e la soluzione an­che. Se credessi direi che Gesù è stato l'estremo tentativo di Dio affinché noi riuscissimo a scoprire quel che siamo e scegliere l'uomo o la sua negazione. L'amore è la cura che ci ha mostrato Gesù. Da Atea non posso che riconoscere l'og­gettivizzazione dell'umanità attraverso l'azione di quest'uomo. Il richiamo alla responsabilità della vita.

 

Faccio una pausa, penso un attimo, poi continuo.

                                

È così difficile capire l'amore, un termine assoluto. Dio a posto in chi crede la fede come unica possibilità di com­prensione e nes­suno, nessuno è né infallibile né fallibile. Gesù ha fondato la sua chiesa sulla fede di Pietro, lo stesso Pietro che lo ha rinnegato; Pietro che poi ha sco­perto l'infinita compassione di Dio accet­tando la propria debolezza, ricordando al canto del gallo quello che lui era sicuro di non essere. In ogni uomo può avvenire la scoperta di Pietro ed è lì la chiesa. Nessuno è infallibile, al di fuori di Dio. Nessun essere umano ha vinto la morte, nessuno può dare la morte. Tutto serve alla vita nulla è inutile.

 

“Guardo la platea e continuo a parlare.”                             

 

"Io" penso che il genere umano si divida, tra chi crede nei miti e chi crede in Dio. Chi crede nei miti vive delle sue proiezioni ha un concetto dell'esistenza, dell'altro esclusivamente soggettivo; la vita come sviluppo egocen­trico. In ogni mito, dai genitori all'amico, la moglie, a dio che diventa il proprio dio, sono parti di se stesso che acquisiscono nomi diversi. Questo essere finisce con sé, in lui tornano gli dei dell'olimpo, il perché l'uomo ha inven­tato gli dei. Ma l'essere è lo sviluppo dell'essere umano, l'emancipa­zione dagli dei, la distinzione tra la percezione soggettiva e quella oggettiva. La nascita di Dio. Credere in Dio comporta la negazione delle proprie proiezioni pone il limite a noi stessi, l'altro è altro da noi. Credere nei miti significa assolutiz­zare il proprio pensiero, significa aver raggiunto il Logos L'episteme nell'egocentrismo della propria esistenza. È rin­negare la saggezza socratica, di sapere di non sapere. È il diniego stesso della filosofia. Nel momento che l'essere umano si stacca dai miti si stacca da se stesso, crede in Dio nel confronto, in un’esistenza che non finisce nel pro­prio limite, ma che la consapevolezza del proprio limite è il viaggio verso il logos. Scoprire il termine delle cose, essere consapevoli che il pensiero ha un limite giacché noi stessi la nostra esistenza è epi­logo. Essere in cammino verso la comprensione con il pensiero in empatia è già suf­ficiente. Scoprirsi a scegliere è forse il logos. Io penso e ho come specchio l'assoluto, l'assoluto mi mostra la mia im­possibilità è questo credere in Dio, lo sviluppo dell'ogget­tività.

Dire "io sono morto", è già affermare di essere. Aggiungere qualcosa a "io sono morto" è non sapere chi si è.

 

«Guardo verso la platea e osservo una persona che si sta al­zando; non ho più parole la forza di continuare; guardo il pub­blico in silenzio, e, non lo capisco più: perché?» Grido alla platea senza più memoria.

— Cosa volete da me, perché non dite quello che pensate, mi osservate come un oggetto strano, da identificare; scu­sate se vi af­fatico, se vi costringo a restare seduti solo perché troppo ipocriti per fare quello che sentite. Cosa vo­lete da me, forse la storia di un corpo che si è dibattuto alla ricerca di una identità, perché pensate che io non possa parlare di Dio, che il mio essere non ne sia de­gno. È della vostra d'identità che non sapete nulla, ché non so­spettate la sua vera esistenza. L'identità non è forse il flagello del capire, non è forse quel sentire profondo che ci sfugge ogni volta che affermiamo con tanta sicurezza chi siamo.

Mamma dove sono le tue carezze, dove sei rimasta ad aspet­tarmi, dove sono i tuoi Abbracci, le tue consolazioni. Viviamo un momento in cui le coscienze non appartengono a nessuno, sull'orlo di un precipizio ignoto; tra guerre dove i morti non sono più di nessuno; dove le torture e le razze, distruggono gli ul­timi afflati di un esistenza fatta di com­prensione. I vostri figli muoiono prima di sapere dove si dischiuderà il mondo, dove at­tecchirà la loro tenue consape­volezza. Che importa sapere perché sono così? non è forse vero che pur lo stesso esisto. Sono qui su questo palco per darvi un momento di comprensione, sono qui per cercare non la mia identità, ma l'identità di un personaggio che è tutti noi. Dove ho nascosto la mia vita, ma perché ha questo siete legati; sono un attore, solo questo; un attore che per voi ha una storia più forte della stessa storia che vivo qui! sul palco. Sapete, dovete sapere che io non sono un andro­gino, io sono io, un individuo con la sua storia personale, un essere come tutti voi; con un suo pensiero, le sue emo­zioni e non i pensieri emo­zioni di quelli come me. Chi sono quelli come me forse voi siete come me, voi che vi sentite così diversi da non tollerare neanche che io esista, addi­rittura qui, a rappresentare un vostro dramma. Sì perché qui! ora su questo palcoscenico, non è la mia storia che ha luogo ma la vostra disperazione il vostro non capire, l'in­capa­cità di scoprire perché "Io"! Tutto ha una storia, ma quale storia spiega la storia stessa. Teatranti voi più di me, sono io, qui ad ap­plaudire la vostra scena, a scoprire i vostri disagi, a dire questa è la vostra storia.

Quanti morti ancora in onore di un inganno, quante guerre avete ancora voglia di combattere. Io ho soltanto le carezze di una madre a ricordarmi il disagio di una paura tanto pro­fonda dentro l'essere umano, tanto da stordire ogni mio ri­cordo, nel vuoto di­sagio della nostalgia. Sono solo un attore e cosa volete da me!? Non ho da raccontarvi storie sessuali, del perché io sia così, ma così come, spiegatelo voi a me. Vi sentivo mugugnare mentre re­citavo, sentivo quel leggero tormento che vi procura stare qui ad ascoltarmi. Cosa volete sapere, su! se lo prendo nel culo, chi è stato e quanti anni avevo la prima volta, se ho fatto mai all'amore; amore che dico per quelli come me non è possibile l'amore, se ho mai fatto sesso con una donna; sono queste le cu­riosità morbose che vi passano per la testa, e, nel vostro intimo pensate: come sarà farlo con lei, o lui, io?! Questo pensate; e non vedete qui un attore, non immaginate la storia che rap­presento sulla scena come la nostra storia, ma solo la mia, qualcosa che ha voi non riguarda, lontana dal vostro mondo. Ma già questo l'ho detto, mi ripeto, mi ripeto, vedete non ho nulla da dire, dimen­tico anche le battute; avete ragione sono un pessimo attore, non sono niente altro che me stesso, niente altro che un corpo senza identità; uno stupro dell'a­nima.

Ad un attore ora basterebbe un applauso, io no, non voglio che voi mi applaudiate, ma non voglio neanche che ve ne andiate; voglio da voi attenzione, solo silenziosa attenzione, non voglio più applausi; essi sono per chi recita e io non so più farlo, ho mancato a questo compito; avete ragione ve­dete, non posso essere un attore, perché la mia storia è troppo forte da sopportare finan­che a me.

Volevo raccontarvi una ricerca, storia di un essere senza la sua identità, ma non dovevo essere io quell'essere, ma la consapevo­lezza dentro ognuno di noi. Sono stato una scelta sbagliata, non poteva, non doveva uno come me essere il pro­tagonista, un es­sere che con la sua polimorfa identità, so­vrasta quella di ognuno di voi. Il regista doveva dare la parte a qualcun altro, o qualcun'altra, non a me.

Eravamo così entusiasti di questa idea che abbiamo dimen­ticato di considerare l'elemento più importante per dei tea­tranti: il pub­blico; abbiamo pensato che il pubblico ci avrebbe accettato e capito, siete voi il nostro estremo li­mite e a voi dobbiamo riporre la no­stra esistenza: Vi odio! e soltanto l'oblio dove posso dimenticare è il mio rifugio.

È La prima e già ultima rappresentazione, ma per questa unica volta, unica come ogni volta che il sipario si apre, voglio che mi ascoltiate fino alla fine, che mi lasciate svolgere fino in fondo l'ingrato ruolo che mi è stato dato questa sera; quindi udite con at­tento silenzio, ciò che ri­mane delle parole di un copione già perso, dove il sipario si chiude e dove il vostro silenzio sovrano ne lascia le pa­role.

«Tutto torna nel silenzio, guardo dietro le quinte e vedo Andrea con il copione in mano che mi chiede di continuare. Guardo il pubblico. Inizio a parlare.»

                                

Certe volte nella vita si scopre all'improvviso quello che non s’immagina e la storia che racconto è una scoperta, una mia storia. Spero che tu, lettore o pubblico riesca a trovare un modo per capire.

 

Vivo le difficoltà di tutti quelli, che come me rimettono in di­scussione se stessi e gli altri, senza nulla concedere all'apparenza… Bada pubblico cer­co di darti la mia umanità. Le gioie le sofferenze, la mia vita. Ascolta.

 

“Mi avvicino affinché possano vedermi e sentirmi meglio”

 

Il potere la bellezza di perdere ogni plenitudine nel po­tere. Cosa augurarsi, augurare se non di non avere più biso­gno di po­tere, non incontrarlo più, sia nella sua forma ba­nale, sia nella sua forma più banale. Alcune volte quando conosco una donna le domando: Ti piace guardare il mare? Se comprende la mia do­manda, allora le dico: Può darsi che riu­scirai a guardare anche me. Amare rinunciando a qualsiasi forma di potere che consciamente e inconsciamente abbiamo sull'altro, lasciarlo agire in se stesso fino alla scelta di amare, la capacità in entrambi è l'equilibrio in amore, l'a­more.

La vita è ricerca, ricerca per la comprensione. Io sono stato sempre affascinato da ciò che avviene dentro me. Io vivo l'illusione nelle mie illu­sioni; e come ogni essere umano nasco scisso da me stesso e sono in cerca della mia identità e riesco a curarmi grazie alla cultura  dove creo anche quel che non esiste, un me stesso da cui nascere, un mondo nell'illusione come punto di confronto. Io ho sempre dinanzi uno specchio un confronto inesorabile "me stesso". Non negarmi ma capirmi è l'inizio del mio cammino. Sentite.

 

Narrare un incontro è difficile, spiegare chi si è cosa si pensa in quel momento, ciò che ha reso propizio: il tempo il luogo adatti. Vivevo il desiderio di vivere le emozioni li­beramente, incontrare la persona che ti dà la possibilità di aprirle al mondo. L’incontro e subito guardandola negli occhi l’ho desiderata; sco­prire dentro te lei, avere voglia di amarla. L'avevo sentita parlare, bella. Sento di amarla di averla sempre desiderata. L'emozione ch'è nata in me è forte. Qualcosa d'imprevisto che va ol­tre la mia capacità di scegliere; è una forza che mi attrae ma che non so capire. Ho scoperto le sue labbra: calde mor­bide, la pelle del suo corpo il suo ventre l'umi­dità della sua vagina. L'ho guardata odorata gustata toccata, l'ho udita godere mentre godevo. "I nostri sensi sono pieni di noi"; odo la sua pelle mentre lei guarda il mio sapore, un vortice sine­stetico. L'erotismo oltre l'erotismo, ci siamo sentiti i pensieri l'emozioni i sentimenti. I drammi e le gioie, la globalità della no­stra esistenza; ma già ci si perdeva nella nostra vita. I respiri sva­nire. L'amore la fine di ogni potenza declinare, la certezza di es­sere fragili esseri umani. Finire. La sparizione il nostro non esserci più, non avere più un corpo. Tutto è finito senza sapere perché è iniziato. Ma quell'emozione dentro di me è lì che urla. Non si rasse­gna a mo­rire, esige di vivere, cerca la persona che non c'è più e non si placa, non può, non può morire non vi rie­sce. Quest'emozione irrinunciabile in me è un conflitto ine­sorabile con cui vivo. Tutte le mie certezze le mie sicu­rezze tutto crolla. Rimetto in discus­sione tutto, tutto ciò che ho scelto di essere, lo rinnego giacché mi impedi­sce di vivere l'emozione con cui mi sento vivo: l'amore che sembra vivere in me da sempre, l'amore ch'è quell'emo­zione che mi ha ricordato lei a cui non so più rinunciare. Lei non c'è più non esiste più per questo che la delusione è insopportabile. Poi mi accorgo che non posso rinnegare ciò che sono, che in realtà tutto ciò che ho scelto è tutto ciò che ho. Torno a vivere con me stesso è l'unica possibilità che ho per non soccombere a quest'emozione che urla dentro di me. È forse il conflitto tra ciò che si è e quello che non si può essere. Una battaglia. Per la prima volta, però,  intuisco che la porta che tanto ho cercato, la porta della mia identità mi è davanti, l'occaso me l'ha offerta. Ormai an­che volendo non vi posso più rinunciare, spero solo che la mia conoscenza mi sia di aiuto per affrontare questo viag­gio. Me stesso si oppone all'esigenza di me stesso, un'esi­genza che nella realtà non può più avere riscon­tro: Lei. Non devo fare altro che credere in me, solo così posso evitare di perdermi nella pazzia.. l'e­mozione urla la propria esistenza dentro me, che non ho nessuna pos­sibilità di farla vivere come lei esige. Già l'emo­zione ini­zia ad entrare anche nei miei pensieri a fare crescere essa stessa dei pensieri nella mia mente, ancora non mi oppongo a tali pen­sieri; anche se rimango sempre fermo sulle mie posizioni, nella “consapevolezza”. Si alza il livello del conflitto, si esaspera è me stesso contro me stesso. Entro in un vor­tice di so­pravvivenza, nel limbo di una strana consapevo­lezza. L'emozione genera in me pensieri sempre nuovi, ma molto più forti, sembrano prendere energia da quel me stesso che ha scelto con la parte conosciuta di sé e della cultura in cui vive. In realtà è l'aumento della conflittualità, l'innalza­mento del suo livello che genera tutta questa energia dentro me, che rende sempre più vicino il li­mite della parte di me  che penso di avere scelto. L'emozione di­venta sempre più forte e più forti i pensieri che genera nella mia mente. È più vicino il momento in cui i due "me" saranno allo stesso livello e l'emozione forse sarà in grado di scardinare la mia consapevolezza e impadronir­sene. In questo confronto, in questo equilibrio dinamico si de­ciderà la mia sorte, se crescerà an­cora la mia consapevo­lezza o sarà persa del tutto. Pensieri cre­scono dentro di me, pensieri che lei tornerà ad esistere. Mi dicono che se farò delle cose lei tornerà. I richiami le voci sono sempre più con­vincenti giacché quel che mi fanno pensare è an­che quello che io nelle mie emozioni provo, la percezione della realtà è sempre più questo altro me. Decido di asse­condare queste voci, Gioco cerco di avere il desiderio del gioco e non dare ecces­siva importanza a quel che mi dicono. Faccio ciò che mi dicono, ma mi fermo ap­pena lo ritengo pe­ricoloso. L’emo­zione è sempre più forte e gene­ra in me dei pensieri non possibili, la parte di me cosciente nega questa emozione e pensieri, allora nascono  pensieri "lo­gici" per spiegare questa emozione che cerca di con­vincermi della sua plausi­bilità. L’emozione i pensieri sono più forti giacché hanno dalla loro parte l’interpretazione esterna della realtà. Io sono poca cosa in questo momento, loro tendono ad af­fermare che l'impos­sibile è possibile e io sono già loro. Mi rimane solo un mezzo: la fede un pensiero senza più emozionalità che vive in me senza che io più viva; io nego che sia possi­bile ciò che all'umano me è impossibile. Nego tutto quello che queste strane voci mi fanno sentire. Ho iniziato a seguirle giocando non pren­dendomi troppo sul se­rio, seguendo il loro percorso per fermarlo nell'istante in cui l'azione che esi­gono da me entra in con­flitto con il co­mune senso cultu­rale. Se pure il mondo culturale dell'umano è un’illusione è su quello che io devo mettere i miei punti fermi per il con­fronto con questa mia nuova re­altà. Il dia­logo tra i due me prosegue, la lotta il con­fronto.

 

Avvengono in me strani fenomeni di somatizzazione attraverso i miei sensi che sono iper-reattivi. Provo la stessa sensa­zione sen­soriale di fare l'amore con lei. Lei è un pensiero nella mia testa e questo pensiero provoca i miei sensi.  Sfiorarmi la pelle e pro­vare la sensazione dei suoi baci, sentire un contatto qualsiasi sul mio corpo e percepire il calore intenso del suo corpo; quel che sento è la realtà emotiva, che nessuna capacità soggettiva può farmi dire non essere l'unica realtà. Una parte di me ha svilup­pato, mante­nuto le capacità di oggettivizzazione, con questa parte del mio pensiero rendo obiettiva l'esperienza che sto vivendo. Controllo queste scariche emotive, con tecniche di concen­trazione sul respiro e l'immagine del buio, come punto di spegnimento, cancellazione. Appena intuisco che "l'espe­rienza" può annientare la mia coscienza la blocco. Ormai una parte di me vive di ciò che vorrei essere dei miei desideri o forse dei desideri dell'umano, tutto nel mondo esterno è simbolo e analogia, vivo la re­altà culturale nel significato di sé e la realtà è nella mia percezione. ”Tutto mi spinge verso l'onnipotenza. Il pensiero, quel pen­siero senza più emotività che ancora controlla e dialoga con quest'altra parte di me, è affidato alla volontà che scatu­risce da un atto di fede, nel dire che non è vero quello che sono, non sono onnipotente, ma un essere limitato. Con que­sto pensiero inizio ad ordinare all'altra parte di me, rie­sco a gestirla. Tramite le proiezioni che vengono vissute come autentica realtà dal me che genera le emozioni, ho ini­ziato a rivivere la mia vita. Con l'ana­logia dei simboli ho intrapreso il cammino del ricordo emozio­nale. Se incontro una persona per quella parte di me che è pura soggettività quella persona è l'emozione di un incontro avvenuto in un momento diverso e con una diversa persona, tutto è sim­bolo e analogia. Ho iniziato una strana conoscenza con la parte di me legata al pensiero di fede e coscienza, acquisisco in­formazioni su la mia vita conscia e inconscia; ma tutto mi parla di lei. La difficoltà è nel riuscire ad usare una simbo­logia che non lasci trapelare al mondo degli altri quello che sta avvenendo dentro me; utilizzare un'azione simbolica che mi permetta di capirmi, ma allo stesso tempo che non stoni con le si­curezze della socialità. Isolarmi non è utile giac­ché la continua esistenza di una realtà culturale è uno sti­molo all'essere vigile nel mio pensiero cosciente. Quello che permette a tale energia di esistere sono io quel mondo che in me non accetta la propria finitezza, che non può più esistere quello che in "re­altà" non esiste più. Poi all'improvviso quell'energia è sempre più forte, urla, urla sempre più forte, e prendo un foglio, scrivo le mie parole, ne faccio una lettera, solo così riesco a simbolizzare la mia anima, “la mia anima”, immaginarla fuori di me, attraverso queste parole che escono da me e che a lei solo posso spedire; solo così posso far si che tu esista oltre il mio specchio

 

*

Ora qui io ripenso a te, mi accorgo anima mia di quanto tu sia… dei momenti di debolezza… credi di essere forte.

quanti fili d’erba e pur diversi e pur simili l’un l’altro, uno vicino all’altro sospesi e pur legati alla terra tendono verso qualcosa, ed io come uno di essi mi sento perso in un prato immenso.

All’improvviso torni tu, mi ridesti mi chiami ed io non so se debbo risponderti; voglio tanto risponderti, ma quel che ho dentro non è la realtà che tu… Quel che ho dentro è la realtà… della mia debolezza è il sospetto che tutto debba essere nuovamente fatto o ancora non è stato mai fatto. Non so, non so capire bene questi momenti, eppure sono così forti, intensi, potenti da lasciarmi senza respiro senza fiato, senza un attimo di tregua. Sembri essere con me, lì con me in ogni istante, in ogni parvenza ed io sono fe­lice, felice e sapessi quanta angustia provo dentro nel dover dire che non è vero, quando tormento nel dover pensare che non sia vero, perché non è vero… tu non ci sei più anima mia, la tua im­magine non c’è più, il tuo corpo non c’è più; sei rimasta tu, tu sol­tanto dentro di me, dentro di me… solo lì forse ora puoi vivere, senza tornare in un’immagine esterna, ti ho persa per sempre immagine, immagine della mia anima, ma per questo non è detto che non debba trovarti e riconciliarti dentro me. È così forte il de­siderio della tua immagine, perché è così forte la tua presenza, la tua tangibilità attraverso i miei occhi, questo mi sgomenta è come se io non potessi appropriarmi della mia anima, come se la mia anima vivesse fuori di me, altro da me. Io mi posso ricongiungere a te solo tramite la tua immagine, sei tu forse la mia anima, ma se io ho perso l’anima il tuo corpo, ora questa forza quest’energia che mi chiama, che mi tormenta che mi ama, dove collocarla? nel mio cuore, nella mia a… nella mia testa, nei sogni nelle mie fanta­sie nelle mie concretezze, nella mia quotidianità. Non riesco an­cora, con tutte le mie forze ad arrivare a capire il tuo linguaggio. Ora che non ho più il tuo corpo la tua immagine, sento la tua forza che mi chiama, che mi chiama, ma non so capire le parole della tua voce; ti rifuggi nell’inconscio di una collettività umana, nell’inconscio di una mia collettività. Sento queste voci che mi chiamano che mi chiedono, che mi comunicano, ed io vorrei tanto trovare un linguaggio per non perdermi.

Una lotta.

Tutto ciò che c’è dentro ognuno di noi cerca risposte e noi dob­biamo trovare queste risposte, dobbiamo trovare la capacità di comunicare. Trovare un linguaggio; è come se tu fossi una stra­niera e parlassi una lingua mai esistita, ed io non riesco a trovarla questa parola, quest’immagine nuova. Cerco sempre dentro di me di non perdermi, supplico soltanto la mia fede ora che non ho più un tramite, ora che non riesco più a comprendere fatico, eppure in alcuni momenti mi sembra di capire quelle parole, mi sembra che il mio io sappia esprimere il comune linguaggio; e questo vor­tice forte del sentire, raggiunge anche quella dimensione imper­fetta, del colloquio della parola. Tutto, tutto in quest’energia è an­cora da scoprire è come, come se tu mi chiedessi qualcosa che an­cora non esiste, come se tu inventassi nuove parole, come se io non riuscissi a comprenderle.

Io ho il mio linguaggio tu il tuo, dobbiamo capire ciò che ci uni­sce, questa nuova immagine che abbiamo creato attraverso le no­stre parole, questo nuovo dirci parlarci, comunicarci. Tu mi ri­chiami e mi fai conoscere le mie profondità, i miei sogni le mie alchimie esistenziali… anche quel simbolo ch’è il mito… mi ap­pare come pura energie e solo così forse con la mia energia posso comunicare con te, posso sentire dentro di me il tuo esserci, il mio esserci. Perché allora alcune volte è così forte la nostalgia della tua immagine, del tuo corpo della tua presenza è così forte, forse, forse perché era un modo per comunicare, riuscivo a comunicare a raggiungerti a sentirmi raggiunto da te. Ed ora, ora che non ci sei più, che sei tutt’altro, io non riesco più a capire, non riesco più a comprendermi, perché è in te che io posso scoprirmi e attraverso te che io posso conoscermi e attraverso il tuo essere altro da me che io posso capirmi. Cerco questo, cerchiamo questo, questo lin­guaggio questa nostra fatica, in questo cerco di non perdermi nei meandri di questa follia, ch’è fatta di autismo di muto tormento, di sequenze non più comprensibili, abbandono di quella volontà di quella traccia di comprensione. Ti prometto che impegnerò tutto me stesso per capirti, per accettare anche ciò che io non vo­glio, per capire quel che io sono, non quel che voglio essere. Tu è in questo che mi stai aiutando, ed io è in questo che mi devo im­pegnare, nel trovare questa nuova immagine, un’immagine senza se stessa, un’immagine di pura energia, un’immagine senza uno sguardo, degli occhi dei suoni, dei gusti, dei tatti; un’imma­gine senza più neanche i pensieri; ma poi in questi, in questi io posso ancora esserci nel mondo che ho intorno, solo in questi an­cora io posso.

Questa forma nuova che si sta costituendo tra me e te, mi fa capire che a questo  devo tendere, a questo io devo recarmi per placare questa mia, questa mia, questo mio essere dentro me. So che tu mi sei di aiuto ma c’è qualcosa in me, che non accetta tutto questo, che non accetta che qualcosa qualcuno sia così responsabile della propria vita, della mia vita.

Solo così io riuscirò a comprendermi, affidandomi a te e la fatica, la fatica suprema è proprio questa, capire che dentro me non c’è possibilità se non nell’essere in te; soltanto rendendo forte e ogget­tiva la mia esistenza potrò rendere forte e oggettiva la tua esi­stenza, perché tu è attraverso me che puoi sussistere che puoi completare il tuo esserci, il tuo trasformarti il tuo crescere; ed io, io lo stesso cerco proprio questo: di amarti ma di amarti come si può amare chi è fatto solo di amore… Chiedo soltanto di non più ricordarti, anche se questo mio desiderio è così forte, così forte la nostalgia di ritornare dove ci siamo persi, dove eravamo e ora non siamo più; è scomparsa un’immagine che io avevo identifi­cato in qualcosa che non eri, la tua immagine in realtà non era al­tro che il mio cammino… Il linguaggio, la parola che noi dob­biamo sviluppare per capirci; era questo mio sentirti che non riu­sciva a capirsi e ti ho proiettata in ciò ch’erano i miei desideri, nella tua immagine, te stessa, ti ho vista forse fuori di me, per la prima volta, in realtà era un cammino che doveva svolgersi e compiersi, un cammino una tappa di un percorso che va verso l’evoluzione, verso ciò che realmente sei: l’abbandono della cer­tezza per essere certi di ciò che non si vede.

Io forse solo con la fede posso credere in te, ma non è così alto il mio compito, la fede spetta ad altri, in realtà mi appartieni, ma come ogni cosa che ti appartiene essa è libera è libera da “te”. Io voglio essere libero, dalla tua, dalla tua forte immagine, tu mi chiedi di lasciarti andare, di lasciare che tu rimanga in me come pura energia, come puro dialogo… In quello ch’è il mio istinto e la mia deduzione è proprio qui che io posso… il tuo esserci… La nostra storia, null’altro che cercare di incontrarci, di trovare il no­stri dialogo, il nostro punto… Nella mia espressività intuitiva è come se la mia dimensione istintuale biologica trovasse un punto d’incontro con quella concettuale dei miei perché e si lasciasse an­dare dove tu sola puoi governare, in questo equilibrio, in questo equilibrio e forse solo allora quando riusciremo a comprenderci ci riapproprieremo della nostra unità torneremo tutt’uno con ciò che siamo, con ciò che viviamo, con la nostra fine e il nostro ini­zio. È un luogo dove aspettarti, non c’è un luogo dove trovarti, non c’è un luogo dove afferrarti, tu non esisti attraverso i miei sensi; e i miei sensi sono soltanto valvole che si aprono e chiu­dono per gestire e richiamare ciò che viene da te, ciò che si svi­luppa in pura energia dentro la mia psiche.

Non chiedo a te di abbandonarmi, ma chiedo a me di lasciar stare la mia anima, di lasciarla andare libera dentro a quel che noi siamo; abbandonare ogni simile progetto di possesso, ogni simile progetto di possesso.

Io cerco solo di conoscerti, perché tu sei l’altra da me, la mia pro­fonda soggettività che mi unisce all’oggettività, l’unica possibilità che io ho di allontanarmi da tutto quel che io so di essere; solo così potrò scoprirmi… Mi chiedo se tu già sei… Aiutami; aiuto me stesso a lasciare andare ogni tua immagine, lasciare che tu esista senza che io esista, lasciare che io esista, senza che tu esista.

Cercarsi per paura di trovarsi, ma non vi è altra strada altra possibi­lità, se non quella di raggiungere soltanto ciò noi possiamo essere.

Cara mia anima lascia a me il compito che io mi son trovato.

Lascio a te ogni mia possibilità.

Sola, lasciandomi trovo.

Cerco attraverso il mio iperIo di trovare la mia struttura; è come se mi fossi reso consapevole che il mio io ha bisogno di un’at­tiva capacità interpretativa ed elaborativa è come se il mio iperIo percepisse continuamente la sensibilità del mondo attorno e den­tro me, non può in alcun modo distrarsi deve essere ricercatore consapevole, ricercatore consapevole nel capire i messaggi dell’inconscia profondità umana, collettiva; della mia inconscia profondità individuale

 

Concludo così questo mio raccontarmi, il perché lo abbia fatto non è facile spiegarlo. Mi sono tro­vato e mi sono scoperta dopo ciò né uomo né donna, ma l’essere che ora sono e che vedete. Ora sono qui dinanzi a voi donandovi l’immagine della mia anima, che si è impossessata del mio corpo.

 

«Tutta la sala è ora avvolta nel silenzio; alzo lo sguardo; guardo il pubblico e gli chiedo, prima che quest'ultimo sipario si chiuda:

 

Qual è il tuo nome?»

 

Esco dal teatro e torno a casa. Ora mi ritrovo nuovamente a scrivere qui nella solitudine della mia stanza e ricordo e imma­gino quello spettatore che all’improvviso, durate lo spettacolo si è alzato; ed ora che solo, nulla più aspetto, ne voglio sognare la sto­ria

 

                              Lo spettatore

 

Era seduto lì sulla poltrona del teatro; il sipario chiuso, ma non era riuscito a vedere la fine dello spetta­colo, era morto prima, lì seduto sulla poltrona.

Quel giorno come tutti i giorni si era alzato, svegliato dalla mamma che gli aveva preparato la colazione; si era stirato nel letto prima di alzarsi e gli era sembrato di riassaporare il gusto delle mattine di quando era ragazzo. Quelle mattine di domenica, calde d’agosto. Ormai non era più un ragazzo; “è già agli anta come gli dice la mamma, men­tre fa colazione, ma lui come se fosse ancora un ragaz­zino si arrabbia.“ Sa che gli ricorda l’età per­ché spera che si trovi una brava ragazza e si sposi.”

Non ha mai pensato al matrimonio, non che non lo volesse, è che con le donne non ha avuto mai il coraggio di lasciarsi andare all’emozioni. Forse per timidezza, per l’incapacità di cui lo accusa sempre la mamma.“ Ormai si era quasi ras­segnato alla sua situa­zione di scapolo involontario.

La mattina prima di uscire curava molto il suo aspetto e so­vente si faceva la barba due volte, perché immaginava che la sua pelle non fosse abbastanza liscia. Era un segreto ma sperava in cuor suo che prima o poi si fosse imbattuto in una avventura e aveva sempre immaginato la pelle del suo viso sulla guancia di questa ipotetica donna. E seppure questo era solo frutto della sua fantasia, sperava che prima o poi ciò sarebbe accaduto, ed anzi vi­veva veri momenti d’ansia, ogni volta che si sentiva non abba­stanza a posto per questo in­contro, “mai avvenuto.”

Di tutto punto era uscito di casa e come al solito si era fermato all’edicola a comprare il giornale per sé e le rivi­ste per la mamma.

Sapeva e aveva avvisato la mamma che la sera sarebbe tor­nato più tardi: aveva il biglietto per il teatro, una pièce nuova, che già prima del suo debutto aveva destato molte curiosità.

Il teatro era l’unica passione che avesse. In gioventù, una volta era stato lì lì, per salire su un palco e recitare per una commedia organizzata a scuola, ma poi fu scelta un’altra persona per quel ruolo e tutto sfumò.

Era sempre andato a teatro ma non ricordava quale fosse stata la prima pièce che aveva visto; e mentre assisteva alle rap­presen­tazioni, si im­maginava sulla scena, al posto del pro­tagoni­sta.

Quella mattina prima di uscire di casa, aveva avvertito una leggera vertigine, era passata, rapida così come era ve­nuta e per questo non gli aveva dato molta importanza, pensò che fosse un leggero sbalzo di pressione.

“Come tutte le mattine si era recato al lavoro; aveva preso po­sto dietro la sua scrivania e si accinse a svolgere il suo compito, con scrupolo e attento all’opinione del suo su­periore. In realtà causa una sua spiccata super valutazione del lavoro che svolgeva, non aveva mai compreso quale fosse il suo reale valore.

 

Ha Pranzato alla mensa, come sempre. Finito il lavoro del po­meriggio è uscito, entrato in un bar ha surrogato la cena con un cappuccino. Si è avviato a teatro. Ha preso posto.”

 

Si sentiva strano, aveva avvertito la stessa sensazione della mattina. Ad un certo punto ha cercato di alzarsi in piena rappre­sentazione; ha sentito lontane le parole dell’attore, forse erano ri­volte a lui. Non ce l’ha fatta è tornato a sedersi, la stan­chezza or­mai lo aveva invaso, stordito. “Chiude gli occhi e già è un suo ri­cordo…”

 

Scrivere è la capacità di riuscire a dimenticarsi

 

Armando La Rochelle

                                         

 

                                         

                                          Muto Gesto

 

Non si può parlare né ora, né dopo, né allora; tutto è passato presente e futuro.

(Scrivere è la ricerca di un linguaggio che superi la temporalità dell’io)

 

Scrivo quello che ho da dirmi; non sorprendo la storia.

Ieri l’altro ho iniziato il nuovo tragitto, a scrivere questo ricordo.

In questi giorni è strano quello che immagino, non mi ricordo nulla, come se non esistessi. E allora scrivo qualcòsa, il rifugio per il mio vuoto.

 

Spezzo il ritmo di qualcosa che mi appartiene.

Rubo l’incedere alla mia storia; e mi riguardo e mi tròvo  pur presente in ciò che racconto, o la storia interrompe il mio presente, ciò che “chiedo”.

E di chi  scrivo qui, di chi? Di me dell’uomo, del suo pensiero, della realtà che non conosco.

Mi cerco.

 

Non posso  scrivere ora, né dopo, né… tútto è passato presente e futuro e Scrivo per la ricerca di un linguaggio che superi la mia temporalità…

 

Ho interrotto per poter ripetere, cambiare, ma è poi migliorare questo.

O forse non è semplicemente il mio illudermi di quel che d’irripetibile e unico mi succede ogni volta. Cambio ma forse “distruggo”.

 

E inizio a smembrare e in crisi forse cresco.

A  cosa appartengono questi gesti, a chi appartengono?

Fuggevoli eludono il loro significato, perdono “il tempo” e chi li enuncia.

Posso díre in molti modi i mie pensieri e le parole con essi, piú dentro con la mia coscienza in sua simbiosi.

 

E in questo mio sogno fatto di parole, dove mi trovo io in quésto sogno?

 M’affanno e non ritraggo l’esistenza e ricòrdo me stesso, in un sogno che cresce nel pensiero.

Io mi aspetto qui, ancora, nei ricòrdi di questo libro, anch’esso un passo della mia coscienza che non sa, che cerca.

IO  Scrittore creo e son creato.

[… ]

I sogni, quando mi appartengono? La vita nel suo svolgersi è già sogno . Ma cosa sono i miei desideri, se non la ricerca del mio sogno o forse l’abbandono d’esso.

Nello svolgere délla mia vita c’è la realizzazione di altre esistenze, il sogno di un altro. Spesso sono la vita altrui, da vivere. Ma se perdessi il sogno o il sogno fosse mio, cosa sarei io? forse solo un’indagine da perseguire, l’ulteriore ricerca verso l’insondabile dell’esistenza.

Se fossi certo non mi immaginerei piú ma immaginerei lo sviluppo degli eventi che mi accadono. Quanta confusione nello scoprire il progetto. Tutto per ingannare la paura… La dignità di vivere la  vita, per trovarsi nella vita. Scoprire di essere quel che altri vorrebbero essere, ma non riuscire a trovarsi in nessun altro.

Io mi scrivo giacché mi cerco, o forse mi son già trovato e non basto a placarmi. Svegliarmi dal sogno, raccontarmi il cammino.

 

“Cara amica

amica di tutti i giorni

Amica dei pensieri che si ritrovano nella felicità

quando sembri non esistere

e amica nei giorni malinconici e tristi

Tu sei sempre l’amica per poter capire

Mi hai ascoltato ogni volta

che il mio pensiero parlava

Tu amica che mi sei stata al fianco

tra la folla cieca e sorda

Cara amica

che mi hai fatto capire e ascoltare

le parole della terra

Un tempo io non sapevo e non capivo

e in esso io non ti conoscevo

Mi eri ignota come amica come io ero ignoto a me  Fuggivo dal tempo e mi ritrovavo solo, senza di te

Mi pensavo senza avere il coraggio di pensarti

mi parlavo senza parlarti

ero assurdo muto gesto

Io dovevo essere l’artefice della comprensione

invece ne ero la confusione

Ora chi mi trova gioisce di me

perché trova te in me

Ti ringrazio di non avermi mai lasciato

Cara amica che non conosci tradimento

ti ringrazio e saluto

Ti saluto amica parola”

[… ]

Mi volevo, mi chiamo con il mio desiderio di chiamarmi. L’orgoglio torna sempre nei momenti di debolezza, si trasforma in arrogante superbia e si ritrova ad adorare se stesso.

Io stesso ho desiderato l’impossibile non essere me, io che cerco, la mia Arte, la voce del mondo senza simboli, forse la     voce della mia Anima. Ma forse è giusto questo, come tutto quello che è inevitabile nel cammino della propria vita.

Io ho cercato il tuo aiuto letteratura; cerco il tuo aiuto aiutandoti ad esistere.  Tu stessa hai detto che sei fatta di parole e le parole sono l’espressione di qualcosa che non ha altri simboli se non se stesse. Tu abbandoni il mio significato e ne vuoi uno proprio, tuo. Lo hai da chiunque ti legge, ed anche tu sfuggi in ogni trasformazione la realtà. La mia essenza ha bisogno di te, ma allo stesso tempo vorrebbe negarti, giacché tu sei la palese espressione délla sua incapacità il dubbio che essa esista solo perché tu la rappresenti. Io Artista nella mia Arte cerco la voce per comunicare l’incomunicabile, ma ciò che mi spinge nella mia ricerca è il desiderio inconscio di sentirmi tutt’uno con la mia Anima, senza l’ausilio di nessuna Arte.

La  capacità di essere  demiurgo di me stesso, ma non sapere come; volerlo fino a crederlo. Accade in ogni piú insignificante gesto dell’umanità. Non voglio parlare di altro, non voglio.

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

       ARTE

 

 

 


 

" l'illusione o la certezza"

 

 

 

 

 

 

 

 

« Anch’io.»

« Art!»

« È un líbro, un líbro da leggere.»

 

« Non le chiederò piú nulla, credo che lei ab­bia ancora un cammino da svolgere, ma co­munque voglio dirle che il suo aiuto è stato utile; tenga questa bustina, contiene — la polve­re, — quando vorrà vedere chi è al cen­tro di quelle immagini la di­sperda nell’aria. Arrivederci e grazie! »

« Sì Art,  dimmi qualcosa?»

“ Ora io ” — scrívo qualcòsa”, il rifùgio di quésto vuòto.

«Amore per la vita, per il mondo per te.»

«Anch’io Art, anch’io.»

 

«Anche tu qui?»

«Anonimo!»

“Cara amica

 

«Ci gioco io, ieri ne ho martellati un bel po', guarda!»

 

«Ci vediamo dopo al campetto, ciao!»

«Ciao!»

«Cos’è?»

«Cosa senti?»

“Cosa succede perché tutto questo mi allon­tana da me, non rie­sco piú a comprendere, non capisco, chi mi ha messo qui, in che po­sto sono?

«Cosa?» mi domanda Anima.

«Dentro noi, nella bellezza dei pensieri, nei nostri sentimenti.»

«È così, ma è facile per chi ha ormai perso la giovinezza del proprio corpo.»

«È vero!… Andiamo a cercare Alfredo?»

«Era una strana sera

“Faust” cosa ti tormenta? cosa cerchi trami­te il mio esserti. Mi hai mandato nel caos per dubi­tare delle tue certezze per scoprire il per­ché della paura. Io non conosco il perché, come te viaggio nella comprensione del dub­bio. Forse è questo che vuoi è questo che io nel mio lin­guaggio fatto di simboli vivo: “accettare il dubbio” ri­nunciare alla paura, per viverla.

 

«Fuggire, ma come posso fuggire dalla fuga, come posso capire cosa sia il mio muo­vermi.

“Fuori nello svolgersi” sulle piste delle mac­chine: insofferenza, fastidio, malessere,  per quell’attraversare la strada.

«Giochiamo a costammuro?»

“Il portone in fondo al corridoio.”

“In un luogo inutile,” come ogni gesto nella sua solitaria appa­renza, — Art — ignaro del  suo nome, sta sfogliando le scritte pa­gine ( in un bar) di tutti i giorni.

«Io mi chiamo Anima, sono qui da molto tempo o forse solo da ora; sono in ricerca della mia voce, alcune volte mi sembra di tro­varla, ma in ogni uomo riesco a viverci e dimentico il mio af­fanno. Cerco di dimentica­re ma tutto torna di nuovo, ogni volta, ogni volta io respiro la sua dimenticanza. Vivo le sue angustie, ma non posso dirgli niente. Io appartengo alla sua certezza ma lui non può saperlo; sente il mio respiro come il suo re­spiro, ma non può fare molto. Cerca sé stesso e si accorge di non tro­varmi, può solo credere. Io sono qui per conti­nuare il viaggio, il tuo viaggio. Sono solo una Donna, forse, il caso ha voluto il mio nome.»

«L’amarci Anima»

«La completezza. Nessuno forse potrà capire tutto quel che in noi è avvenuto. Ora che siamo giunti al tempo, alla fine, che la morte è così vicina. Forse il nostro ultimo ostacolo.»

«La ragione, tutto ciò è vero, ma in quanti l’amore così?»

«La tranquillità dell’amore, tutta la sua energia.»

«Lo leggiamo ora?»

«Lo troviamo a casa? oh è andato al mare con la sorella?»

 

«Ma ascolti l’aiuto che le chiede è quello di non rinunciare a vivere nei suoi atti creativi, di aiutarlo finché è  per lui possibile sostener­la nella sua ricerca, naturalmente se lei ritie­ne d’esistere.»

«Ma chi l’ha scritto?»

«Mi scusi non avevo capito la sua angustia, ma vede a me è proprio lui che mi manda, lui le sta chiedendo di aiutarmi, perché lei può!» «Io! io, ma come posso non ho forse incontrato la sua il­lusione, io. Potrei dire tutto solo con le pa­role e questo mi       umilia, lui in realtà non sa che io aumenterò il suo dubbio, io lo getterò ancor di piú nell’inco­municabilità dell’essere. Dicevo che io posso dir tutto solo con le parole e que­sto mi umi­lia, in realtà questo non è proprio esatto, io non posso essere umiliato da ciò che mi dà esistenza, io in realtà sono il senso di qualcosa di piú profondo che appartiene a lui. Sono un suo limite con cui lui dia­loga e certe volte lotta; lui ancora non si è accorto, non ha ben compreso, ma forse sí, lo stesso però non può non provare, non tentare ed io con lui, di ve­dere mostrando; proprio in questo si re­a­lizza l’esistenza, tutto il suo mutarsi.»

“Mi ricérco.”

«Niente di particolare, aspetto qualcuno che giochi con me, con i bicchierini.»

«No! guarda bene, prendi quella stecca di ge­lato e misura; guar­da è piú vicina al muro la mia» dice Marco.

«Non c’è scritto è anonimo.»

«Non è piú un problema la morte, non vi è piú problema nella nostra vita ora che ne viviamo il senso. Ora che la consapevo­lezza il ricordo dell’emozione lontana di essere già morti, è tor­nata nella nostra vita.»

 

«Non lo so, andiamo a vedere.»

«Non piú amare quel che si è desiderato ma ciò che si ha. Ciò che è dentro un corpo stanco e vecchio, senza tempo né imma­gine; in un mondo colmo di ciò ch’è vero.»

«Non so andiamo a vedere, siamo troppo di­stanti, da qui po­trebbe essere qualsiasi cosa.»

«Non so cosa dirle, sente queste urla, se pro­seguirà le incon­trerà presto. Forse tutto a un senso, addio!»

«Non sorprenderti, di me, di come ti parlo ti aspettavo ero si­cura di incontrarti, forse ci cer­cavamo; ma qui non sentiamo nulla di si­curo, nulla che ci appartiene, che ci ricordi cosa siamo che siamo. Tutto ci spinge a ri­comporre il puz­zle dell’agire incon­sulto che ci ha fatto disperde­re, dimenticare.»

“Novembre” in una città come tante: i co­lori sfocati, le imma­gini a specchio — vive un cer­vello.

«Piú che dirti sento qualcosa.»

«Quella cosa lí per terra.»

«Salta!»

«Sarà andato al mare con la sorella. Marco andiamocene a casa, tanto è l’una.»

«Sei sicura di volerlo leggere?»

 

«Sembra un líbro» la mia voce dice.

«Sí anche io.»

«Sí! mi ricordo.»

«Sí, dai qua, inizio io a leggere.»

«Sí, sediamoci lí.»

«Ti ricordi quando andavamo al mare con le suore?» mi ri­corda Marco.

«Tu mi ricordi un tempo in cui i respiri, i miei respiri concilia­vano i miei ricordi. Con te mi ac­corgo che parlare è così bello, con te la parola perde l’obbligo di dovere spiegare ine­vitabil­mente tutto; mi sento profondamente legato a te quando è necessario per capirsi il solo silen­zio. Mi sento quieto e tranquillo giacché so di essere ciò che tu sei.»

«Tutti conoscono l’amore.»

“Unì tutte le forze, prese la chiave dalla ta­sca della giacca e la infilo nella serratura — di quel senso — riuscí ad aprirlo e svenne.”

«Va bene, tira prima tu.»

«Vede io non ho nessun motivo per nega­re la mia partecipa­zione, la mia esistenza non di­pende da me, se non nel limite di ciò che lui può essere nel confrontarsi con me.

 

1 «È meraviglioso come l’uomo ci sia riuscito.»

1) Giorgio esce di casa il pomeriggio, vagando con il suo corpo auto­nomo, per le strade per le piazze, nemmeno lui sa per dove. L’unica certezza che cono­sce è il suo vagare, con quel suo corpo astratto e ancor piú con la sua anima.

"1" disse a "2" — «nelle città non si può piú vivere, se non si vuol far parte degli schemi che ci hanno as­segnato prima di poter, noi stessi, indivi­dualizzarci.»

2  «Credo che noi dovremmo trovare una nostra dimensione ambientale, nello stesso tempo credere di meno nelle nostre possibilità di apprendimento, crede­re di meno nelle nostre facoltà di creare pensieri.

 

2) Generando, aspetta che qualcuno si accorga della sua presenza è così trasparente che per accor­gersi di lui bisogna morire.

< BÀSTA!> non pronunciarmi così inutilménte.

A  còsa appartengono quésti gèsti, a chi appartengono?

A passeggio tra esse

A te

A te Leclizia

a cui mi disseterò

                 a dirmi

a esser di gioia

a giaciglio degli occhi,

a lei che null’altro aveva da fare che attendermi,

 

a me in quel luogo

a noi celebrate

a te

Abbandonare

abbandonare ogni certezza riprodursi

Abreazione sublime

accarezza, prendi il mio umile

accarezzare o amare - disperdere

ACCOLGONO QUEGLI SQUARCI UMANI

ad ogni mattina

 

ad ogni suo dirsi tale

Adesso

                                    affinché possa anche io farlo

affinché presto

Affralita ti ritrovi

affronto la paura e mi richiamo in me

agirei darei un nome

agiscono all'ordine

AGNOSTICO.

ai nostri chiederci

Al mare non si poteva fare niente, il bagno consisteva nel met­tersi in piedi vicino la riva e bagnarsi i piedi.

Al mare, la mattina, per divertirci inventa­vamo sempre dei giochi ed un giorno accad­de!

Al misero ordine di un uomo che ha

al capire

al "DUBBIO".

al pensiero statico e sempitèrno

al perso

 

al riparo da ogni menzogna

al riparo da ogni tradimento

alcunché

Alcune volte penso che la felicità che ho senza nessuno sforzo, sia l’impegno che mi sono assunto nella vita:  Riuscire a conser­va­re questo dono.

All'improvviso torni

Allora

Allora

Allora forse è qui

Allora io

           altra

Altri simboli altri lo stesso

altri momenti

altri momenti di altro aspetto

                                     amandolo per la prima volta

Amare una Donna

 

Amare una Donna

Amerò ancora

Amica dei pensieri che si ritrovano nella felicità

amica di tutti i giorni

Amo i miei ricordi

 

Amore

Amore che aspetta l'attimo  della simbiosi

Amore.

analogo

anche l'ultima traccia dell'esistenza

anche le parole silentono

anche se è

anche se la scienza mi dà il dubbio di questo.

anche se mi sento ciò che tu mi fai sentir d'essere,

ancor non vedo distinto il tuo sguardo

 

ancor rivela

ancor son qui ad aspettarti

                         ancora

ancora vibrano nella mente della notte

Anima e Art rimangono sereni dopo aver ascoltato quella strana voce, quell’originale uccello.

Anima lascia l’abbraccio, solo una mano ri­mane nella mia. Entrambi guardiamo in dire­zione di quel qualcosa.

Anima mi guarda per qualche istante negli occhi e non dice nulla. Non serve parlare, sem­bra che la comprensione trascenda le pa­role.

Anima — A cosa stai pensando?

 

Anima — Apparentemente nessun senso, considerato che sembra di essere nell’irreale, ma quando potremo comprendere questa no­stra esistenza, vita, ci accorgeremo di ciò che abbiamo fatto in essa. I due inizi di cui parlo sono: la nascita e la morte.

Anima — Ci attende!

Anima — Ci avete parlato della realtà, solo accennandoci ad al­cuni suoi aspetti, troppo su­perficialmente e non ho ben capito il vo­stro ruolo nella realtà. Ci propiziate solo degli ac­cenni di rispo­ste ben piú complesse? ci in­ganna­te! le vostre risposte non sono altro che do­mande.

Anima — Come mi trovo qui? non so, non so come mi trovo qui, ma immagino che il mo­tivo del “perché” sono qui è uguale al tuo.

 

Anima — È caldo ho toccato qualcosa di vivo. È sangue è san­gue!!!! quello che è scritto qui è scritto con il sangue.

Anima — Guarda!

Anima — Lí lí lí, lí! sulle pareti di quella casa.

Anima — Ma tu, non sei il re dei simboli? non puoi avere que­sto pensiero di conflittua­lità con essi, sei l’espressione, forse la mia voce. Chi ti scrive parla di me con me. Lui è quello che cerca me attraverso te. Cerca di rendermi vi­sibi­le, l’arte è la sua pre­ghiera. Ma non può, sente la mia esistenza e non riesce a dimo­strar­la. Con te lui si sente piú vicino e alcune volte, in rari mo­menti in at­timi di sfuggente perfezio­ne lui riesce a sen­tirmi a ca­pire che esisto. In un mo­mento come que­sto tu hai potuto sentire la conflit­tualità, la sua conflittualità. Prima d’ora mai sei stato lui e lui te come in questo momen­to.

Anima — Non so ancora come, forse gli eventi, l’esperienza che costruiremo con essi ci aiuterà. Non so immaginarlo ma un modo deve pure esserci.

Anima — Ora possiamo aiutarci.

 

Anima — Prova a dirmele!

Anima — Prova a scriverle, immagina di do­vermele spiegare scrivendomi.

 

Anima — Può darsi, che nell’indefinito com­pito dei nostri ri­cordi ci sia la “realtà”; so­spesa in un limbo un dirsi diverso, che noi invano co­struiamo nella nostra ipotesi, nell’irreale analo­gia.

Anima — Quale difficoltà può riporsi in esso, quale soluzione trovare in noi, quale prova ri­cordarsi. Provarci.

Anima — Senza senso?! ma hai mai cerca­to di capire, scoprire il perché ti trovi qui? non hai ancora capito che c’è una ragione , io credo precisa per cui noi ci troviamo in questa nor­malissima dimensione.

Anima — Siamo qui, in un posto immerso in se stesso, ne usciamo per mondi ancora piú in­consueti. Ha una fine questa dimensione e l’inizio, dov’è? Che la sua fine sia proprio l’inizio?!

Anima — Tu non sai che molti invilup­pano e si espellono da qui, molte volte tra i loro due inizi della vita.

Anima — Tutto è parte dell’oblio che gene­ra senza essere cono­sciuto, noi siamo solo un suo movimento fino a quando dall’o­blio tor­niamo a conoscerci.

anima del cielo e palpo  l'amore

 

Anima— Una storia che ormai ci appartiene.

approssimandosi il riposo

Apre, sale le scale, apre ancora < dentro si trova dentro  il ru­more del portone che si serra alle sue spalle.

Aprire gli occhi e scoprire di non riuscire a comprendere, preda di questa strada che ci guarda.

arsendo ogni flusso di noi

Art apre gli occhi, la sua stanza. Si alza dal suo letto, va verso la finestra, guarda fuori.                         

 

Art dice a Anima di avvicinarsi al suo viso alle sue labbra, con le sue. La vuole baciare, si baciano.

Art e Anima continuano a camminare lungo quella strada, ma  non sono piú gli stessi, la loro sensibilità, le loro emozioni, vi­vono in armonia con il pensiero. La propria consapevolezza. Guardano avanti e vedono nel cielo una piccola macchia, una pic­cola macchia che li cerca: un uccello, una rondine. Ora è distin­guibile anche a loro. L’osservano volteggiare alta e silenziosa. La rondine disegna nel cielo due cerchi invisibile, due giri sopra di loro, poi galleggiando sull’aria scende verso terra e si posa di fianco a Art e Anima, li guarda e poi dice: «Ho da dirvi qualcosa.» Anima e Art rimangono sorpresi sì sorpresi nell’udire parlare quell’uccello, ma al contempo affascinati da quella diversità. La rondine li guarda ancora e dice:

Art è supino sul letto senza rete e guarda il lampadario che non fa luce, appeso al soffitto senza fondo.

Art ripete a se stesso pensa pensa pensa cerca di capire pensa. La chiave! la chiave! il por­tone è chiuso interiormente.

Art — “Lui” ci ha privato della sua stessa co­noscenza, narra le nostre storie e nega an­che ciò che ricorda; siamo l’esperimento di sé stesso.

Art — Ciò chi mi importa è che non sono piú solo; ora com­prendo la solitudine e la mia amo donarla. Unire le nostre esten­sioni solinghe è rientrare nell’esistenza, forse.

Art — Dove, cosa!?

Art — È vero, siamo nella stessa situazio­ne, affrontiamo in­sieme i nostri “istinti cul­turali”. Già vedo nell’immaginazione la crisi per uscire dai condizionamenti e vincere la nostra aliena­zione.

Art — Io sono già scritto, ma non sono scritto per spiegare a chi mi legge qualcosa, ma affinché io, possa leggermi. In questa sto­ria non do spiegazioni dettagliate, esaurienti, vi deposi­to semplice­mente delle parole, pezzi di puzzle qua e là che ricostruíscono immagi­ni e pensieri nella mia mente. Non mi pongo il problema di essere chiaro o astruso, cerco solo di sapermi leggere. Anche questo come l’esistenza esprime la marginalità, la parte vi­sibile di una dimensio­ne piú àmpia. Lascio solo le parole per immagi­nare, in fondo non è questo il compito della pa­rola. Che poi ognùno immagini come vuole; anche se la speranza di chi scrive, non la mia in questa storia, è di scoprire  con la sua ricerca l’imma­gine di un sogno comune a tutti. Le pa­role hanno un peso una valenza profonda, spie­garle significa abbandonarle, rinnegarle. Sono sim­boli e i simboli possiamo solo sosti­tuirli con altri simboli, non riusciamo a comuni­care senza di essi, ne siamo prigionieri, ma esprimono anche la nostra libertà la nostra voglia di cambia­mento, se usati come sinto­mo di ricerca.

 

Art — Io? ma io non lo so e non immagi­no nessuna motiva­zione per essere in questa di­mensione, così, senza senso.

Art — La nascita, la morte! non conosco que­ste realtà, io mi vedo come “mai nato” e in que­sta strada non vedo nessuno ini­zio. Sembra che io abbia un avversario che mi è indefinito, ma che forza opporgli allora?!

Art — Ma perché tutto ciò, che senso ha sen­tirsi così in­consciamente legati, repressi; voler fuggire, ma essere trattenuti, da un bi­sogno che in fondo ci appartiene, l’impossibi­lità di dire ba­sta! I loro due inizi, non ti capi­sco, sai qualcosa che io ancora non so?

Art — Mi sento confuso, mi sento inutile nelle parole io voglio sentire con te, non avere bisogno di simboli, ma sentire; spegne­re ogni racconto e ogni storia, voglio vivere le cose senza raccontarle e gli altri mi siano spet­tatori se lo vogliono. Vorrei uscire da qui, da questa storia e da queste parole. Sono confuso, tu mi dici che quello che provo io in questo momento è ciò che lui sente, ma al­lora chi sono io cosa sono io. In questo momento mi sento una di­mensione parallela alla sua. forse è vero vivo i suoi dubbi le sue angosce, lui è la mia realtà og­gettiva, ciò che mi permette di ve­dermi e io sono la sua. Guardarci nei pro­pri tormenti e nelle pro­prie ricerche, scoprirci disperati da un’arroganza: non volere accet­ta­re, forse, l’impossibilità che si palesa nell’esi­stenza di tutto. Umiltà, per riuscire ad accetta­re ciò che in noi stessi ci fa paura, perché ci toglie quelle sicu­rezze che in apparenza ci tranquilliz­zano. Scoprirsi ogni volta e viverci dentro. Ora so che mi attende una dura prova con quello che den­tro di me si è accumulato nel susseguirsi dei re­spiri.

Art — Non saprei come spiegartele; io quan­do penso vedo delle immagini che colle­go a delle parole, se io ti spiegassi il mio pen­sare, tu saresti in grado di afferrarne solo le parole, al­lora io dovrei spiegarti anche le immagini e…

Art — Nulla che tu già non sappia, mette­vo insieme alcune deduzioni.

Art — Perché?

Art — Ricordare, sempre questo il dilem­ma, ricordare ciò che non si ricorda di aver dimenti­cato. Ogni accadere ci riporta sem­pre allo stesso punto di partenza. Tutto ci appare diverso, in pe­renne trasformazione, ma in fondo il senso profondo del nostro agire, la causa perenne è il nostro oblio.

 

Art — Sí! Ma come, come?!

Art — Sí, cos’è! corri andiamo a vedere.

Art — Sono pochi i confronti e insoliti an­che, solo io e te e que­sta strada. Sperare sol­tanto nell’accadere, negli avvenimenti che qui si ge­nerano, sperare nella nostra capacità, possibilità di capire. Alcune volte ricordo dei nomi, ma non so se siano dei nomi, non rie­sco a capire a cosa si riferiscono, nomi come: animale, natura ateo-fede; mi ricordano un po’ quelle parole che hai pronunciato tu: Nascita, morte, provo la stessa sensazione di appartenenza ad esse, ma perché?

Art — Tu come ti trovi qui, in questa strana dimensione?

Art — Tu mi fai notare e mi parli di questo stato come della re­altà. La realtà, quante volte sento dire la realtà. Ho il desiderio di dire la mia sulla realtà, ma servirebbe?! cosa ho da aggiun­gere a quello che già si sa, a quello che le filoso­fie il pensiero ha già espresso. “La re­altà è chiu­dere gli occhi e dimenticare, aprirli e ri­cordare quel che si è dimenticato.” Io non ho mai pensato a questa dimensione come reale, io  non riesco a pensarla, sono troppe le cose che mi sfug­gono, sono confuso, ho vo­glia di vivere l’espe­rienza che avviene qui con te, ora che ti ho incontrata, senza per­ché, viverla!

Art — Tutto mi sembra cambiato, tutto piú incerto e nuovo, meno mi opprime e già im­magino che una possibilità per risol­vere que­sta circostanziata dimensione sia piú vicina, reale.

Art— Che non è finita. Anima…

Art— Già!

Ascolta

Ascolta i miei pensieri

ascolta quella sera

Ascoltando ogni eco

ascoltando il tranquillo dialogo del mare

Ascoltarti

Ascoltarti dentro quell'ombra

Ascolto Anima che mi sta parlando, ma sono assorto per un istante in mie riflessioni. Penso a ciò che è successo e dentro di me mi accorgo, che il dove il quando di questa storia sono in grado io, forse, di stabilirlo. Se ciò è vero, in tutto  questo accadere, io devo riusci­re a capire me stesso, prima di ogni altra cosa. Con              me capire tutto ciò e chiunque vive. Uscire da me, osservarmi, sedermi al mio fianco ignoran­do­mi. Guardo me e mi conosco come un estra­neo, rendermi reale come il mio stesso ricordo, pen­sare e capire il perché di ogni pensiero. Riuscire a guardarsi è anche scoprire il limite di ogni “realtà oggettiva,” è guardarsi nell’impossibilità di scrutare la pro­fondità di un’antitesi inimma­ginabile, un’og­getti­vità au­tentica, oltre il pro­prio esistere. Fermarsi a que­sto limite e provare a differen­ziarsi in esso è l’unica possibilità, per stabilire un confronto in sé stessi. Anche se la margi­nalità dell’agire umano in ogni aspetto dell’e­sistere, evidenzia se stessa, il limite forse.

Ascolto dietro l'angolo il cerchio dei tempi

Ascolto la musica e tutto mi sembra enorme; ma non riesco a vedere chi c'è al centro di quel cerchio umano.

Ascolto le parole di ogni passante

 

ascolto tutto quello che sento e mi ritrovo

aspetta e non dir nulla

ASPETTANDO L’EVOLVERSI DEI PENSIERI

aspettando

aspettare il mio momento.

aspettare sognare parlare

aspetti sognando che io mi svegli

assaggi della carne

assomigliano all'impossibilità

                astonia dei moventi

              attesa

attimo eterno

attraversare questo luogo per trovare

attraverso le immagini

attraverso quel sottile filo di seta

Aveva ragione è tutto lí e sono vicini a ciò che li attendeva. Si fermano e seduti in terra, uno di fronte all’altra: si guardano. Anima prende le mani di Art e le avvicina al suo viso, Art dol­cemente sfiora il suo profilo. Non sanno come incominciare. Insieme per dirsi qualcosa. Ciò che è dentro di loro forse non è esprimibile con le parole, forse non servono, ma il suono ancora deve dire qualcosa. Basta che uno dei due parli e tutto  semplice­mente accade. Dice Anima: « C’è una storia che abbiamo condi­viso.»

Avrei voglia, credo, di qualcosa che non ho, di qualcosa che spero di trovare in ciò che sento nel mio istinto emo­zio­nale, estroverso.

avvolti dall'aria

Baciare le tue lacrime

Bagliori d'Amore

 

bagna il tuo viso


 

Basta che tu ti uccida e sarai libero

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

bisogni per vivere,

Blu

Bruna la notte

Butta tutto

Cammina, cammina, fin davanti “i porto­ni” della sua casa — si ripete quel rituale — dove si ripete quel rito, di cercare la chiave, la chiave adatta ad aprire l’involucro della pro­pria casa.

Camminavo contemplando la solitudine

camminerò

 

Camminiamo e piú ci avviciniamo e piú le ipotesi su quel che può essere cambiano. Siamo vicini molto vicini, ci chiniamo e rac­cogliamo un pacco di fogli, sul primo foglio c’è scritto:

canta il vento

Cara amica

 

Cara amica che non conosci tradimento

Cara lei

Care Donne

Care Donne

Care Donne

Care Donne

Caro diario oggi mi è accaduta una cosa nuova però prima di dirtela ho deciso di comunicare con te con la voce perciò non userò piú la punteggiatura tu mi ascolterai e non mi dirai che sbaglio come fa la maestra con me voglio essere libero di provare le   cose come voglio così posso anche capire e scoprire io ho una calligrafia diversa molto particolare e ho incominciato a fare le emme e le ènne rovesciate quando stavo in seconda l’altro giorno la maestra era nervosa e si è arrabbiata con tutta la classe poi all’improvviso è venuta da me mi ha preso   il quaderno e lo ha mostrato  a tutta la classe dicendo se era possibile scrivere in quel modo io in quel momento mi sono sentito molto strano è vero che la maestra ha dei problemi con il figlio e per questo la perdono ma però è stata una stronza questa cosa mi sa che me la ricorderò per sempre ora parliamo della cosa nuova che mi è successa questa mattina stavo giocando nella casa in costruzione vicino  a dove abito  ero da solo i miei compagni ancora non erano venuti la casa ha già le finestre però senza vetri naturalmente i muratori non c’erano sento chiamare fuori penso che sia qualcuno dei miei compagni mi affaccio e mi appoggio non so come dire mi affaccio dalla finestra che è chiusa ma mi posso affacciare perché non ha i vetri è di quelle che si aprono interamente per potere andare sul balcone ed è formata da due vetri quando ci sono uno piú lungo nella parte di sopra e uno piú piccolo di sotto a dividere le due parti c’è il legno io nell’affacciarmi mi sono appoggiato a questo legno con le mani e la pancia ho messo il busto fuori mi sono affacciato di piú e mi sono appoggiato al legno dove c’è il pisello in quel momento il mio pisello era dritto e come sono sceso strusciandomi sul legno ho provato una cosa come una sorpresa mi ha fatto piacere l’ho rifatto alcune volte e mi piaceva come mi strusciavo con il legno la pelle del mio pisello si muoveva sono andato a casa sono andato in bagno mi sono sceso i pantaloni e mi sono seduto sulla tazza mi sono preso il pisello sulla punta con le dita e ho incominciato a muovere la pelle avanti e indietro mi piaceva l’ho fatto per un bel po' poi ad un certo punto ho incominciato a sentire come un dolore ma non era un dolore e dopo un po' ho smesso non so come si chiama questa cosa che ho fatto e se lo fanno gli altri bambini ma mi sa che lo rifaccio ciao diario alla prossima.

cercami

Cercare nel ricordo dei pensieri

 

Cercare un sentiero dentro quel fluire

cercare la pazzia

Cercarti

Cerco il silenzio di un improbabile

 

Cerco qualcosa nel vento

cerco di fuggire di ritornare

cerco la sua certezza

cerco nell'ignoto

cerco trovandoti

Certe volte mi toccava rimanere anche il pomeriggio e le suore dopo il pranzo, ci face­vano dormire, seduti,  con la testa appog­giata sopra i banchi.

Certi capire

Certo altre volte ho sperato

 

Certo non mi sento come avrei pensato

certo

certo bella

certo tutto questo dramma

CHE ATTRAVERSO LE INFAUSTE MENTI, COSì FERME

CHE COSTRUIRE, FORMARE

CHE LIBERA DAI FILAMENTI I NOSTRI CORPI

Che emozione quella volta

Che ricorda in me la tua speranza

che abbiamo

che altera il senso delle apparenze

che amate

 

                  che amate

che ami d'Amore

che ascolti l'ombra dei pensieri

che "attraverso" i nostri cuori

che cambia i volti dei nostri cieli

che come le lacrime del cielo

che cosa può

che così alta appare

che d'improvviso tacque

che donano il senso di bellezza al tuo corpo

che escono da scuola

che fuori dai cieli degli atomi

 

che guarda iconoclasti compromessi

che ha vissuto di scandali

            che ho colmato di malinconica tristezza

che il mio pensiero parlava

 

che il ricordo.

che in una parte l'ansia di tutto

che incontrano inconsuete unioni

 

che l’ignota presenza, quell’ignota presenza ch’è in ognuno di noi, ora è fuori di me.

che m'appartiene.

che mi hai fatto capire e ascoltare

che mi ricordi,

                                      che nella notte

che non aveva piú motivo

che non aveva piú tempo per ardere

che non saran piú

che ora il concerto mi sospinge

 

che ora tu stai pensando

che palese vuol capirsi

che passeggia

                                             che piangono

che riguardo

che risaliva sulle sponde della terra.

che scruta, la pianura d'acqua che accarezza

 

che si ama

che si appropriano di un profondo

che si flette ignaro

che si raccolgono nei fiumi

che si ricorda in sé

                             che si sprigiona

 

che si sveglia nei momenti

che sia diverso, ma vero

che sol L'Amore può scordare

che solo la certezza fa vivere

                         che stanchi

che stranamente la sottile voglia

che strano

che sublime dolcezza accarezzi

che terrorizza l'incertezza

che ti cerco nei pensieri

che tu mai vivrai

che tu mi accogliessi in te con tutto il mio essere

che un amore perduto

che un mio dubbio

che voi amate ma non comprendete

 

Chi è in quésto sogno, dove mi tròvo io in quésto sogno.

Chi non le scriveva bene non poteva anda­re fuori a giocare.

chi capirà questi miei segni

 

chi sei

chi vi dà un po' di luce per capirvi

                                    chinano

Chino lo sguardo sulla strada e la vedo stin­gersi schiarirsi, sempre di piú con filologi­ca progressiva. Ora è bianca di un bianco can­dido, sembra tutto piú leggero. Mi accorgo però che questo bianco candido è rotto dall’impronta delle mie scarpe; le tolgo ner­vosamente, ma i miei piedi lasciano ugual­mente la loro impronta sulla strada bianca di cui ormai mi senti prigio­niero.

Chiudo gli occhi e li riapro, tutto è trascor­so. La ragazzina il suo sangue, gli uomini non ci sono piú. Non so capire questo acca­dere; nella mia memoria tutto è registrato, ma quel che ho visto sembra essere stata un’illusione. Le ultime parole che ho ascol­tato, che lei mi ha detto sono state: Continua il tuo viaggio. Questa è l'unica cosa da fare, ciò che è accadu­to è accaduto, io non posso fare altro che prenderne atto senza giudicare.

Ci avviciniamo increduli e curiosi al muro di quella casa, guar­diamo la scritta; Anima di­sten­de la sua mano e la tocca ma con  un gesto rapi­do e pieno di paura, la tira indietro, mi guarda e vedo il suo viso sgomento, un misto di sorpresa e terrore.

Ci fu una mattina che andai all’asilo senza piangere.

Ci sediamo intorno ad un tavolo, nel mezzo di una strada di traffico automobilisti­co. L’uomo parla a noi , ma urla per farsi sen­tire.

Ci si era trovati, quella luce

ci aspettiamo

                                                        ci giungevano

ci ha uniti nel momento

                               ci parlavano

                                               ci si cercava

ci troviamo insieme.

Cielo sempre scuro, coperto da grandi, enormi condensazióni d’acqua,  pronte a sca­ri­care tuttA l’energia su quella strada.

Ciò che avevo: "Il Dubbio."

Ciò che sento

Ciò che si traccia nella memoria

ciò che noi vorremmo avere

ciò che ti spinge a cercarmi

ciò che tu immagini di me

ciò di cui nacqui

ciò posso dirti

colme di dolcezza e d'amore

 

colmi di pensieri

                                              colmo di sensazione

Come solo l'arte può fare

Come ti chiami "senza nome"

Come un amplesso in amor puro

 

come certe Donne

come ciò che la vita stessa spinge

come dolore che dimentica e ritorna

come due mani

come grandine come pioggia come neve

come il tempo le sue epoche

                              come l'amore nelle sue forme.

         come me e te

        come quel pensiero

come questi miei momenti ricordati

come soltanto la bellezza

come ti cerco come ti voglio

come tu lo vuoi.

come tu sola mi hai insegnato

 

come tutto ciò che inizia è eterno

come tutto quel che cambia

come un uccello la sua aria

come un uomo che cerca

                                       come un uomo che chiama

con le lacrime dell'anima,

con ricordi tristi

confusa

confusi nelle parole assomigliano

confuso nei luoghi del tempo

congiungersi

 

congiungiamo soltanto

coniugante al tempo

consacrati per l'anima

Continua il viaggio!

Continuare il viaggio è quello che tutti mi di­cono, chiedono. La tua risposta genera in me al­tre domande, ma so che da te, ora non  le avrò, forse perché sono da scoprire nel pro­se­guo del mio cam­mino, o forse le vuoi te­nere per il tuo di cammino? Chi c’è oltre te?

Continuare il viaggio nel dialogo dei propri sogni,

Continuo il mio viaggio, ma per dove?    anche a questa do­manda non so rispondermi, non capisco il perché. Solo ricordan­domi di “lui” posso immaginarlo. Forse cerca in me il suo in­ter­locutore, ma non mi parla, fa come tutti gli scrittori, lascia a me il compito di con­frontarmi con i suoi dubbi e i suoi pensieri, negan­domi anche le sue soluzioni.

Corpo intravisto nella nebbia

Corriamo incontro a quello specchio, in­con­tro a quegli esseri che vi si raffigurano.

Corro, corro su questa strada, corro in mezzo a sinistra a destra, attraverso la strada da un lato all’altro tocco i muri delle case le scritte di cui sono intrisi corro corro corro mi fermo al centro della strada allargo le braccia le distendo in fuori giro giro giro su        me stesso e tutto mi gira intorno cado le spalle sulla strada la nuca sulla strada e guardo il cielo. Anima è rimasta a guardarmi, corre e mi rag­giunge, si disegna nel mio sguardo nell’az­zurro del cielo. Sorride e mi guarda, io la guardo dalla mia an­golazione alzarsi verso l’alto, distendere tutto il suo corpo nel mio sguardo, le sor­rido anche io e la trovo bella. Mi stende la mano, la prendo nella mia e mi aiuta ad alzarmi. Sono di fronte a lei e la guardo negli occhi, l’abbraccio la stringo a me e la sento abbracciarmi.

 

COSA ATTENDERE ANCORA

Cosa accadrà ora

cosa siamo

coscienza

coscienza e verità

COSì SUBLIMI E IGNARI DINNANZI AI LORO SGUARDI.

così rara e fuggevole

così ricco

così tenui e silenziosi

costante

CREARE L’UOMO IN SÉ STESSO.

Cristin ti ricordi

                                                custodirsi

d'Amare l'Amore d'Amore

 

                                                        d'Amore

                   d'amore

                                      d'arrecar ansia

d'ascoltare o ripudiare

                 d'emozioni

d'esistere

                                                           d'essa

                                                           d'incontrarci

d'una eternità troppo consueta

Da cosa si eleva questo mio dialogo con te,

da dimenticare

da ogni sequenza

da riviver nella realtà

                                              da te stessa.

 

da una strana quiete.

dal motivo di grande gioia l'amore

dal pelo ormai nero

dalla fioca luce

dalla mancanza

dalla paura di pronunciarsi

dalla tua finestra

dalla volgarità.

dalle lacrime dei vostri visi

dammi il tuo respiro

                                               dei coiti

 

dei loro cieli

dei pensieri correvano nella mia anima

Del silenzio oltre la cortina onirica

del non nome

del resto

del tempo

                       &nb